Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein
di Deborah Levy
NNE, ottobre 2026
Traduzione di Gioia Guerzoni
pp. 208
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Deborah Levy e Gertrude Stein. Un abbinamento letterario, femminile e femminista, geografico e politico inaspettato, ma perfetto. Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein racconta proprio questo: l’anno che Levy trascorre a Parigi mentre prepara un saggio su Stein, autrice conosciutissima, simbolo in gran parte del primo '900 letterario europeo, ma paradossalmente poco letta; americana ma vissuta e sepolta in Francia, sostenitrice di Hemingway, Apollinaire, Picasso.
Levy, che non ha bisogno di introduzioni, autrice inglesi tra le più importanti dei nostri tempi, ricostruisce il ritratto frammentario di questa donna rivoluzionaria, che si allontanò dagli Stati Uniti, dal fratello e da una carriera scientifica per abbracciare la poesia, Parigi e la sua compagna di vita, Alice B. Toklas. Uno dei suoi testi più celebri è proprio quello che prende il nome da lei, Autobiografia di Alice B. Toklas, in cui in realtà è Stein a raccontarsi. È solo uno dei mille capogiri del suo lavoro, sperimentale e avanguardista fino a far esplodere significante e significato delle opere, delle frasi, delle parole.
Cosa bisogna perdere per diventare moderni? Lei dovette perdere il suo corsetto, le forme a clessidra. Miss Stein adorava brandire forchetta e coltello e divorare una bistecca grande quanto una mano aperta. Solo agli uomini era concesso avere appetito allora, ma lei non aveva nessuna intenzione di sminuirsi per accontentarli. E lo perse eccome, il corsetto. E la clessidra esplose perché lei correva più veloce del tempo (p. 32)
Tra le altre opere di Stein, che Levy legge, interpreta, quando le riesce, ammira quando altro non può fare, è soprattutto su Teneri bottoni (Tender buttons, 1914), C'era una volta gli americani (The making of Americans, 1937) e Autobiografia di tutti (Everybody Autobiography, 1925) che torna a più riprese. I tesi, poetici o prosaici o saggistici di Stein diventano linee guide per svelare l'autrice dietro la pagina, la donna dietro il mito, e Levy dietro Stein.
Infatti, le domande che pone Marco Rossari nella sua prefazione al libro sono centrali per decifrarlo: “Chi scrive di chi? È Levy davvero a scrivere di Stein? O è Stein a farsi scrivere da Levy?” (p. 10). A queste io aggiungo: è anche Levy a scrivere Levy. L’autrice-narratrice ci guida al contempo nelle sue ricerche su Stein e nella sua vita parigina, accanto a due amiche, alle loro relazioni e al gatto Bob.
Nelle pause tra la scrittura del mio saggio su Gertrude Stein e le notizie sul cellulare, vado al mercato a comprare le mele dolci e croccanti che vengono dalla Normandia. A volte penso a quando Gertrude Stein stava per compiere i sessant’anni, seduta nel giardino della sua casa di campagna con il cagnolino che riposava accoccolato sulle sue spalle. […] È difficile farsi un’idea dell’età di Gertrude Stein perché la sua scrittura è molto più avventurosa (p. 59)
Mentre Gertrude Stein prende forma, come donna e come scrittrice, tramite le ricerche di Levy, lei stessa si racconta mentre cresce nel suo anno a Parigi, a fianco delle amiche Eva e Fanny: Eva, creativa ma bloccata in un matrimonio a distanza, proprietaria del gatto rinominato Bob che scompare, e Fanny, esuberante, indipendente, con diverse amanti. Con le amiche parla di Stein, e le diverse soggettività femminili si avvicinano, si confrontano e si mischiano, a distanza di quasi un secolo: così, il poliamore di Fanny diventa occasione per le due amiche di riflettere sull’esempio dell’amore tra Gertrude e Alice, che “era più onesta di te. Era gelosa di chiunque fosse attratto da Gertrude”, ricorda la narratrice (p. 100).
Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein è un libro giustissimo. Chi conosce e ama Deborah Levy, come la sottoscritta, ritroverà la sua scrittura incisiva e poetica al contempo, che forse è ciò che l’ha avvicinata a Stein, prima ancora che il fascino per la sua figura storica. Ritroverà anche il suo stile tra l’autobiografico e l’autofinzionale (chi stabilisce i confini? È poi nostro diritto cercarli?), che abbiamo conosciuto con la trilogia Autobiografia in movimento (di cui abbiamo recensito tutti i volumi, Cose che non voglio sapere , Il costo della vita e Bene immobile).
"Come lo riconoscerò se ci incontreremo di nuovo?" chiedo alle mie amiche. "Era così buio che ho visto a malapena il suo viso". Fanny infila l'accendino nella cintura e poi prende la mano di Eva. Se lo incontrate in un bar, fate quello che fece Simone de Beauvoir quando incontrò per la prima volta Sartre. Cercate l'uomo più brutto seduto da solo" (p. 117)
Il romanzo, se così lo possiamo definire, ci fa conoscere meglio Gertrude Stein, e riflettere sull’impatto culturale e politico di una donna che ha sfidato tutte le convenzioni, che si è definita un genio (“fu una mossa geniale. Tutti ne avrebbero parlato all’infinito”, p. 162) e che, nonostante tutto e tutti, è stata capace di essere felice nella vita che si è costruita.
Gertrude Stein non dimostrava "regale indifferenza". Nel 1914, gran parte dei suoi primi scritti non era ancora pubblicata. Con l'aiuto di Alice B. si era autopubblica Tre vite, nel 1912. Era delusa e abbattuta, ma non rimaneva a letto come Alice James."In mezzo alla scrittura. In mezzo alla scrittura c'è gioia".Lifting Belly (1915-17) di Gertrude Stein
In più, ragionare su Stein, con Stein, diventa un modo per Levy di riflettere sul nostro presente, su questo secolo in confronto agli scorsi (“Gertrude Stein voleva uccidere il diciannovesimo secolo. Il ventunesimo secolo sembra volersi suicidare”, p. 41). Stein ha vissuto in un periodo in cui una guerra mondiale si è succeduta a un’altra, e il desiderio di modernità e innovazione si è mescolato all’odio e alla tragedia umanitaria. Noi, dal palcoscenico della nostra conquistata modernità, viviamo in tempi instabili, ribelli, in cui le guerre devastano larghe parti del mondo mentre noi “i fortunati, non siamo sotto le macerie ma sui nostri schermi, a scrollare all’infinito” (p. 59).
Deborah Levy trova in Stein un enigma ma anche una chiave di lettura del nostro passato e dell’eterno presente dell’umanità e degli artisti, e a lei innalza un applauso. Noi, da qui, lo rivolgiamo a Deborah Levy e alla sua instancabile prosa.
Michela La Grotteria

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