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«Credere che qualcuno sia il male non ci dà il diritto di farne quello che vogliamo»: Marina Nemat in “Prigioniera di Teheran” racconta gli orrori e la sua detenzione nel carcere iraniano di Evin

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Prigioniera di Teheran
di Marina Nemat
tre60 edizioni, 25 agosto 2026

Traduzione di Lucia Daniella

pp. 366
€ 19,00 (cartaceo)
€ 8,99 (eBook)

Com’era possibile che il mondo andasse avanti come se non fosse accaduto nulla, come se tutte queste vite perdute non fossero mai esistite? Dopo un po’ i piedi mi fecero male e s’intorpidirono. Rividi me stessa nella notte delle esecuzioni, quando avrei dovuto essere uccisa, in piedi, nel buio, in attesa della morte. Evin mi aveva portata via da casa, da quella che ero; mi aveva condotta in un mondo al di là della paura, mostrandomi più dolore di quanto un essere umano potesse mai tollerare. Avevo già sofferto e conosciuto cosa voleva dire perdere qualcuno. A Evin, però, il senso di abbandono diventava una massa oscura, brutale e infinita, che teneva le sue vittime in uno stato di soffocamento perenne. Come si poteva vivere dopo essere stati in un posto del genere? (pp. 276-277)
«La tortura è un lavoro duro e non è economico se è per ucciderti. […] Con la tortura essi non vogliono distruggere il tuo corpo, ma la tua anima» riferisce in  un’intervista Marina Nemat, prigioniera «per due anni, due mesi e dodici giorni» (p. 282)  nel famigerato carcere iraniano di Evin. 

Il suo messaggio di libertà e la sua autobiografia, costruita su un doppio binario temporale, sono molto importanti, attuali, direi anche urgenti. Da una parte c’è il passato della sua infanzia e adolescenza fino agli avvenimenti che precedono l’arresto e la prigionia e dall’altra c’è il racconto della detenzione, ricostruito e raccontato con uno stile asciutto, immediato e crudo. I capitoli dedicati alla prima fase della vita di Nemat sono inseriti ad arte per presentarci, poco alla volta, le persone che compaiono nella narrazione. È come se ogni passo indietro aggiungesse un tassello e permettesse di comprendere meglio ciò che accadrà. C’è qualcosa di ancora più profondo: la Marina adulta racconta la Marina ragazza, una ragazza che aveva una famiglia, degli amici, una scuola, passioni, convinzioni e un’idea del proprio futuro, prima che la Rivoluzione islamica e poi la prigionia irrompessero nella sua vita. La distanza tra chi racconta e chi allora viveva quegli avvenimenti permette forse alla scrittrice non soltanto di ricordare, ma anche di cercare di comprendere quella ragazza e tutto ciò che le è stato tolto.  

Prigioniera di Teheran si apre con una Prefazione dell’autrice stessa, scritta proprio in questo agosto 2026. Nemat racconta di aver impiegato vent’anni prima di riuscire a parlare di ciò che aveva vissuto. Una volta liberata, i suoi genitori le fecero domande sul tempo meteorologico, ma non sulle torture e su ciò che era accaduto negli orrori di quel carcere. 

Nessuno mi ha rivolto la domanda che desideravo ardentemente sentirmi fare: «Che cosa ti è successo a Evin?». Non ero pronta a parlarne, ma avevo bisogno che i miei famigliari riconoscessero il calvario che avevo attraversato. Se mi avessero fatto quella domanda, avrei risposto che mi serviva tempo, e loro avrebbero potuto dirmi: «Quando ti sentirai pronta, noi saremo qui». Ma quella domanda non è mai arrivata così ho affrontato il trauma da sola, cercando di concentrarmi sul futuro. (p. 10)

