Il mio primo giorno in Giappone
Lafcadio Hearn
Adelphi, settembre 2026
A cura di Ottavio Fatica
pp. 79
€ 7,00 (cartaceo)
€ 3,99 (ebook)
Il viaggio in Giappone lo sogniamo quasi tutti, in qualche fase della vita. Prima di sbarcare, o più probabilmente per noi, turisti del 21esimo secolo, il Giappone prende forma nella nostra immaginazione attraverso il repertorio di suggestioni visive, cinematografiche e culinarie con cui entriamo a contatto in vario modo: il nostro ristorante giapponese preferito in città, l’amica che torna da un viaggio e ci porta un souvenir in carta di riso, le stampe colorate su vestaglie ispirate a kimono che troviamo dappertutto, I sette samurai di Akira Kurosawa, e un’infinità di altre cose.
Arrivare a mente libera in Giappone, senza aspettative, tabula rasa di costumi nipponici, è praticamente impossibile ai nostri giorni. Come sarebbe arrivare invece in Giappone senza alcuna idea di cosa aspettarsi? Questo è quanto accade a Lafcadio Hearn, quando sbarca, il 4 aprile 1890, a Yokohama: questo, inoltre, è il contenuto del brevissimo taccuino che è Il mio primo giorno in Giappone, edito nei Microgrammi Adelphi, dopo il successo di Ombre giapponesi (2018).
In quelle prime settimane non potevo rassegnarmi a rimanere al chiuso a scrivere, mentre c’era ancora così tanto da vedere e udire e percepire nelle vie intrise di sole della meravigliosa città giapponese. Peraltro, quand’anche riuscissi a ravvivare tutte le perdute sensazioni di quelle prime esperienze, dubito che saprei esprimerle e fissarle in parole. Il primo incanto del Giappone è impalpabile e volatile come un profumo. (p. 12)
Irlandese, giornalista del quotidiano Times Democrat, basato a New Orleans, Hearn viene mandato in Giappone per scriverne da corrispondente estero. Ne seguiranno, nei molti anni successivi, reportage giornalistici, libri che raccontavano l’allora ancora estraneo Giappone agli occidentali, un matrimonio con una ragazza locale e la residenza definitiva, fino alla morte. Le appena sessanta pagine di questo libricino, però, raccontano solo il primissimo giorno di questa lunga avventura. Il racconto scorre sotto gli occhi del lettore che, inevitabilmente intrigato, segue Lafcadio attraverso le vie di Yokohama, guarda con i suoi occhi le insegne dei negozi, gli abiti colorati, i visi degli abitanti, e attende impaziente di vedere come si risolverà la sua missione di vedere, in un tempio, una statua del Buddha.
Hearn fu accusato da alcuni di aver descritto il Giappone in modo eccessivamente esotico, peccando di “orientalismo”. Ma Il mio primo giorno non ne contiene traccia: è invece il resoconto dell’incontro, pieno di reciproca meraviglia, tra il viaggiatore occidentale e la popolazione locale, entrambi curiosi e genuinamente desiderosi di conoscersi e capirsi. al contrario, Hearn riconosce e discute l’immaginario un po’ fantastico che il viaggiatore occidentale rischia di proiettare sul Giappone:
Tutti ti guardano con curiosità; ma non c’è mai alcunché di sconveniente, meno ancora di ostile, nello sguardo, il più delle volte accompagnato da un sorriso o da un mezzo sorriso. E la conseguenza ultima di tutti questi sorrisi e sguardi bonariamente curiosi è che lo straniero si scopre a pensare al regno delle fate. […] un mondo dove ogni movimento è lento e morbido, e le voci son sommesse – un mondo dove la terra, la vita e il cielo non somigliano a niente di quello che si è conosciuto altrove – questa, per immaginazioni nutrite di folklore inglese, si rivela senza meno come la relizzazione dell’antico sogno di un Mondo popolato di Elfi” (p. 22-3)
Le incomprensioni pullulano, naturalmente: così, quando entra in un tera, un tempio buddhista, Lafcadio incontra un monaco che gli porge una tazza di tè caldo, nella quale lui, immaginando che si tratti di un’offerta per elemosina, lascia cadere delle monete. Il momento più emotivo, e anche più filosofico, o quasi metaletterario, del resoconto è quando Lafcadio, avendo cercato dappertutto il Buddha, viene posto davanti a uno specchio dove vede nient’altro che la sua immagine:
Io cerco l’immagine della Deità o Spirito tutelare in mezzo ai gruppi di attortigliati candelabri sull’altare. E vedo… soltanto uno specchio, un disco tondo e scialpo di metallpo brunito e, dentro, il mio viso, e dietro questa scimmiottatura un fantasma del mare lontano. Soltanto uno specchio! A simboleggiare cosa? l’illusione? O che l’Universo esiste per noi unicamente come riflesso della nostra anima? (p. 53)
L’incontro spiazzante lascia Lafcadio ammirato e deluso allo stesso tempo: è solo un assaggio del Giappone, l’anticipazione di misteri che richiederanno il resto della sua vita a essere svelati – e per alcuni, neanche una vita basterà. Il mio primo giorno in Giappone piacerà a chi c’è stato, a chi progetta di andarci, un giorno, o anche a chi sogna il viaggio in sé, in qualsiasi luogo, il viaggio come incontro con l’Altro, con se stessi, e con le infinite possibilità dell’altrove.
Michela La Grotteria
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