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Un uomo con un sogno e le contraddizioni della Grande Storia: il romanzo dolceamaro di Duff Cooper

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Operazione Heartbreak
di Duff Cooper
Ago Edizioni, ottobre 2026

Traduzione di Elena Canino

pp. 210
€ 19 (cartaceo)

“Ma” (questa particella avversativa si intrometteva nel mezzo dei suoi pensieri ottimisti) ma era stato lasciato indietro, quando aveva 39 anni. Adesso ne aveva 40, presto ne avrebbe compiuti 41. Il capitano che veniva nel reggimento subito dopo di lui, per ordine di anzianità, aveva 34 anni; era sposato, con figli, al pari di tanti altri ufficiali giovani, mentre lui era celibe, solo al mondo, senza alcun legame e responsabilità. Perché questo stato di fatto non veniva preso nella debita considerazione? I suoi soldati lo amavano - lo sapeva - e anche i suoi colleghi lo avevano caro. Non si distingueva per eccessiva intelligenza, ma nemmeno i colleghi brillavano per ingegno. Conosceva il mestiere quanto loro e senza dubbio aveva maggior esperienza. [...] Cosa credevano al comando? Che essendo più anziano, poteva ammalarsi più facilmente? Un dottore gli aveva assicurato che un uomo di 40 anni di sana costituzione è, sotto ogni rapporto, nelle stesse vantaggiose condizioni di un uomo di 30. Aveva passato la visita medica a gonfie vele. Da che era rientrato nell’esercito non aveva avuto un sol giorno di malessere, e non tutti i suoi colleghi potevano dire altrettanto. Ma... ma... l’avevano lasciato indietro un anno fa, quale speranza c’era che lo facessero partire con gli altri, adesso? (p. 138)

Quando mi capita di leggere i libri pubblicati da Ago Edizioni, e li ho letti tutti, sono sempre felice perché soddisfano il mio bisogno di Storie con la S maiuscola: leggo moltissimi testi contemporanei, esordi, giovani e meno giovani, e saggi, ma il potere della letteratura del '900, per me, rimane sempre imbattuto. E non è l'unico motivo che mi fa amare il loro catalogo: ogni storia che ho letto, dalla prima all'ultima, nonostante sia figlia del suo tempo, mi risuona sempre come estremamente attuale, trovo sempre qualcosa, un pensiero, una svolta narrativa, un disagio del personaggio o delle istanze particolari, che mi fanno pensare "com'è contemporaneo questo testo nonostante sia vecchio di cent'anni".

Non fa eccezione Operazione Heartbreak di Duff Cooper. L'autore, statista, diplomatico, scrittore, che ci ha consegnato questo come suo unico romanzo, fu ambasciatore a Parigi per il Regno Unito, incarico voluto per lui da Winston Churchill: insomma un uomo che potremmo definire oggi un insider, tanto addentro la politica e le macchinazioni del suo tempo che, quando il romanzo stava per uscire, il governo britannico tentò di censurarlo e bloccarlo (troppi segreti svelati, troppi altarini diplomatici scoperti). Non vi riuscì e il libro fu pubblicato nel 1950.

La storia prende spunto da una vera operazione di spionaggio e depistaggio dei servizi segreti britannici durante la seconda guerra mondiale (1943) ai danni degli alleati dell'Asse, la cosiddetta Operazione Mincemeat (che nel testo diventa Operazione Heartbreak, e per un motivo molto specifico): macchinazione che fu ideata nientemeno che da Ian Fleming, all'epoca tenente comandante della Royal Navy e non ancora autore del suo celeberrimo 007. L'operazione aveva lo scopo di deviare la concentrazione di truppe tedesche spingendole a spostarsi dalla Sicilia (che poi sarà teatro dell'Operazione Husky, andata a segno) verso la Sardegna e la Grecia, di modo che, trovando terreno libero, l'esercito inglese potesse risalire la penisola per cercare di liberarla insieme alla Resistenza.
Il fulcro di tutto l'inganno fu un cadavere: un senzatetto gallese che venne fatto passare per un ufficiale annegato e che portava con sé falsi documenti con le notizie di cui sopra. Il controspionaggio tedesco cascò nel tranello e, come abbiamo detto, l'Operazione Husky riuscì.

