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Il vuoto che si riversa contro una vita che non c'è più ma che non vogliamo lasciare andare: "Dura un'eternità e poi finisce in un istante" di Anne de Marcken

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Dura un'eternità e poi finisce in un istante 
di Anne de Marcken
Crocetti, ottobre 2026

Traduzione di Silvia Rota Sperti

pp. 128
€ 15 (cartaceo)
€ 9.99 (ebook)


Oggi ho perso il mio braccio sinistro. Si è staccato di netto dalla spalla. Janice 2 l'ha preso e riportato all'hotel. Credevi che avrei avuto problemi di equilibrio, invece no. È come tagliarsi i capelli. L'aria si muove in modo diverso attorno alle parti restanti di me. A tratti, anche un senso di novità e di vuoto - liberami, mio io non morto, non guardarmi. (p. 11)

Nell'incipit di Dura un'eternità e poi finisce in un istante, il concetto di perdita si manifesta concretamente con il distacco di un arto che si separa dal corpo, un braccio che si stacca. Anne De Marcken introduce così la propria protagonista: una donna non morta, ancora capace di osservare ciò che le accade intorno con precisione e ironia. In lei però c'è anche un forte senso di dolore per ciò che non rammenta più, come il suo nome, episodi di vita quotidiana che non sa più se appartengano al suo vissuto o a quello degli altri individui intorno a lei. La sua condizione viene raccontata attraverso inconvenienti pratici, tentativi di adattamento o gesti domestici. Proprio questa familiarità rende il disfacimento inquietante: l'impossibile entra nel quotidiano e se ne impossessa con naturalezza.

Il braccio perduto costituisce il primo centro affettivo del racconto. La narratrice cerca di sostenerlo e sistemarlo dentro una manica, per conservarne la vicinanza. A letto, riesce perfino a immaginarlo come il braccio della persona amata. Il dettaglio anatomico acquista così una densità emotiva sorprendente: una parte di sé diventa il surrogato di un braccio, e il corpo mutilato offre ancora una possibilità, per quanto precaria e macabra, di contatto. L'autrice coglie qualcosa di intimo nell'esperienza della mancanza: il bisogno di attribuire una presenza a ciò che rimane, di trattenere nella materia una relazione ormai irraggiungibile. 

C'è un'altra cosa - la maggior parte di noi non ricorda chi è... era... è. Siamo attori non protagonisti di noi stessi. Volti che riconosciamo, ma di cui non sappiamo il nome. (p. 13)

La voce narrante procede con pensieri e ricordi, dando l'idea di essere dinanzi a un monologo a tratti esistenzialista a tratti surrealista, che offrono suggestive aperture di pensiero. Non c'è una linearità né di narrazione né di scrittura: è come un'improvvisazione teatrale. I paragrafi separati da spazi bianchi restituiscono una sorta di coscienza che registra il presente mentre tenta di ricomporre il passato. La prosa poi alterna constatazioni asciutte a immagini di maggiori intensità, lasciando che la commozione emerga da elementi minimi come un ricordo della spiaggia o il desiderio di essere riconosciuta. L'efficacia di questi passaggi quasi poetici risiede soprattutto nella misura con cui l'autrice avvicina il grottesco alla tenerezza, e anche l'umorismo, soprattutto l'umorismo, è parte attiva di questo equilibrio. «Solo i non morti [...] possono capire il vero senso della vita. Non c'è nessun senso, ha detto» (p. 13). Le difficoltà di una donna con un solo braccio, il cane attratto dall'arto staccato, le ambizioni spirituali di un ospite dell'albergo generano nei lettori una comicità quasi scomoda, spesso disturbante. Il sorriso arriva quando il lettore si è già avvicinato al dolore, complicandone la percezione, perché la narratrice dimostra una lucidità capace di spiegare con sincerità il ridicolo della sua situazione. 

