domenica 5 febbraio 2012

Pillole di autore - Elio Pagliarani, Inventario privato

Poeta ricordato per la sua militanza nella Neoavanguardia, Elio Pagliarani (Viserba, Rimini, 1927-2012) con Inventario privato (1959) regala al lettore un canzoniere inaspettato, che fa del «trasparente timore dell'amore» un punto di forza. Per questa parabola amorosa, che occupa l'intimo del poeta trentenne dal marzo al novembre 1957, esondazione sentimentale ma contenimento delle sperimentazioni stilistiche. La poesia s'affaccia con un linguaggio piano, estremamente quotidiano; si avvale di figure di posizione (quali anastrofi e iperbati, enjambement, sprezzature sintattiche) per liricizzare i testi e movimentare il dettato, altrimenti prosaico. 
Ma sono le «svariate idee d'amore e d'ingiustizia» a segnare la potenza evocativa del testo. Di contrappunto, le marche di quotidianità (l'ufficio dove la ragazza è impiegata; le vie milanesi, dove il poeta attende gli incontri; i mezzi pubblici, teatro degli sguardi ripetuti) portano a una verosimiglianza e a una condivisione del messaggio poetico, perché chi può negare di aver mai pensato questa frase, almeno una volta: «Di misurarti/ a petto del mio amore ero certissimo»?

(Testo di riferimento: Elio Pagliarani, Tutte le poesie (1946-2005), a cura di Andrea Cortellessa, Elefanti Garzanti, Milano 2006)


Se facessimo un conto delle cose
che non tornano, come quella lampada
fulminata nell'atrio alla stazione
e il commiato allo scuro, avremmo allora
già perso, e il secolo altra luce esplode
che può farsi per noi definitiva.


Ma se ha forza incisiva  sulla nostra
corteccia questa pioggia nel parco
da scavare una memoria - compresente
il piano d'assedio cittadino in tutto il quadrilatero -
e curiosi dei pappagalli un imbarazzo
ci rende, per un attimo, dicendoti dei fili di tabacco
che hai sul labbro, e perfino una scoperta
abbiamo riserbata: anche a te piace
camminare? (e te non stanca? che porti
tacchi alti, polsi, giunture fragili
che il mio braccio trova a fianco,
il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti
milanese signorina)

se ci pare che quadri tutto questo
con l'anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso

           un taxi se piove/ separé da Motta
          Ginepro e Patria / poltrone alla prima

ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa
svariate idee d'amore e d'ingiustizia.

Ti dicevo al telefono (di cui
più mi prendono le pause, gl'imbarazzi
docili, e se ci udiamo respirare)
ti dicevo al telefono un amore
che urge, e perché. 

Che ci portiamo addosso il nostro peso
lo so, che schermaglia d'amore è adattamento,
guizzo, resistenza necessaria perché baci
la nostra storia i nostri uomo-donna
non solo all'ombra dei parchi
l'imparo ora, forse.

Oh, ma scompagina come il vento
freddo di viale Piave i giorni scorsi, e spaura,
quanto di me non solo porto
sulle spalle, ma mi tocca travasare
adattare al tuo fusto flessibile
e scontroso.
                 Io che speravo
necessario e sufficiente solo il fiore
che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo
fusto flessibile lo specchio la certezza
di come sia insufficiente il mio amore
per la tua capacità di comprenderlo,
per la tua capacità di comprenderlo
come sia immagine il mio bisogno d'amore.

E' difficile amare in primavere
come questa che a Brera i contatori
Geiger denunciano carica di pioggia
radioattiva perché le hacca esplodono
nel Nevada in Siberia sul Pacifico
e angoscia collettiva sulla terra
non esplode in giustizia.
                                      Potrò amarti
dell'amore virile che mi tocca, e riempirti
se minaccia l'uomo
sé nel suo genere?

O trasferisco in pubblico stridore
che è solo nostro, anzi tuo e mio?

Se domani ti arrivano dei fiori
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m'era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d'amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s'urtano
con la gente di faccia.
                                 Che figura
t'ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all'immagine riflessa
di te?
       Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami. 

Il verso «quanto di morte noi circonda»
apriva, e nella chiusa, isolato, bene in vista
«tu sola della morte antagonista».

Ma già prima del termine di giugno
la mia palinodia divenne sorte:
nessun antagonista alla mia morte.

E sono vivo, senza rimedio
sono ancora vivo.
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Introduzione e selezione dei testi a cura di Gloria M. Ghioni

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