“Giuseppina dell’Albergo dei Poveri”, il romanzo d’esordio di Carla Isernia. Il potente ritratto di una donna libera


Giuseppina dell'Albergo dei Poveri
di Carla Isernia
Astoria, 22 settembre 2026

pp. 288
€ 18 (cartaceo)
€ 9.99 (ebook) 

 
Regium totius regni pauperum hospitium. Ospizio regio dei poveri del regno. 
Questa la scritta che campeggia sopra lo scalone di ingresso dell'Albergo dei Poveri, il Serraglio, il Reclusorio, l'immenso edificio che Carlo di Borbone ha voluto a Napoli per accogliere anziani, orfani, mendicanti e bisognosi. È qui che incontriamo Giuseppina, la protagonista del romanzo d'esordio di Carla Isernia, Giuseppina dell'Albergo dei Poveri, il luogo nel quale ha trascorso la maggior parte della sua vita. 
La storia prende inizio dalla fine, quando l'anima di Giuseppina che da poco è morta, vede sé stessa dall'alto della stanza in cui il suo corpo si trova, nell'infermeria dell'Albergo. Con lei troviamo le “facce”, anime di persone che come lei hanno abitato quel luogo e che la spingono a raccontare la propria storia: la invitano a fare presto, a raccontare la propria vita sin dall'inizio. In questo modo prende avvio la storia, raccontata in prima persona dalla protagonista con il suo italiano dialettale stentato: 
Come sono finita qua dentro, dite? Mi ci hanno mandato, per punizione e per farmi convincere che mi dovevo sposare ci dicevano loro, e io all'inizio mi sono sentita quasi sollevata, libera. Non dovevo obbedire a mia madre, e badare a mio padre e ai miei fratelli. Certo, pure cc° dinto c'erano certe regole, e ci sono ancora, ma non c'era lei, mia madre, che ti bruciavano le carni e il bastone di mio nonno che ancora me lo sento addosso, quando me lo dava malamente sulla schiena. (p. 23)  

Giuseppina nasce in una delle tante famiglie che a Napoli, intorno alla metà dell'Ottocento, conoscono fame e miseria: un padre sempre ubriaco, una madre invalida di cui occuparsi e due fratelli insensibili alla sua fatica di esistere. Ancora ragazzina, può sollevare la famiglia attraverso un matrimonio combinato con un uomo pressoché anziano che la spaventa e la disgusta: a questa imposizione Giuseppina si oppone e il padre la porta all'Albergo dei Poveri per farle conoscere ciò che l'aspetta se non accetterà il matrimonio. La situazione pare risolversi quando il promesso sposo abbandona l'idea del matrimonio con la ragazza e a Giuseppina viene combinato un secondo matrimonio, questa volta con un ragazzo bello ma sfaccendato che finirà all'Albergo dei Poveri. Ci torna di nuovo al Reclusorio, questa volta per sua scelta, per sposare Giacomino. Lavora duramente come lavandaia, lavora anche per il marito non troppo incline alla vita matrimoniale e per i due figli che nascono in pochi anni. Una tragedia la lascia vedova ma sostenuta dall'affetto sincero delle amiche lavandaie ed inizia una nuova vita: il desiderio di uscire per mostrare il mare ai propri figli la spinge a lavorare ancora di più. La sua arma è il suo buon cuore, la sua speranza di salvezza, un anello prezioso che le arriva inaspettato.

Impara che al mondo esistono uomini buoni, come il Professore che le insegna a leggere e a scrivere qualche parola, conosce l'amore di una sorella di anima grazie all'incontro con Maddalena. Un sogno la accompagna durante la sua permanenza all'Albergo dei Poveri:

Il mare. Mi sarebbe piaciuto portarci i miei figli. Gli avrei fatto vedere la sabbia com'é doppia, non come il terreno del cortile ai Vergini che pareva polvere. E poi, l'acqua trasparente, ma pure un poco verde e un poco blu, che si vedono i piedi staccati dalle gambe anche se uno sta fermo. E quella retina bianca che si fa addosso quando quando l'acqua di mare si asciuga. (p. 187) 

Giuseppina sogna di uscire da quel luogo, ma il coraggio di farlo non lo trova. Ed é lì che muore. Ed é lì che troviamo la sua anima a raccontarci la storia della sua vita, lei che 

ha tenuto sempre una fissazione, anzi due: uscire dall'Albergo e il mare. (p. 273) 

Giuseppina dell'Albergo dei Poveri é un romanzo d'esordio che ci regala un ritratto di donna che ha saputo vivere la propria vita con orgoglio e onestà, ha desiderato conoscere e imparare, ha amato e donato il proprio aiuto in un mondo fatto di dolore, inganno e sofferenza. Non é il ritratto di una vittima, ma di una donna forte che ha avuto il coraggio di sognare e ha pagato il prezzo dei suoi sogni. 

Con una lingua che unisce l'italiano al dialetto, Isernia dà voce alla dignità di una donna richiusa tutta la vita ma paradossalmente libera che non si arrende alla bruttezza e alla cattiveria della vita mostrandoci che se la Storia mette in fila i fatti, la Letteratura ha il potere di mostrare cosa agita il cuore grande delle piccole persone. 

In un finale emozionante, l'anima di Giuseppina mostra tutta la sua forza e mantiene l'amore per la vita che l'ha sempre accompagnata, infatti per lei, é il caso di dirlo, il mare bagna Napoli:

La strada ora non va dritta al camposantiello e a me pure che sono morta l'aria mia pare più fina e profumata. Penso a Giacomino, chi sa se mi sta aspettando. "Marito mio, stai senza pensieri, io vengo cchiù tardi, mo' vado a vedere il mare". (p. 273)

Silvana Maria Baroni