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Tokyo si spoglia delle sue stereotipie turistiche e si mostra nella sua vera autenticità: "Spettro urbano" di Damiana De Gennaro e Marta Fanasca

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Spettro urbano
di Damiana De Gennaro e Marta Fanasca
Eris, giugno 2026

pp. 96
€ 12 (cartaceo)

Lo confesso: ci ho messo parecchio a leggere questa non-guida su Tokyo. Eppure conta appena novantasei pagine e, di solito, io i libri li divoro. Questo, invece, no. Questo va assaporato, letto con calma, riletto e, soprattutto, interiorizzato. Almeno, è ciò che è successo a me.

Da appassionata della cultura orientale, e in particolare di quella giapponese, durante la lettura mi sono sentita parte integrante della città: delle sue strade, dei suoi odori, dei suoi fetori, delle sue atmosfere e delle emozioni vissute dalle autrici. Damiana De Gennaro, poetessa e traduttrice, e Marta Fanasca, ricercatrice universitaria, raccontano Tokyo con grande sincerità, sensibilità e una scrittura capace di trasformare l'osservazione in esperienza.

Ogni capitolo ci scaraventa tra le vie della capitale giapponese, ci strattona, ci disorienta e ci costringe a guardarci intorno con gli occhi di chi arriva in un luogo nuovo. È la stessa sensazione che si prova durante un viaggio o quando ci si trasferisce in un Paese sconosciuto. Ogni quartiere diventa così il riflesso di uno stato d'animo, un modo diverso di abitare la città e, al tempo stesso, noi stessi.

Il viaggio prende avvio da Shinjuku, dove il tema della solitudine viene esplorato nella sua essenza più autentica. Il libro ci accompagna alla scoperta di una verità tanto semplice quanto profonda: essere soli è cosa ben diversa dal sentirsi soli. La solitudine, quando viene accolta, non è necessariamente un sentimento negativo, come spesso la cultura occidentale ci porta a credere. Può, anzi, trasformarsi in uno spazio condiviso, in una dimensione intimamente collettiva.

«Ordino un drip coffee, lo sorseggio guardandomi intorno. C'è un tratto che accomuna quasi tutti i clienti di queste kissa: sono soli. Come me.» (p. 8)

All'interno di questi locali il silenzio è interrotto soltanto dalle note di un vinile che suona a ritmo di jazz. In alcune kissa infatti, non sono vietate soltanto le conversazioni, ma anche i dispositivi elettronici. Eppure, nella maggior parte dei casi, non servono divieti: il rispetto per gli altri e il senso civico sembrano bastare.

Ad accompagnare questa sorta di diario di viaggio ci sono splendide fotografie in bianco e nero che amplificano il senso di immersione, restituendo una Tokyo autentica, lontana dagli stereotipi e vicina alla sua dimensione più quotidiana.

Tokyo è una metropoli immensa, con oltre tredici milioni di abitanti, eppure coltiva una socialità discreta, silenziosa, quasi invisibile. È una città che insegna a convivere con gli altri senza entrare nello spazio altrui, una realtà in cui la vicinanza fisica non coincide necessariamente con l'invadenza e dove anche la solitudine può diventare una forma di appartenenza.

Si procede con la zona sotterranea della Takadanobaba, un quartiere che definirei inafferrabile. L'arrivo in questo quartiere viene subito descritto come un'esperienza negativa per la forte presenza di un cattivo odore per le strade. Questo iniziale malessere lascia ben presto spazio alla scoperta di un luogo capace di trasformare il disagio in curiosità. Infatti il quartiere si svela attraverso continue contraddizioni. Da una parte c'è l'immaginario creato da Osamu Tezuka: i murales dedicati ai suoi personaggi, la musica della linea Yamanote, gli studenti che affollano le piazze e l'energia di una Tokyo fortemente proiettata verso il futuro. Dall'altro, proprio sotto quella patina illuminante, si celano la povertà, i senzatetto, gli edifici abbandonati e fatiscenti e un'umanità che sembra muoversi ai margini del progresso. 

All'osservazione del paesaggio urbano si intreccia poi la riflessione sulla società giapponese: attraverso manifesti politici, testimonianze di donne costrette a rinunciare alla propria identità per il matrimonio, viene messo in luce quanto il cammino verso l'emancipazione femminile sia ancora lontano. L'arte e la cultura sembrano suggerire una nuova rinascita, ma la realtà e la tradizione finiscono per riportare spesso a modelli di potere fortemente maschilisti, estremamente radicati nella cultura orientale. Per questo motivo definirei Takadanobaba un quartiere inafferrabile. Leggendolo ne emerge il ritratto di una Tokyo in cui convivono progresso e decadenza, speranza e inquietudine. Ogni passeggiata rivela che dietro a ogni facciata esiste sempre una zona d'ombra, meno luminosa ma, forse, molto più autentica.

Si arriva poi alla zona di Yoshiwara, proseguendo per i quartieri di Shibuya e Ginza, per terminare in Tokorozawa.

Yoshiwara era l'unica zona di Edo, l'antico nome di Tokyo, dove le luci restavano accese tutta la notte. A chi si avvicinava tramite fiume o per la strada sterrata, il quartiere appariva all'improvviso, come un'isola fluttuante (ukiyō appunto) e fiammeggiante nel buio della notte. Allo stesso tempo però, per le migliaia di donne costrette a vivere e lavorare entro le sue mura, Yoshiwara era tutt'altro che un paradiso. Malnutrizione, turni di lavoro estenuanti e malattie sessualmente trasmissibili endemiche costituivano la realtà quotidiana, e il lato oscuro e spesso dimenticato dello yūkaku. [...] E oggi, cosa resta di Yoshiwara? (p. 41)

Quest'opera non è una guida, ma è un invito a cambiare sguardo. Non spiega quali luoghi visitare e non promette itinerari perfetti: accompagna i lettori e le lettrici dentro le strade di una Tokyo autentica, fatta di contraddizioni e vite invisibili. Una città che, pagina dopo pagina, si fa conoscere nella sua essenza, senza dover essere necessariamente bella. Questa non-guida si spoglia del peso di offrire la perfezione perché ricerca solo l'autenticità.  Per questo è una lettura che consiglio senza esitazione, sia a chi sta preparando un viaggio, sia a chi forse non metterà mai piede in Giappone. Perché  una volta chiuso il libro, si ha la sensazione di aver camminato davvero tra quelle strade e di aver scoperto che il modo migliore di conoscere Tokyo non sia visitarla, ma imparare ad ascoltarla osservandola.

Carlotta Lini