Dalla trifora di Castel Tirolo al maso ferito: Katia Tenti e Caterina Manfrini al Festival Wunderkammer 2026


Al festival Wunderkammer di Neri Pozza, l'incontro del 3 ottobre “Guardare le stelle scegliendo la terra” ha messo una accanto all'altra due autrici e le loro montagne: Katia Tenti con Mia signora di pietra e vento e Caterina Manfrini con Sette volte bosco. A dialogare con loro è Alessandro Anderloni, autore, regista e attore.

Mia signora di pietra e vento
di Katia Tenti
Neri Pozza, 2026

pp. 336 
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Guardando i crinali che corrono tra la Val d'Adige, la Val Passiria e la Val Venosta, Katia Tenti ha riconosciuto il profilo di Margarete di Tirolo-Gorizia, una donna che ha amato la propria terra. Nel suo libro il paesaggio diventa la metafora del corpo femminile e la contessa, con la sua eredità di pietra, difende il territorio come cerca di difendere sé stessa. Siamo nel Trecento e il nonno di Margarete, Mainardo II, ha costruito la contea del Tirolo a suon di matrimoni, accordi e guerre. Lei ne diventa l'erede da bambina e, a soli otto anni, le presentano il futuro marito, Giovanni di Lussemburgo, che ne ha appena quattro. Le nozze arrivano qualche anno dopo e due bambini devono portare avanti una dinastia che incontrerà più di una difficoltà. La posta in gioco, spiega Tenti, è altissima: chi avrà quella terra avrà la chiave di volta per muoversi verso nord e verso sud, e una ragazzina si ritrova con addosso una responsabilità immensa. “Gli uomini vogliono decidere il destino della donna e questa donna da questa trifora lancia il grido di indipendenza, di coraggio e di vita”, rimarca Anderloni.

La storia di Margarete arriva al lettore attraverso un secondo piano narrativo, quello di Arianna, curatrice museale senza radici stabili, incaricata di allestire una mostra e chi ha letto E ti chiameranno strega la conosce già. A Castel Tirolo le capita tra le mani un documento sulla contessa, di grande peso politico e sociale.  Quanto c'è di Tenti in lei? Non direttamente, risponde l'autrice, che non ama scrivere nulla di autobiografico. Anche lei ha fatto ricerche, ma è Arianna a doverle trasformare in una mostra.

Due livelli, due protagoniste e una montagna che nel romanzo è femmina.

La montagna è femmina, madre e custode delle creature che la abitano, protettrice del tempo e delle cose che cambiano, diceva. La montagna respira, nutre, accoglie nel suo grembo solido, si fa scudo contro il vento e dimora eterna per chi cerca pace. La pianura è maschio: netta, decisa, quella è e quella rimane, senza sorprese. È solida e noiosa. La montagna, invece, è mille cose insieme. (p. 34)

È una provocazione, chiarisce Tenti, rivolta a una narrazione che da sempre guarda i monti con occhi maschili: terra di conquista, eroica, verticale sociologicamente e antropologicamente, la montagna è molto più femminile di così. Vive di cura degli animali, del lavoro che li accudisce e ha poco a che fare con l'immagine folkloristica da cartolina che si vende anche in Alto Adige.

Sette volte bosco
di Caterina Manfrini
Neri Pozza, 2026

pp. 208
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Cambiamo valle e cambiamo guerra. Sette volte bosco si apre dopo la prima guerra mondiale e ha una matrice autobiografica legata alla famiglia di Caterina Manfrini, la cui bisnonna Gisella ha vissuto un periodo di prigionia e il bisnonno ha affrontato una guerra che non sentiva sua. L'autrice voleva raccontare un'esperienza femminile poco nota, ovvero quella di donne chiuse in una dimensione domestica ristretta che hanno dovuto costruirsi nuove reti sociali per tirare avanti. “Volevo raccontare questa storia che ha tanto di buio”, dice del suo libro “ma è una storia di speranza. Una storia di ritorno alla luce e ricerca di un futuro migliore”.

La protagonista si chiama Adalina, in famiglia Lina, e torna al suo maso ferito, che nelle pagine somiglia alla storia recente di tutta la valle. Riannodare il legame con la terra costa fatica e proprio qui entrano in gioco la lingua e la tradizione cimbra, ovvero nomi, soprannomi e toponimi di origine germanica che per Manfrini era impossibile non usare e con cui, ammette, si è anche divertita un po'. Anderloni fa notare che le parole cimbre per gli oggetti del maso non servono a descrivere né a immergere, ma sono parte della storia del ritorno dei due fratelli, Adalina ed Emiliano. “Il cimbro e il dialetto mi hanno aiutata a dare concretezza a queste vite che tornavano dal nulla e dovevano ricreare tutto”, spiega l'autrice, evidenziando che gli elementi di contesto sono anche un modo per riprendersi un'identità.

