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Il seguito di "Santuario": Faulkner torna insieme a Temple Drake e a una prostituta-santa che dà il titolo al libro

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Requiem per una monaca
di William Faulkner
La Nave di Teseo, luglio 2026

pp. 304
€ 22 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

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E poi la notte: il buio: forse addirittura il sonno, quando con la stessa mano con cui spegne la luce e si tira addosso le coperte potrà mettere via per sempre Temple Drake e qualsiasi cosa ne avrà fatto, così come Nancy Mannigoe e qualsiasi cosa ne avrà fatto, sempre che intenda fare qualcosa, ammesso che conti in qualche modo se lei farà o no qualcosa, dopodiché nulla di tutto questo dovrà più turbarci. Perché zio Gavin aveva ragione solo in parte. Non è che non devi mai guardare il male e la corruzione; a volte non puoi evitarlo, non sempre sei messa sull'avviso. Non è nemmeno che devi sempre opporre resistenza. Perché devi iniziare molto prima. Devi essere già preparata a resistergli, a dirgli di no, molto prima che tu lo veda; devi avergli già detto di no molto prima che tu sappia anche solo che cos'è. Adesso la sigaretta la accetto, grazie. (p. 147)

Testo ibrido, in parte romanzo, in parte dramma teatrale, Requiem per una monaca di Faulkner è il naturale seguito del suo Santuario, romanzo uscito nel 1931, che introduceva i personaggi indimenticabili di Temple Drake, Popeye, Gowan e Gavin Stevens. Ascrivibile al genere gotico sudista, Santuario raccontava della fuga, rapimento e violenza da parte di Popeye, un malavitoso assassino, di Temple, e del conseguente ritorno della ragazza "alla normalità".
Tuttavia, dopo eventi così tragici, Temple si ritrova a dover fare i conti con la sua dubbia moralità, il dolore, la coscienza, la colpa. Ritroviamo tutti i personaggi principali in questo seguito, al punto esatto in cui devono confrontarsi coi propri fantasmi.

Il testo è diviso in tre parti: ogni Atto è preceduto da un lungo prologo, ciascuno dei quali narra le vicende di una specifica istituzione della neonata città di Jefferson, il tribunale, la sede del governo statale e il carcere. E non si limita a questo: ogni prologo è un lungo pezzo in prosa che affonda anche nell'origine della città stessa, nella fondazione di Jefferson (elemento chiave per far sì che nasca sarà un enorme lucchetto), nella creazione stessa del mondo, e nelle ripercussioni che il progresso avrà su una società forse non pronta ad accoglierlo (in termini quasi profetici).

Come Faulkner ci ha abituati, le parti in prosa sono stilisticamente frastornanti: lunghi periodi, estesi incisi, digressioni aeree che vanno per conto loro, allacciando concetti lontani o senza un nesso narrativo, per poi semplificarsi parecchio nella sezione teatrale.

TEMPLE
Temple Drake è morta.

STEVENS
Il passato non è mia morto. Non è nemmeno passato.
[...]

TEMPLE
(schiaccia la sigaretta nel posacenere)
Allora ascolta. Ascolta con attenzione. (rialza la schiena, tesa, rigida di fronte a lui, lo fissa negli occhi) Temple Drake è morta. Temple Drake sarà sempre morta sei anni più di quanto Nancy Mannigoe possa mai essere. Se per salvarsi Nancy Mannigoe non ha altro che Temple Drake, allora che Dio aiuti Nancy Mannigoe. E adesso vattene. (pp. 110-1)

La prima parte, dicevo, comincia con un prologo in cui un famigerato lucchetto, e la sua perdita, sono causa della costruzione del primissimo tribunale della futura Jefferson. C'è dell'ironia, e anche della critica, nelle sequenze narrative che partono dallo smarrimento del lucchetto all'edificazione delle quattro mura del tribunale. Bianchi e indigeni che collaborano, rimorsi di coscienza, imbrogli allo Stato, e un baule da custodire, insieme a una manciata di fuorilegge che non si sa dove piazzare.
La parte teatrale introduce la figura della monaca del titolo, Nancy Mannigoe, bambinaia accusata di aver ucciso la figlia femmina di Temple, e per questo condannata all'impiccagione. Insiste sulla presenza costante e fastidiosa di Gavin Stevens, avvocato e zio di Gowan (marito di Temple) che segue la coppia a casa perché vuole assolutamente qualcosa. 

