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"Felice": il duro autoritratto di Mauro Corona, che si presenta al lettore. Senza sconti

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Corona-Felice

Felice
di Mauro Corona
Bompiani, 2026

pp. 208
€ 20,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

In paese c'era un'usanza millenaria: per ogni bambino che nasceva, maschio o femmina, veniva piantato un virgulto. Se l'albero non attecchiva significava che quel bambino sarebbe diventato un poco di buono. Quello di mio fratello non attecchì (p. 76).

Felice, un nome, un destino. Quello che non fu per il fratello minore di Mauro Corona, il fratello di mezzo. Quello che chiuse il suo breve passaggio terreno a nemmeno diciassette anni, annegato in una piscina di Paderborn, la città tedesca dove era emigrato, seguendo alcuni compaesani di Erto, a cercare fortuna come aiutante in una gelateria. Fortuna non ne trovò, lo seguì l'ombra scura della morte. Una morte mai completamente chiarita.

L'ultimo libro di Mauro Corona però, a dispetto del titolo, non è il racconto della vicenda biografica di Felice, come potrebbe sembrare. O almeno, lo è in parte, come vista di riflesso. Perché il protagonista di questo amaro romanzo è l'autore stesso, Mauro Corona, che per parlare di sé sceglie un artificio letterario che trova diversi esempi fin dall'antichità: restituire la parola a una persona che non c'è più, ascoltare una voce che arriva dal regno dei morti, un aldilà che lo scrittore immagina come un infinito nulla nel quale le anime, isolate e invisibili le une alle altre, vagano nel silenzio e nel buio. Senza dolore, senza gioia. 

Lo spunto narrativo che dà vita al libro nasce da un'esigenza, un'urgenza esistenziale, potremmo dire. Arrivato alla terza età, Corona decide di fare i conti con se stesso e di mettersi a nudo raccontando tutto quello che in vita non ha mai osato confessare: dalle marachelle infantili, più o meno pesanti, ai comportamenti impulsivi e sbagliati compiuti da adulto. Consapevole di avere un carattere irruente, vendicativo e non sempre facile, Corona sceglie di aprire le porte più intime della propria anima e di mostrare ai suoi lettori ciò che non ha mai voluto o potuto dire. E lo fa prendendo a prestito la voce di suo fratello Felice che, vedendo tutto dall'aldilà, può commentare, raccontare, svelare senza timori. Perché i morti non dicono bugie. 

Cita spesso, e quando lo sento mi fa davvero pena, Ĉechov, il quale scriveva: "Un uomo lo puoi migliorare se gli fai vedere com'è". (p. 66)

Di se stesso Corona dice che non crede di riuscire a migliorare, nonostante il fratello, dall'aldilà si sia preso l'incombenza di aprire gli occhi a lui e a tutte le persone che lo ammirano, lo coccolano, compiacciono il suo ego smisurato, invitandolo in televisione, intervistandolo, chiedendogli autografi, comprando quelli che lui definisce "libracci". Nei quali la verità è nascosta, edulcorata.

Il risultato di questo lungo monologo di Felice è un libro doloroso, pungente, estremamente diverso dagli altri romanzi dello scrittore alpinista, un libro che risponde al desiderio di dare ai lettori la visione più realistica del vero Mauro Corona, Sempre che sia tutto vero ciò che viene raccontato, ma non abbiamo motivi per dubitarlo. Arrivati all'ultima pagina sembra quasi di vedere un ritratto di Dorian Gray: mentre l'uomo invecchia, ma non confessa, i peccati, le brutture, i cattivi comportamenti si riversano sulla figura tratteggiata nel libro.

Oggi sta pagando caro il conto del suo cinismo, del suo egoismo camuffato da libertà. Per assolversi, blatera che l'uomo davvero libero deve per forza essere, e se non lo è diventare, egoista. Bofonchia che l'individuo libero pensa soltanto a se stesso. Persegue i suoi obiettivi con ogni mezzo, se ne frega degli altri, dei loro destini, delle loro necessità. Come ha fatto lui. E come ancora sta facendo. (p. 92)

Certo è che la prima parte della vita non è stata generosa con lo scrittore, cresciuto in una famiglia che adesso sarebbe definita disfunzionale, ma l'aggettivo non renderebbe appieno la realtà: un padre spesso ubriaco che ogni giorno prendeva a cinghiate e picchiava figli e moglie, fino a che la donna, non potendone più, decise di abbandonare il marito e i tre figli, l'ultimo dei quali aveva solo quattro mesi. Un'assenza, protrattasi per ben sette anni, che Corona non perdonò mai. Tanto più che la madre era tornata incattivita e non perdeva occasione di maltrattare gli anziani suoceri, i nonni di Corona gli unici ad averlo cresciuto con affetto. Nemmeno il soggiorno in collegio, dove fu molestato da un sacerdote, portò del beneficio allo scrittore. L'unico aspetto che anche a quel tempo, riuscì a garantirgli una vita decente e che, a conti fatti, decretò la sua salvezza, fu la lettura. Una passione questa che, nel tempo, gli avrebbe regalato anche la scrittura. Utilizzata in questo libro in sostituzione della psicanalisi, un motivo per parlare di sé, per raccontare le ferite ricevute e inferte e, forse, per dare un messaggio: "Se ce l'ho fatta io..."

Una tematica sulla quale il libro insiste molto è il concetto di colpa. Lo scrittore non si perdona e non chiede perdono al lettore delle sue malefatte o del suo cattivo carattere. Lo stesso spunto iniziale, la morte del fratello, che fin da piccolo si era imposto di proteggere, per lui è una colpa: quando è annegato lui non c'era e forse, se ci fosse stato, in quella maledetta piscina non sarebbe finito. Per non parlare del senso di colpa che un bambino può provare alla scomparsa della madre, non avendo gli strumenti per capire i motivi dell'allontanamento. E con questo sentimento Corona si è confrontato per tutta la vita. Senza nemmeno poter contare su una visione consolatoria dell'aldilà, che per lo scrittore-alpinista, non è un paradiso nel quale si torna con le persone amate e dove magari si possa chiedere perdono, quasi fosse un secondo tempo della vita.

In questo senso la lettura del libro diventa quasi un viaggio interiore perché osa mettere a nudo gli aspetti più profondi dell'animo umano e la capacità di toccare corde intense e personali. Difficile stabilire se questo libro possa o no piacere, forse non interessa granché all'autore. Certamente è un libro spiazzante, chi si appresta a leggerlo pensando di trovarsi davanti a un Corona consueto rimarrà sorpreso. Ma, superata l'incertezza iniziale, troverà una scrittura densa, semplice come lo può essere quella di chi, come Felice, non ha studiato, non ha letto, ma allo stesso tempo profonda, come quella, invece, di chi lo scrittore lo sa fare (e quanta rabbia gli creano le voci che ogni tanto qualcuno lancia sul fato che non sia lui davvero a scrivere i suoi libri, a questo è dedicata la Nota finale, con tanto di immagine dei suoi taccuini scritti a mano due volte, in corsivo e in stampatello). Una scrittura  che si fa poetica nei momenti in cui ricorda, e qui la voce potrebbe davvero essere quella di Felice, un'infanzia la cui innocenza fu sporcata troppo presto.

Sabrina Miglio