"Se la montagna è donna, la guerra è uomo", ribadisce Anderloni, e aggiunge che fa impressione sentire donne che parlano di guerra in un tempo in cui i governanti parlano di armi e di riarmo come di una strada obbligata. La montagna non è chiamata alla guerra, ma la subisce. Terragnolo sta ai piedi del Pasubio e Adalina ci sale da recuperante e a raccogliere ciò che il conflitto ha lasciato, trovandosi davanti alla morte e alle sue conseguenze. Non c'è più niente di riconoscibile come le cose e le creature che sono state rase al suolo.

Emiliano lo sapeva: avrebbero fatto parte per sempre dello spirito di quei luoghi. Non erano più spazi governati solamente dalle stagioni, dai loro vizi e dalla loro poetica, ma dal ricordo delle ferite subite, dai corpi rimasti a gelare tra le rocce. Una montagna divenuta Menschenmühle, anche così dicevano, “macina-uomini”. (p. 172)

Perché abbiamo ancora bisogno di queste storie? Manfrini risponde guardando in avanti dato che è importante pensare a ciò che verrà dopo, a come possiamo tornare a riconoscerci umani, a come scoprirci di nuovo davanti all'altro e alla terra attraversata dai nostri drammi. Sono storie di giovani, di una generazione che torna a casa e c'è un conflitto esterno che i personaggi si trovano a gestire, ma pesa soprattutto quello più interno, intimo.

Anderloni evoca l'odore degli eserciti, del ferro e della sporcizia e, più di tutto, dell’odio e il paradosso dei soldati mandati a combattere senza che nessuno spieghi “Perché? Perché bisogna morire per combattere il nemico?”. La parola passa a Tenti che non ha esitazioni ad affermare che non è una domanda a cui daremo una risposta. Nel suo romanzo la guerra ha il volto del cognato di Margarete, Carlo di Lussemburgo, il futuro imperatore Carlo IV. Quando la contessa disobbedisce all'ordine imposto da una schiera di uomini, se lo ritrova nemico e gli uomini al suo seguito si chiedono perché non si combatta più insieme.

Cosa fanno gli uomini quando hanno paura di una donna che osa dire la sua? Quando manca la capacità di mantenere un dialogo, osserva Anderloni, ci si chiude in uno stigma e ci si rifugia nella maldicenza. A Margarete tocca la damnatio memoriae. Le resta cucito addosso un nome, Maultasch, “Boccalarga”: bocca di animale più tasca, con tanto di allusione volgare al sesso femminile. Il soprannome le attribuisce una deformità fisica che le descrizioni dei contemporanei smentiscono. Tenti ricostruisce come la distorsione si consolidi nel Quattrocento, fino a influenzare la caricatura di Leonardo da Vinci, e ricorda che ancora oggi la contessa viene etichettata con quel nome e svela che l'origine della maldicenza è il nucleo dell'interesse che l'ha spinta a scrivere.

Anderloni mette quindi a confronto le due protagoniste che hanno guidato la serata. Adalina ha una casa ed è radicata nel suo maso, mentre Arianna è una senza terra. La prima cerca la figura maschile, ne ha bisogno con affetto, prima nel fratello Emiliano e poi in un altro personaggio che non si può svelare. La seconda sembra scappare dagli uomini; infatti, nel primo romanzo di Tenti, lei definiva cinicamente il padre di sua figlia “il fecondatore” e in questo vive un amore per Felix che finirà male. Arianna non scappa, precisa Tenti, semplicemente non sa che ne sarà della sua vita. Adalina invece lo sa e vuole ricostruire.

Per restare al titolo dell'incontro, l'ultima domanda guarda al cielo: qual è la costellazione guida di ciascuna? Arianna, racconta Tenti, è guidata dal Leone, che è generosità, ricerca della verità e solarità, ma soprattutto etica professionale. Cerca di essere onesta, ma con se stessa ci riesce meno e tende a sottovalutare o a dare per scontate alcune cose, pensa di aver già raggiunto l'obiettivo e poi si prende la trave in faccia. È insicura, ma ha un senso etico profondo.

Adalina ed Emiliano, spiega Manfrini, seguono invece la Morgenstern, la stella del mattino che vedono salire dalle pance delle montagne, la prima cosa che rinasce dal buio, in un parallelismo che l'autrice lascia al lettore. Il titolo del libro proviene da un'antica profezia "siban beerte balt, siban beerte biiza" (p. 85), sette volte bosco, sette volte prato, e dentro quella profezia c'è l'idea di un cerchio. Ci sono cerchi dolorosi, ricorda Manfrini, ma ce ne sono anche in cui possiamo tornare ad aprirci.

Dopo le montagne massacrate e le contesse diffamate, resta aperta la domanda: come possiamo tornare a riconoscerci umani?

Valentina Botrugno