Tornando al romanzo di Cooper: il protagonista è Willie Maryngton e ne seguiamo la parabola dall'infanzia fino all'età adulta. Orfano inglese, ma con mezzi a disposizione, cresce con il mito dell'esercito: ne vuole fare parte, vuole partecipare alla prima guerra mondiale, per lui non esiste nulla di più onorevole che servire la Patria imbracciando le armi sul campo. Fa di tutto per assicurarsi questa vita e arriva vicinissimo a realizzare il suo sogno. Purtroppo, per una serie di sfortunati eventi, perderà la sua occasione per un soffio - quando era già pronto a partire per andare a combattere in Francia arriva l'armistizio - e questa occasione persa sarà il tormento di tutta la sua vita.
Però è il 1920, Londra è magnifica, la vita è bella e Willie, certo non è ricco, ma ha una rendita decorosa, per cui addolcisce la sua delusione dedicandosi a feste, balli, club, cavalli. Poi il trasferimento del suo reggimento in India: lì, dove la vita sembra tornata indietro di alcune decadi per i "ricchi" coloni, Willie passerà gli anni più felici della sua vita.

Gli unici rapporti famigliari che possiede, essendo orfano e senza altri legami di sangue, sono con la famiglia Osborne: Garnet, Horry e Felicity, che tanto saranno importanti per lui, dall'inizio alla fine. 

Un paio di volte pensò di utilizzare una licenza per tornare in Inghilterra, ma sempre al momento opportuno veniva sedotto da qualche attraente programma. Visitò il Sudan, prese parte a spedizioni di caccia nell’Abissinia e nel Kenia. Di queste spedizioni godette l’imprevisto e l’emozione, ma non gli piaceva il Cairo e tanto meno Alessandria. Durante la permanenza in Egitto compì trent’anni, e fu promosso capitano. Nemmeno la promozione gli fu causa di troppa gioia. I trent’anni gli sembravano un traguardo, il passaggio a un’età matura e, sebbene gli facesse piacere essere stato promosso, pensava che in altri reggimenti c’erano tuttora subalterni che avevano preso parte ad azioni di guerra. E anche migliaia di civili erano, ormai da tempo usciti dai ranghi militari, che avevano dietro di loro un passato di guerra gloriosissimo. Li incontrava spesso, continuava a incontrarli, e sempre in loro presenza, seppure irragionevolmente, provava un senso di disagio, quasi di vergogna, come se lui occupasse un grado per cui in realtà non avesse alcun diritto. (p. 82)

Nonostante la vita tutto sommato piacevole e qualche dramma, Willie si sente un impostore: tutti sembrano aver combattuto davvero in guerra, tutti hanno vissuto il suo sogno, tranne lui. Non si può negare sia un uomo buono, gentile, molto amato dai suoi amici, affabile. Tanto affabile che non si spiega i motivi per cui il destino sembra remargli contro. Esasperato dalla delusione e da una relazione che oggi definiremmo tossica con Felicity (red flag grande come un palazzo di dieci piani), Willie prende un'altra decisione disastrosa: lascia l'esercito per dedicarsi ai cavalli. Perché? 
L'esercito è tutta la sua vita, non potrebbe vivere senza, non sa fare altro: eppure, in parte spinto dalla speranza che Felicity lo sposi, in parte rassicurato dal colonnello Hamilton (che gli promette, sì, nel caso di una seconda guerra verrà richiamato, anche come riserva, e avrà la sua occasione di scendere sul campo e anche morire se lo desidera tanto) si allontana dalla sua comfort zone. 

Nel frattempo - noi sappiamo che una seconda guerra mondiale ci sarà eccome ma lui non ne ha certezza - Willie intrattiene questa relazione tormentata con Felicity: una donna indipendente, fredda, sfuggente, che lui ama con tenerezza e trasporto, ma che ricambia con briciole e attenzioni sporadiche. Willie ne soffre, è un uomo dolce, sensibile, un po' all'antica e non capisce bene che Felicity riesce a stare al passo coi tempi meglio di lui: non vuole sposarsi, non vuole figli, né legami asfissianti.

