Meccanica popolare
di Pedro Juan Gutiérrez
Castelvecchi Editore, agosto 2026
Traduzione di Gino Tramontana
pp. 240
€ 20 (cartaceo)
Ogni domenica mattina Carlitos va col bidone fino alla periferia della città. I sarti, che avevano la sartoria Reyes al piano terra del palazzo, adesso possiedono due mucche. E vendono latte. Vivono di questo. Non ci sono ormai più stoffe, bottoni, filo, niente. La sartoria chiusa. Oltretutto, a nessuno viene più nemmeno in mente di vestire in giacca e cravatta. Troppo borghese. La moda è vestirsi da miliziani con tanto di stivali militari, sempre pronti ad andare in trincea, con un fucile, o nei campi di canna da zucchero, con un machete, a tagliare le canne per incrementare la produzione di zucchero. Questa è l'idea. La filosofia del momento. Sulle porte impolverate e ben serrate della sartoria, si conserva ancora un manifesto con lo slogan dell'anno precedente, il 1961, ma ancora valido a tutti gli effetti: «Studio, lavoro, fucile! Alfabetizzare, alfabetizzare! Vinceremo!». (p. 117)
Pedro Juan Gutiérrez, uno degli autori cubani più influenti del suo Paese, nonché uno dei più sottovalutati, torna in libreria con una raccolta di racconti particolare: diciassette storie brevi legate tra loro da personaggi che si intrecciano, si mescolano, sembrano non avere nulla a che fare gli uni con gli altri, ma poi – man mano che la lettura procede – si scoprono avere vite e dolori simili.
I personaggi di Meccanica popolare si dividono in due gruppi: alcuni sono irrequieti, desiderano migliorarsi, cambiare le coordinate della propria vita; altri sono apatici, o meglio, arresi, e accettano che alcune cose non si possano stravolgere. Per cui, nel momento in cui questi due tipi di caratteri si incontrano, è chiaro che ne verrano fuori dei problemi.
Il protagonista assoluto della raccolta è Carlitos: ne seguiamo la parabola esistenziale da quando è bambino fino alla giovinezza, più o meno i ventidue anni, un ragazzo sensibile, affamato di vita, interessato a tutto, curioso, con una grande voglia di essere libero dalle convenzioni. Siamo a Cuba, durante il cosiddetto periodo especial, una grave crisi economica che il Paese subì intorno ai primi anni '90 e che seguì il crollo dell'URSS. Venuto meno l'aiuto dell'Unione Sovietica, venuti meno l'accesso al petrolio, ai sussidi, alle materie prime e ai generi alimentari, Cuba andò incontro ad anni di miseria assoluta, causata dalla crisi energetica, alimentare, i continui blackout, e esodi che hanno visto partire dal Paese migliaia di persone.
Si può dire che oggi, leggendo Meccanica popolare, nulla sia cambiato rispetto a quegli anni: Cuba sta affrontando esattamente le stesse sfide, in un periodo non tanto migliore rispetto a quello "especial".
Sentivano il freddo di dicembre. Era quasi mezzanotte e se ne stavano seduti su una panchina del parco alla periferia della città. Carlitos era andato alla baracca di Lorena alle nove di sera ed erano usciti per mangiare una pizza. Dicembre 1969. Non c'erano molte opzioni riguardo al cibo. Si trovavano a Santa Clara, una città grande e moderna, però, da anni nel Paese si percepiva una certa paralisi. Non è che la si percepisse, era la realtà più immediata ed evidente. Carenza di molti beni, economia frenata e in declino. Tutto un po' caotico e mutevole. Ogni giorno c'era qualcosa di nuovo, come in un vortice. Secondo il dizionario dell'Accademia, un vortice indica un agglomerato confuso di eventi, di persone o di cose in movimento. Be', sì. Era proprio così. Un vortice perfetto. (p. 141)
In questa atmosfera precaria, Carlitos e gli altri personaggi cercano di capire, di vivere come meglio possono, a volte riuscendo a emergere, altre volte restando inermi, in balia di cambiamenti più grandi di loro. Molti dei protagonisti perdono qualcosa: chi la fede, chi l'amore, chi uno status, e la perdita è diretta conseguenza del declino economico e politico del Paese. Non si dice forse che durante i periodi di magra la gente deve rinunciare a qualcosa per sopravvivere?
Ecco, i personaggi di Meccanica popolare rinunciano, tranne Carlitos. Lui vuole tutto: un'educazione, vedere il mondo, essere libero. Certo, vuole anche le donne, e tante, ma solo per andarci a letto: non appena sente aria di matrimonio o figli, scappa.