Questo  silenzio ha avuto conseguenze profonde, infatti Nemat racconta di aver sofferto e di soffrire ancora di disturbo da stress post-traumatico. Il libro fu pubblicato per la prima volta in Canada nel 2007, Paese che aveva accolto Nemat e la sua famiglia e nel quale vive con gratitudine. Da allora l’autrice ha dedicato gran parte della sua vita a raccontare la propria storia, portando la sua testimonianza in conferenze e incontri in diverse parti del mondo. Ho ascoltato anch’io online diversi suoi interventi, in inglese, e sentirla parlare direttamente rende ancora più evidente quanto il racconto contenuto nel libro non sia soltanto memoria, ma una scelta precisa di testimonianza. Nemat ricorda in ogni occasione che l’Iran prima della rivoluzione culminata nel 1979 era un Paese diverso: aveva un sovrano, chiamato scià, aperto verso uno suo stile di vita occidentalizzante. Sono ricordi concreti, quasi luminosi: le donne potevano indossare minigonne, truccarsi, ballare, indossare il bikini. Il padre di Marina aveva una scuola di ballo, la madre un salone da parrucchiera. La famiglia aveva un cottage sul Mar Caspio, su una lunga costa sabbiosa dove Marina trascorreva le estati con gli amici, in modo spensierato.

Dopo il 1979 molte di quelle libertà vengono cancellate. Il velo diventa obbligatorio per le donne, comprese le cristiane come Marina Nemat e le donne della sua famiglia, ballare in pubblico diventa illegale, persino camminare mano nella mano con il proprio fidanzato può essere considerato un atto contrario alle regole imposte dal nuovo regime. Ogni comportamento ritenuto sospetto, ogni forma di dissenso o opposizione politica può essere punita. La religione diventa potere politico e il potere pretende di entrare nella vita privata delle persone, nei loro corpi, negli abiti, negli affetti, nelle parole. È in questo nuovo Iran che Marina Nemat viene arrestata, a soli sedici anni. Da quel momento la ragazza che conosceva la scuola, gli amici, le estati sul Mar Caspio e una vita ancora tutta da immaginare entra nell’inferno di Evin. Viene sottoposta a torture e a ripetute violenze sessuali. 

Nella Prefazione Nemat ricorda anche il presente dell’Iran e l’episodio di Mahsa Amini, morta in ospedale dopo essere stata brutalmente picchiata dalla polizia morale. È impossibile, a questo punto, considerare la sua storia soltanto come il racconto di qualcosa che appartiene al passato. La repressione, la censura, la violenza e la negazione della libertà continuano a far parte della realtà iraniana. È impossibile leggere queste pagine rimanendo neutrali, almeno per me. E non credo che questo libro chieda neutralità.
Ho letto Prigioniera di Teheran anche alla luce di altre testimonianze sulla censura e sulla violenza del regime iraniano, e proprio per questo sento ancora più forte il valore della scelta di Nemat di raccontare. Dopo vent’anni di silenzio ha trovato la forza di parlare, poi ha continuato a farlo per anni, davanti a persone di Paesi diversi. Finalmente qualcuno parla di cosa succede a Evin, e lo fa mettendo il proprio corpo, la propria memoria e la propria sofferenza al centro della testimonianza.

Questo libro è un atto dovuto, andava scritto.

Andava scritto per Marina Nemat, innanzitutto, ma anche per chi è stato imprigionato, torturato, violentato, censurato e ridotto al silenzio. Sono sicura che senza testimonianze come questa,  il mondo non può conoscere dove può arrivare il fanatismo religioso quando diventa potere politico e pretende di governare ogni aspetto della vita.  

Prigioniera di Teheran trasuda coraggio, speranza, dignità e possibilità di conservare la propria anima anche quando qualcuno cerca deliberatamente di spezzarla.

Quando mi chiedono come sono sopravvissuta a Evin, rispondo sempre che devo la mia vita agli amici che ho incontrato in prigione. Quando la notte della crudeltà umana si fa più buia, sono i gesti di gentilezza e di compassione, per quanto piccoli, a brillare più di qualsiasi altra cosa. (p. 15)

Marianna Inserra