Quando Willie rivide Felicity, le disse che intendeva lasciare l’esercito. La ragazza ne fu molto sorpresa. «Oh Willie» disse «ma tu non puoi rinunciare a una cosa che fa parte di te. Come potresti mai più esser felice, una volta abbandonato l’esercito?».

«Sarei felice se tu volessi sposarmi» disse Willie.

Felicity gli rivolse un rapido sguardo, incerta se parlasse sul serio. Vide che niente era più serio di quel che diceva.

«Oh, povero amore mio» esclamò con dolore «spero che tu vorrai riflettere prima di farlo. Io non ho alcuna voglia di sposarmi. Se mi deciderò, non saprei dirlo, ma per il momento, Willie, no, non adesso. Se è per questo che vuoi dimetterti, ti prego, non farlo!»

«Ma perché non vuoi sposarmi?» insistette appassionatamente. «Hai detto di amarmi, soltanto poche sere fa me lo hai detto».

«li amo, certo che ti amo. Ma questo che c’entra? Cosa ha da fare il matrimonio con l’amore? Tanti che si sposano, credi tu che siano felici, che si amino? E tanti che non si sposano, si amano forse meno per questo?». (p. 107)

Potremmo dire che Felicity sia una protofemmista, ma la tentazione di definirla crudele e basta è forte. Intanto, eccoci arrivati allo scoppio della seconda guerra mondiale: Willie è pronto, prontissimo, gli hanno promesso che, nonostante si sia congedato, partirà alla volta della guerra. Finalmente. Ora, senza fare troppi svelamenti, abbiamo imparato a conoscere il destino di Willie che, da quel momento in poi, scivolerà giù per una pericolosa china, e il lettore pensa: come dargli torto?

La doppia beffa fa capo al tempismo: Willie sembra arrivare sempre troppo tardi. Cosa rimane di un uomo se gli strappi via il suo sogno? Che se ne fa della sua vita? E se neanche l'amore e il suo calore possono lenire il tormento, allora qual è la soluzione? Il titolo del romanzo ci riallaccia a questo quesito.
Nelle battute finali a farla da padrone è l'amara ironia: oh, Willie riuscirà forse a realizzare i suoi propositi, ma non nei tempi e nei modi che aveva sognato.

Ho amato moltissimo il suo personaggio: un uomo fuori tempo massimo, che vuole un'unica cosa nella vita e che, nonostante faccia di tutto, con garbo e gentilezza, gli viene negata. Potremmo definirlo sfortunato, certo, e c'è da dire che nemmeno i personaggi che gli stanno intorno possono aiutarlo, però Willie non è cattivo, non ha quella rabbia di tipo distruttivo verso gli altri. Ne avrà, ma solo verso se stesso. Nemmeno nei confronti di Felicity, che pure sarà una delle cause del suo dolore, riesce a essere fermo e deciso. 
Idealmente, se fosse stato un pizzico più fortunato, sarebbe stato l'uomo più felice del mondo, e il fatto che non riesca, per così poco, c'era quasi, fa della sua storia un rimpianto amaro. 

Come dicevo in apertura, molti sono i passaggi che ho percepito come attualissimi: Horry che non vuole figli perché il mondo in cui vive non gli sembra adatto a mettere al mondo dei bambini; Felicity con il suo rifiuto per il matrimonio e la sua voglia di indipendenza; Willie stesso che insiste a perseguire un ideale forse già esausto con una caparbietà un po' sciocca ma tenera; gli inganni della politica, le promesse non mantenute, che favoriscono le alte sfere, e magari quelli meno meritevoli, a sfavore della gente "comune".

Il lettore chiude l'ultima pagina con tanti quesiti ed è questo che le grandi Storie devono fare. La domande più urgenti che lascia il testo, almeno per me, sono: quando un sogno si realizza senza la persona se ne renda conto, la colpa di averglielo concesso troppo tardi di chi è? Ed è accettabile? Che senso ha? A ogni lettore la sua risposta.

Deborah D'Addetta