Ciò che invece accomuna ogni personaggio è la ricerca della meraviglia: nonostante alcuni si arrendano, il filo comune della raccolta è proprio l'insistenza nel voler credere che ci sia altro, oltre alla vita banale e misera che conducono. La povertà, i maltrattamenti, la fame: accettano tutto, ma solo perché hanno la forza di fantasticare. E di amare. Carlitos in questo è un maestro: un ragazzo scanzonato, ma molto empatico, maturo per la sua età, nonostante abbia i suoi difetti, soprattutto nei confronti delle donne. Non ci si deve meravigliare che lui e alcuni altri personaggi maschili si esprimano in termini maschilisti: il Paese non è famoso per il suo progressismo nei confronti delle donne, soprattutto in quegli anni.
Le donne protagoniste, al contrario, come nel caso di Sabrina nel secondo racconto, vogliono discutere, mettere in dubbio, andare controcorrente, e lo fanno con coraggio, persino contro la fede e la propria famiglia.
«Una vita anormale! Questo è quel che mi piace, Leopoldina. Una vita anormale! Sposare un pigmeo dello Swaziland. O un gigantesco e selvaggio nero del Borneo, non fa differenza. O un cannibale dell'Amazzonia di quelli che preparano le tsantsa. Qualcosa di pericoloso. Diverso».«No. Un matrimonio normale».«Come quello dei miei genitori? O dei tuoi?».«Sì, naturalmente. Se c'è l'amore...».«L'amore sembra duri poco».«Non lo sai. Non ti sei mai innamorata».«Nemmeno tu. Ma posso immaginare cosa si prova. Una schiavitù. Un business e una trappola».«Non vuoi avere figli? Una famiglia è importante».«Non mi piacciono i bambini». (p. 31)
La scrittura di Gutiérrez è diretta, pulita, senza barocchismi: una scrittura popolare, o meglio, popolana, che rimane aderente e coerente alle vite dei personaggi descritti. Parlano come mangiano, e il lettore ha come l'impressione di ascoltare una conversazione tra amici che si conoscono da una vita. Chiama le cose con proprio nome, senza tirarsi indietro, e ho apprezzato molto che i dialoghi fossero semplici, ma solo in apparenza, perché a una lettura attenta nascondono molto dolore e sensibilità.
Nella postfazione di Gino Tramontana, che ha curato e tradotto il volume, si dice: «quello che viene messo in scena, semmai, è un altrove all'interno del quale i personaggi cercano (e trovano) una fuga dalla realtà e dall'esistenza stessa. Partendo da una verità oggettiva (il che renderebbe l'autore più un verista, che un realista), quel che viene narrato appartiene a una dimensione iperreale, dove tasselli di verità vengono scientemente ingigantiti e sovraesposti più e più volte fino al punto da renderli così realistici da sembrare veri». (p. 217)
Trovo che sia molto vero: il fulcro della raccolta è l'indagine del "dentro" dei personaggi, influenzati dal "fuori" dei cambiamenti che subisce il Paese.
Consiglio la raccolta a chi ama le scritture dirette e le storie di persone (realmente esistite, come dichiara in apertura l'autore stesso) che cercano di stare a galla durante i grandi stravolgimenti della Storia.
Segue intervista all'autore:
DD: Cosa ha significato per lei vivere il periodo especial? Come ha influenzato la sua vita e quella delle persone care a lei vicine?
PJG: Beh, il periodo especial ha segnato la fine di una fase storica. In realtà, c'è poca letteratura scritta su quel periodo. Credo che i libri che ho scritto io sull'argomento si salvino, che potranno continuare a essere letti anche tra qualche anno. Carne de perro, non soltanto la Trilogía sucia, ma uno qualsiasi di quei libri. Credo che si salvino e che riescano ad andare un po' oltre quel momento. Era una situazione estrema, al limite, e da lì è nato un intero stile di vita. Ed è proprio questo che emerge in quei libri.
DD: Mi sembra che i personaggi del suo libro perdano tutti qualcosa: chi la serenità, chi un amore, chi uno status, chi la fede. Carlitos come si inserisce in questo discorso? Credo sia il personaggio più ambizioso ma al tempo anche il più sognatore. E quando un sognatore si trova a vivere in un Paese che non lascia spazio ai sogni, l’unica soluzione è rifugiarsi nell’immaginazione. È una lettura corretta?
PJG: Beh, in realtà Carlitos è un ragazzo curioso. Un ragazzo curioso che sta imparando, un adolescente che sta sperimentando com'è la vita, che cosa succede. E intanto scopre anche le persone che ha intorno e, in qualche modo, continua a imparare. Questa è l'essenza di Carlitos.
DD: Quanto è autobiografico il personaggio di Carlitos?
DD: Credo sia incredibile che la situazione del periodo especial si ripresenti senza troppe differenze oggi a Cuba. Si può dire che nulla sia cambiato, la stessa crisi, gli stessi problemi, i blackout, la carenza di risorse. Qual è, se c’è, la differenza tra gli anni ’90 e oggi?
PJG: Non sono bravo in questo genere di analisi, non sono un esperto di politica. Mi interessa un po' di più la letteratura. Però è difficile. È l'unica cosa che posso dirti: è una fase difficile. E nient'altro.
Deborah D'Addetta

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