L'albergo raccoglie un'umanità alle prese con la sopravvivenza delle proprie abitudini. Gli ospiti, i non morti, impartiscono consigli, cercano compagnia e costruiscono gerarchie. Attraverso il personaggio di Mitchem, De Marcken mette in scena la facilità con cui il linguaggio del sostegno (volto a motivare e supportare) può trasformarsi in una richiesta di adesione: perfino dopo la catastrofe, qualcuno pretende di spiegare agli altri come dovrebbero non vivere e interpretare la propria sofferenza. 

Qui si compie la poesia: la narratrice con la sua delicata ironia e col dubbio di chi ha vissuto un'esistenza e un amore che non vuole abbandonare, vede inevitabilmente crollare tutto, proprio come il suo braccio. Il progressivo smarrimento dei nomi approfondisce la questione dell'identità. Gli ospiti cercano racconti attraverso cui riconoscersi, ma le memorie altrui sono sfuggenti e possono insinuarsi nelle proprie. Chi è chi, dunque? E chi ha vissuto cosa? Raccontare diventa al tempo stesso una possibilità di continuità e una fonte di confusione, come per la storia del giocattolo di Carlos, che in tale accezione, acquista rilievo proprio perché custodisce un legame infantile: un lutto, una traccia materiale del passato. 

Il pensiero della protagonista e voce narrante torna soprattutto a un interlocutore assente. Il dialogo amoroso continua dentro la sua voce, sostenuto dalla speranza di essere ancora desiderabile e  riconoscibile, anche se sotto una forma nuova e mutata. È uno dei punti più delicati del componimento: l'amore viene interrogato nella sua capacità di riconoscere una persona quando vengono meno i segni consueti della sua identità. La ripetizione delle storie condivise appare allora come una sorta di gesto intimo. un modo per verificare che il legame sopravviva al cambiamento. Accanto a queste vulnerabilità, il testo mantiene una severissima tensione morale. La rivelazione dell'uccisione dell'uomo con la camicia rossa incrina ogni solidarietà con la protagonista. La narratrice esamina le giustificazioni con cui aveva già imparato da viva a rendere tollerabile la violenza sugli animali. E parlando di animali, il corvo, infine, introduce un movimento diverso nella relazione con la morte. Dopo aver cercato di conservare un frammento di sé, la donna accoglie dentro il proprio corpo un essere altro (il corvo, appunto). Si può leggere questo gesto come una forma estrema di custodia, attraversata dal desiderio di una nuova percezione di libertà, e così, in questo senso, il corpo diventa anche un luogo capace di ospitare e di accogliere ciò che ci è estraneo. 

Veniamo dalla vita. Da un mondo grigio e inutile fatto di incertezze e autoinganno, di violenza camuffata da compassione, di avidità mascherata da ordine. (p. 29)

In poco più di cento pagine questo romanzo convince per la coerenza con cui elementi (come il bisogno di essere ricordati e di riconoscersi, di non dimenticare l'amore vissuto da vivi e la sofferenza con cui il nostro corpo cade letteralmente a pezzi) si richiamano continuamente creando un equilibrio perfetto. Alcuni passaggi sono più meditativi e rallentano la narrazione, soprattutto quando il dolore viene esplicitato in immagini molto forti per intensità. Anne De Marcken, come un architetto della parola,  costruisce un esordio in cui il disfacimento possiede una sorprendente intimità. «Apro la bocca per dire qualcosa, ma non so cosa. Emetto un suono che è come il ghirigoro che si traccia per far scorrere l'inchiostro da una penna a sfera. Stridulo e un po' troppo energico» (p. 101). La protagonista si allontana inevitabilmente dalla vita ma nonostante questo, non vuole mai smettere di aggrapparsi a essa, con quel che ne resta di sé. 

Cosa in me vuole persistere se non c'è nessuna vita da prolungare, nessuna fame da saziare? Cosa in me vuole morire? (p. 100)

Carlotta Lini