Al festival Wunderkammer di Neri Pozza, l'incontro del 3
ottobre “Guardare le stelle scegliendo la terra” ha messo una accanto all'altra
due autrici e le loro montagne: Katia Tenti con Mia signora di pietra e vento e
Caterina Manfrini con Sette volte bosco. A dialogare con loro è Alessandro
Anderloni, autore, regista e attore.
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| Mia signora di pietra e vento di Katia Tenti Neri Pozza, 2026 pp. 336 € 20 (cartaceo) € 9,99 (ebook) VEDI IL LIBRO SU AMAZON |
La storia di Margarete arriva al lettore attraverso un secondo piano narrativo, quello di Arianna, curatrice museale senza radici stabili, incaricata di allestire una mostra e chi ha letto E ti chiameranno strega la conosce già. A Castel Tirolo le capita tra le mani un documento sulla contessa, di grande peso politico e sociale. Quanto c'è di Tenti in lei? Non direttamente, risponde l'autrice, che non ama scrivere nulla di autobiografico. Anche lei ha fatto ricerche, ma è Arianna a doverle trasformare in una mostra.
Due livelli, due protagoniste e una montagna che nel romanzo
è femmina.
La montagna è femmina, madre e custode delle creature che la abitano, protettrice del tempo e delle cose che cambiano, diceva. La montagna respira, nutre, accoglie nel suo grembo solido, si fa scudo contro il vento e dimora eterna per chi cerca pace. La pianura è maschio: netta, decisa, quella è e quella rimane, senza sorprese. È solida e noiosa. La montagna, invece, è mille cose insieme. (p. 34)
È una provocazione, chiarisce Tenti, rivolta a una
narrazione che da sempre guarda i monti con occhi maschili: terra di conquista,
eroica, verticale sociologicamente e antropologicamente, la
montagna è molto più femminile di così. Vive di cura degli animali, del lavoro
che li accudisce e ha poco a che fare con l'immagine folkloristica da
cartolina che si vende anche in Alto Adige.
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| Sette volte bosco di Caterina Manfrini Neri Pozza, 2026 pp. 208 € 18 (cartaceo) € 9,99 (ebook) VEDI IL LIBRO SU AMAZON |
La protagonista si chiama Adalina, in famiglia Lina, e torna
al suo maso ferito, che nelle pagine somiglia alla storia recente di tutta la
valle. Riannodare il legame con la terra costa fatica e proprio qui entrano in gioco la lingua e la tradizione cimbra, ovvero nomi, soprannomi e toponimi di
origine germanica che per Manfrini era impossibile non usare e con cui,
ammette, si è anche divertita un po'. Anderloni fa notare che le parole
cimbre per gli oggetti del maso non servono a descrivere né a immergere, ma sono parte della storia del ritorno dei due fratelli,
Adalina ed Emiliano. “Il cimbro e il dialetto mi hanno aiutata a dare concretezza a queste
vite che tornavano dal nulla e dovevano ricreare tutto”, spiega l'autrice,
evidenziando che gli elementi di contesto sono anche un modo per riprendersi
un'identità.
"Se la montagna è donna, la guerra è uomo", ribadisce
Anderloni, e aggiunge che fa impressione sentire donne che parlano di guerra in
un tempo in cui i governanti parlano di armi e di riarmo come di una strada
obbligata. La montagna non è chiamata alla guerra, ma la subisce. Terragnolo
sta ai piedi del Pasubio e Adalina ci sale da recuperante e a raccogliere ciò
che il conflitto ha lasciato, trovandosi davanti alla morte e alle sue conseguenze.
Non c'è più niente di riconoscibile come le cose e le creature che sono state rase al suolo.
