in

L'ultimo viaggio di Wolf, sul vuoto e come affrontarlo nel libro di Lara Taveirne

- -


L'ultimo viaggio di mio fratello Wolf
di Lara Taveirne
Ponte alle Grazie, 2026

pp. 240
€  17,10 (cartaceo)
€  10,99 (ebook)

Ho cominciato a leggere L'ultimo viaggio di mio fratello Wolf di Lara Taveirne, a letto, in dormiveglia. E le prime cinquanta pagine sono scivolate via, nonostante le palpebre che si appesantivano. Inizialmente ciò che più mi è rimasto impresso è stato il protagonista, da piccolo, mentre giocava a fare il mago. Esercizi di sparizione, ho pensato. Gli stessi che lo porteranno poi, appena maggiorenne, a salire su un treno per l'estremo Nord e perire nell'abbraccio della neve. Per un po' ho continuato a pensare al Bagatto, il primo arcano dei tarocchi: l'apripista che dà forma all'impulso caotico del Matto e comincia il proprio viaggio per arrivare alla completezza, al ventuno, al Mondo. Più vado avanti più mi rendo conto che è controintuitivo: si tratta di un archetipo alchemico, creativo. Wolf invece con il suo cilindro sembra volersi smaterializzare. 

Farsi sparire scrivendo è il trucco di magia per eccellenza. Sul palcoscenico rimane solo il cilindro del prestigiatore. Da piccolo eri legatissimo al cilindro appartenuto a tuo bisnonno. [...]  Al tuo funerale l'abbiamo posato sulla bara. (p. 115)

Quando chiudo il libro, ne rimango frastornata. Si potrebbero dire tante cose. Che a modo suo è un romanzo corale, spurio: al di là di chi ci conduce dentro, è pieno di materiali "altri". Stralci, riferimenti letterari, riflessioni, testimonianze. Come a dire che questo lutto non appartiene solo a chi scrive e alla sua famiglia. È al contrario una forza centrifuga e, recuperando le parole dell'autrice durante la presentazione, parla anche molto di comunità; è popolato da personaggi secondari, conoscenti e addirittura estranei. Si ha la sensazione dunque che queste presenze non siano lì solo per dare conforto, ma soprattutto per riceverlo. E la voce narrante lo elargisce, nella speranza che un gesto, un'occhiata, possano fare la differenza per chi potrebbe aver deciso di intraprendere lo stesso cammino del fratello. La stessa attenzione sembra essere riservata a noi lettori, facendo apparire dopo il finale i numeri di assistenza contro il suicidio. La narrazione danza per tutto il tempo lungo un precipizio, alla ricerca di metodi per addomesticarlo. Il primo, forse, prendere il respiro. È sintomatico quanto si veda sulla pagina: i paragrafi sono intervallati da spazi bianchi, che conferiscono alla prosa l'aspetto e il ritmo della poesia. Sia a mimare la forma dei ricordi, il loro fluttuare, sia perché indicano appunto la necessità di incamerare ossigeno, dare aria a un male troppo grande. Ma hanno anche la forma di un puzzle, un tentativo combinatorio di dare senso a una frammentarietà senza perdercisi dentro.

Dai nonni c'era un puzzle di cui si era persa la scatola, per cui mancava l'immagine di esempio. I cinquecento e rotti pezzi erano in una scatola vuota del gelato. Appena cerco di riportarti in vita scrivendo, torno a essere quella bambina che sposta inutilmente le tessere di un puzzle. (p. 198)

L'autrice si sofferma sui dettagli. Il paese di Moleskine, il desiderio di suo fratello di diventare scrittore, il ritrovamento del cadavere con un taccuino legato alla giacca color ruggine. Nessuno ha il coraggio di leggerlo, ma tutti si mettono a scrivere. Un po' per processare la perdita, un po' per fare i conti con il fatto che l'altro, anche quello più intimo, rimane sempre un mistero. Il padre consegna alla figlia il diario, trascritto. 

Con un movimento sorprendentemente naturale questa storia viene accostata a quella di Anna Frank: sia per il dato biografico, sia per il desiderio autoriale e un po' per questo essere eternati post mortem. Ma soprattutto per l'operazione di censura: Otto Frank aveva tagliato degli stralci relativi alla sessualità di Anna e aveva attenuato l'astio che lei sembrava covare nei confronti della madre. Dunque, «cosa elimina un padre? È una bella domanda» (p. 100). E come mai? Per vergogna o per non arrecare ulteriore dolore? Interrogativi senza risposta, soprattutto perché dal resoconto di Wolf è chiaro che manchi almeno un pezzo: un incontro con una prostituta «con gli occhi pericolosi di un gatto randagio» (p. 101). Cose che non si dicono. Succede in ogni famiglia: i fatti si elidono o distorcono e a tappare i buchi arriva la forza immaginativa, singola o condivisa. Qui, in parte, ha la forma di consolazione: la speranza che da quel fugace incontro sia nato qualcosa, che un nipote, una pezzo di Wolf, si aggiri per le vie di Amsterdam, in attesa di essere ritrovato. La realtà conta solo nella misura in cui si è in grado di raccontarla, sembra affermare Taveirne e ne fornisce subito dimostrazione con un erbario, punto in cui una prozia mai conosciuta e Wolf convergono. Dell'antenata si sa poco, solo che è stata stroncata a sedici anni da una peritonite. Almeno finché non emerge un altro punto di vista:

Jenny ha una voce che si fa sentire e opinioni tutte sue, che con quella voce proclama volentieri. Pare abbia paura del silenzio, perché fino a notte fonda tiene svegli i vicini suonando con l'armonica motivetti inventati da lei. [...] Jenny è una brava nuotatrice. Tende le braccia verso il cielo e si dà la spinta dal bordo. Un volo che dura solo pochi secondi, ma che supera tutto ciò che le è stato concesso provare fino a quel momento [...] Ma nell'atterraggio qualcosa va storto. Cade male. E l'acqua è dura come il granito a prenderla di pancia a dieci metri di altezza. (pp. 87-89)

Così il salto nella piscina richiama un'altra immagine che ritorna spesso, quella di Icaro, anche nella sua sfida alle convenzioni dell'epoca. Basta un pour parler e quello che viene definito il gene del narratore a riscrivere un'intera esistenza e a tracciare una genetica sensibile nei confronti del vuoto. Lara sembra riconoscerla anche in un episodio della propria adolescenza: una nota scolastica per essersi sporta troppo, nonostante gli innumerevoli richiami, lungo le scogliere. La vertigine però si acuisce durante il funerale di Wolf, momento in cui decidere di rendere onore al suo desiderio di diventare scrittore e vivere un po' anche per lui. Arriva al culmine nel momento in cui deve dare un finale al libro: per farlo prende anche lei un treno verso "il posto più freddo della sua vita" - a margine annoto: "il punto più basso dell'inferno è gelido, si dice"-. In compagnia di Viaggio a termine della notte, come Cappuccetto rosso si addentra nel bosco e trova le vestigia del suo "lupo".

La consapevolezza con cui ne esce però non ha un sapore di addio: «Io spero che non ti dispiaccia se ti ho ridisegnato. Riscritto. Se ho avvolto il tuo corpo in una storia. Una storia in una storia in una storia in una storia. Tutto per proteggerti dal freddo. Tutto per proteggerti dallo sparire davvero». (p. 221)

E con queste parole Wolf diventa anche nostro. Ed è ancora qui.

Francesca Pozzo