Il secondo prologo si concentra invece sulla costruzione della sede del governo, ma prima – con un linguaggio bizzarro e sconclusionato – Faulkner pensa bene di descrivere la genesi della mondo. La seguente parte teatrale, la più straordinaria a mio avviso, vede Temple in preda a un conflitto interiore incendiario: Nancy era una brava donna, ma ha ucciso sua figlia (si scoprirà poi perché e come Temple c'entri), quindi vuole salvarla dalla morte, ma non può farlo perché significherebbe confessare tutto il suo passato.
Lo farà, in una lunga discussione davanti al governatore: ed è proprio qui che torna Santuario, tutte le vicende accadute otto anni prima – l'incidente con l'auto di Gowan, la distilleria illegale, il rapimento da parte di Popeye, lo stupro, il bordello di Memphis, la figura di Red e di suo fratello, le minacce e i tradimenti. Temple, con un rimorso di coscienza, confesserà, soprattutto il male che possiede dentro.

Ecco, Temple ce l'aveva: una persona pagata a settimana soltanto per ascoltare, e si sarebbe pensato che potesse bastare questo; dopodiché arrivò l'altra bambina, la neonata, la condannata al sacrificio (anche se ovviamente questo non lo sappiamo ancora) e si sarebbe pensato che questo dovesse bastare senz'altro, che adesso persino Temple Drake si sarebbe considerata al sicuro, avrebbe potuto essere una persona con la testa sulle spalle, avendo due - com'è che le chiamano i marinai? ah sì, ancore di salvezza - adesso. Invece non bastò. Perché aveva ragione Hemingway. Voglio dire, la ra- la donna in quel suo libro. Non devi far altro che rifiutare di accettarlo. Solo che devi farlo... rifiutare. (p. 169)

La terza parte – prologo e dramma sul carcere – vede i due coniugi, Temple e Gowan in confronto, il peso di ciò che hanno fatto da metabolizzare, sapendo che Nancy sta per essere impiccata. Faulkner, nella parte in prosa, introduce anche la figura di Cecilia, molto importante per capire tutta la terza parte: Cecilia Farmer, figlia del carceriere, rinchiusa in una cella, incide il suo nome sul vetro con un diamante. Questo gesto è di capitale importanza nella poetica del testo perché il nome resta anche contro l'oblio. La persistenza della memoria attraverso il passare del tempo, che sopravvive anche alle persone. 
Nella figura di Cecilia, che vede il mondo scorrere da dietro le sbarre, si intrecciano la vita singola e la Storia. La sua firma fa da contraltare alla pacatezza di Nancy, che non lascia nulla, solo la sua memoria e forse nemmeno quella.

Nella sezione teatrale, poi, Temple e Gowan la incontrano in cella, dove Temple cerca di donare alla bambinaia una morte più serena, confessandole di aver detto tutto del suo passato al governatore. Ma Nancy non ne ha bisogno: va incontro alla fine serena, simile a una santa.
Il gesto di Nancy, seppur colpevole, è stato innescato da eventi cominciati otto anni prima, per cui né Temple né Gowan sono immuni dalla colpa (come ripete Gavin, il passato non è morto e non è neanche passato). Il passato non è mai stato sepolto, e la sopravvivenza – in alcuni casi – è un fardello peggiore della morte. 

Ciò che è bello ma anche crudele di tutta la vicenda è che Temple vorrebbe salvare Nancy attraverso una confessione, uno scarico della coscienza, per liberarsi dal senso di colpa; Nancy però le fa capire che non può, come lei stessa non può tornare indietro e non uccidere la bambina. 

Un testo allora sul peso del passato, sulle colpe incancellabili, sul male insito nella natura umana, sempre contraddittorio, insinuante, difficile da accettare e per di più confessare.
Un testo che ho trovato più piacevole di altri dello stesso autore, ad esempio Mentre morivo. La seconda parte di Requiem, tutta quella che vede la confessione di Temple al governatore, è sublime. 
Certo, non è un libro di immediata e facile lettura, ma basta superare lo scoglio iniziale, e magari prima recuperare Santuario, che ne è il prologo indispensabile.

Deborah D'Addetta