Emiliano lo sapeva: avrebbero fatto parte per sempre dello spirito di quei luoghi. Non erano più spazi governati solamente dalle stagioni, dai loro vizi e dalla loro poetica, ma dal ricordo delle ferite subite, dai corpi rimasti a gelare tra le rocce. Una montagna divenuta Menschenmühle, anche così dicevano, “macina-uomini”. (p. 172)
Perché abbiamo ancora bisogno di queste storie? Manfrini
risponde guardando in avanti dato che è importante pensare a ciò che verrà dopo, a
come possiamo tornare a riconoscerci umani, a come scoprirci di nuovo davanti
all'altro e alla terra attraversata dai nostri drammi. Sono storie di giovani,
di una generazione che torna a casa e c'è un conflitto esterno che i personaggi
si trovano a gestire, ma pesa soprattutto quello più interno, intimo.
Anderloni evoca l'odore degli eserciti, del ferro e della sporcizia
e, più di tutto, dell’odio e il paradosso dei soldati mandati a combattere
senza che nessuno spieghi “Perché? Perché bisogna morire per combattere il
nemico?”. La parola passa a Tenti che non ha esitazioni ad affermare che non è
una domanda a cui daremo una risposta. Nel suo romanzo la guerra ha il volto
del cognato di Margarete, Carlo di Lussemburgo, il futuro imperatore Carlo IV.
Quando la contessa disobbedisce all'ordine imposto da una schiera di uomini, se
lo ritrova nemico e gli uomini al suo seguito si chiedono perché non si combatta
più insieme.
Cosa fanno gli uomini quando hanno paura di una donna che
osa dire la sua? Quando manca la capacità di mantenere un dialogo, osserva
Anderloni, ci si chiude in uno stigma e ci si rifugia nella maldicenza. A
Margarete tocca la damnatio memoriae. Le resta cucito addosso un nome,
Maultasch, “Boccalarga”: bocca di animale più tasca, con tanto di allusione
volgare al sesso femminile. Il soprannome le attribuisce una deformità fisica
che le descrizioni dei contemporanei smentiscono. Tenti ricostruisce come la
distorsione si consolidi nel Quattrocento, fino a influenzare la caricatura di
Leonardo da Vinci, e ricorda che ancora oggi la contessa viene etichettata con
quel nome e svela che l'origine della maldicenza è il nucleo dell'interesse che l'ha spinta
a scrivere.
Anderloni mette quindi a confronto le due protagoniste che hanno guidato la serata. Adalina ha una casa ed è radicata nel suo maso, mentre Arianna è una senza terra. La prima cerca la figura maschile, ne ha bisogno con affetto, prima nel fratello Emiliano e poi in un altro personaggio che non si può svelare. La seconda sembra scappare dagli uomini; infatti, nel primo romanzo di Tenti, lei definiva cinicamente il padre di sua figlia “il fecondatore” e in questo vive un amore per Felix che finirà male. Arianna non scappa, precisa Tenti, semplicemente non sa che ne sarà della sua vita. Adalina invece lo sa e vuole ricostruire.
Per restare al titolo dell'incontro, l'ultima domanda guarda
al cielo: qual è la costellazione guida di ciascuna? Arianna, racconta Tenti, è
guidata dal Leone, che è generosità, ricerca della verità e solarità, ma
soprattutto etica professionale. Cerca di essere onesta, ma con se stessa ci
riesce meno e tende a sottovalutare o a dare per scontate alcune cose, pensa di
aver già raggiunto l'obiettivo e poi si prende la trave in faccia. È insicura,
ma ha un senso etico profondo.
Adalina ed Emiliano, spiega Manfrini, seguono invece la
Morgenstern, la stella del mattino che vedono salire dalle pance delle
montagne, la prima cosa che rinasce dal buio, in un parallelismo che l'autrice
lascia al lettore. Il titolo del libro proviene da un'antica profezia "siban beerte balt, siban beerte biiza" (p. 85), sette volte bosco, sette volte prato, e dentro quella profezia c'è l'idea di un
cerchio. Ci sono cerchi dolorosi, ricorda Manfrini, ma ce ne sono anche in cui
possiamo tornare ad aprirci.
Dopo le montagne massacrate e le contesse diffamate, resta
aperta la domanda: come possiamo tornare a riconoscerci umani?
Valentina Botrugno



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