in

Come olio nell'acqua in "Raccolto selvaggio. La tragica scomparsa di Michael Rockefeller" di Carl Hoffman

- -
 


Raccolto selvaggio. La tragica scomparsa di Michael Rockefeller
di Carl Hoffman
Neri Pozza, marzo 2026
 
Traduzione di Gianni Dubbini Venier
 
pp. 384
€ 28,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Vedi il libro su Amazon

Per raggiungere un qualsiasi tipo di equilibrio era sempre necessario avere anche l’opposto. Per rimediare a una morte ne occorreva un’altra. (p. 296)

Chiunque abbia provato a versare anche solo una goccia d’olio all’interno di un bicchiere d’acqua sa che, per quanto impegno metta nel mischiare i due liquidi, essi resteranno sempre e irrimediabilmente divisi. Questa è la sensazione che lascia addosso la lettura di Raccolto selvaggio. La tragica scomparsa di Michael Rockefeller, testo a metà via tra il reportage di viaggio e il giallo, a cura di Carl Hoffman – dato alle stampe, per l’edizione italiana, da Neri Pozza – che ripercorre le tappe che portarono, ormai 65 anni fa, alla scomparsa del giovane Rockefeller.

Come si intuirà dal titolo, da una parte abbiamo Michael Rockefeller – l’olio nella nostra metafora –, giovane rampollo di una delle più ricche e influenti famiglie d’America e del mondo. Personaggio sfaccettato, affascinante e al contempo tragico, l’erede Rockefeller appare lontano dal semplice stereotipo dell'ereditiere viziato ma, questa sarà la sua condanna, comunque pericolosamente superficiale e inconsapevole del luogo che esplora, con la spavalderia ingenua dell’uomo occidentale. E sarà proprio questa inconsapevolezza, unita a un atteggiamento bonariamente predatorio, forse proprio di chi nella vita ha sempre ottenuto quel che desidera con il denaro, a portarlo verso la sua tragica fine. Suo padre, Nelson Rockefeller, all’epoca della scomparsa di Michael – ufficialmente il 19 novembre 1961 – ricopre la carica di governatore dello Stato di New York ma è noto anche come mecenate e collezionista d'arte: fu il fondatore del Museum of Primitive Art a New York (creato nel 1957), ed è proprio seguendo l'influenza e l'interesse del padre per l'arte etnografica ed esotica che il figlio Michael si reca nella Papua Occidentale ed entrerà in contatto, per la prima volta, con gli Asmat.

Qui, nell’Asmat, i Rockefeller erano stati impotenti. Non importava quanti soccorritori potessero assumere, quanti avvocati fossero in grado di assegnare a quel caso. Poco importava quello che le leggi o i tribunali potevano dire a riguardo, o quante persone potenti conoscevano. Tutti gli strumenti a disposizione dei ricchi e dei privilegiati qui erano inutili. Gli Asmat non si preoccupavano di nessuna di queste cose: ne erano immuni. (pp. 163-164)

Ecco svelato, dunque, chi si cela dietro l’acqua nella metafora iniziale: gli Asmat. Popolo indigeno stanziato in una vasta zona dominata da paludi, mangrovie e ampi fiumi nella regione sud-occidentale della provincia di Papua (nella Papua Occidentale in Indonesia), sull'isola di Nuova Guinea, forzato alla convivenza con gli occidentali, da sempre dedito all’arte – che Michael vorrebbe acquistare – e alla caccia alle teste.

Negli anni in cui Michael Rockefeller mette piede in questi territori – e resterà impigliato negli ingranaggi di una macchina molto più grande di lui – la regione della Papua Occidentale – e di conseguenza i suoi abitanti – era al centro di un durissimo scontro politico, militare e diplomatico tra i Paesi Bassi e l'Indonesia, nel contesto più ampio della Guerra Fredda. Mentre gli olandesi tentavano di guidare i Papuasi verso l'indipendenza, il presidente indonesiano Sukarno minacciava un'invasione militare imminente. In questo clima l'amministrazione coloniale olandese, che ancora controllava i territori degli Asmat, cercava disperatamente di dimostrare alla comunità internazionale di avere il pieno controllo del territorio e di aver pacificato i nativi, portando gli Asmat all’abbandono, non senza il ricorso ad atti di violenza inaudita, di una delle pratiche più malviste dalla comunità internazionale: il cannibalismo.

L’intero cosmo Asmat era basato sulla violenza reciproca, non solamente intesa tra gli uomini o tra i villaggi, ma anche tra uomini e spiriti. Non erano solo gli uomini a essere carichi di vendetta: lo erano anche gli spiriti. Se non venivano placati, potevano attaccare un villaggio con la stessa forza dei nemici, facendo ammalare uomini, donne e bambini. Certamente, nei primi anni di contatto con gli europei e probabilmente anche molto dopo, gli Asmat non erano mai del tutto sicuri di chi fossero quegli intrusi bianchi: erano spiriti, oppure uomini? (p.138)

È dunque in questo contesto che avviene l’incrocio di destini dei protagonisti del libro, vittime e carnefici allo stesso tempo, di cui Carl Hoffman traccia profili estremamente nitidi, ripercorrendo tutte le tappe di due viaggi che procederanno in contemporanea – ma solo da un punto di vista narrativo, perché divisa da quasi 50 anni di distanza –: la corsa verso la morte di Michael e il tentativo, operato dall’autore che proprio nella terra degli Asmat si reca, di riavvolgere il nastro per ricostruire le dinamiche che portarono alla fine di Rockefeller per mano di questi ultimi.

Di fatto ero colpevole degli stessi peccati sia di Michael sia dei Rockefeller, che avevo tanto criticato: ero passato attraverso l’Asmat troppo velocemente, supponendo di essere io stesso così importante da poter tempestare gli abitanti dei villaggi di domande e che quelli mi avrebbero rivelato i loro segreti più profondi, senza mai tornare indietro una volta che fossero sorte nuove domande. (p. 282)

Conscio di dover abbandonare lo sguardo, tutto occidentale, del colonizzatore – posseduto anche quando è di tutt’altra natura l’intento – Hoffman cambia radicalmente l’approccio nei confronti degli Asmat: vive con loro, mangia con loro e con loro dorme per un mese intero per riuscire a sbrogliare quella matassa ingarbugliata che avvolge, come una densa cortina di nebbia, la scomparsa di Michael.

Mi piacevano i sapori forti, inclusi i sentimenti e le emozioni più intense del nostro essere umani: amore e odio, violenza, dolore e sofferenza, fisiche e psicologiche. Mi piaceva l’idea di rimuovere le stratificazioni di tutto quello che pensavo ci rendesse “civilizzati”. Da outsider, spesso mi sentivo meno alienato in quei luoghi lontani ai quali nessuno si aspettava che appartenessi e di cui era ovvio che non avrei mai potuto fare parte. (p. 63)

Al di là della ricostruzione del mistero legato alla scomparsa di Rockefeller e alle curiosità che la lettura di questo libro può soddisfare, quello che di più prezioso resta è l’intento di porci davanti a un interrogativo importante: come rapportarci a chi sembra anni luce lontano da noi, celebrando le diversità e sapendo cogliere i punti in comune?

Dopotutto siamo tutti esseri umani che amano, sperano, temono, sentono, sognano e piangono. Ma così facendo ci dimentichiamo che queste differenze sono potenti e sono soprattutto fondamentali per il modo in cui vediamo il mondo, per il nostro posto al suo interno e per come percepiamo gli altri. Ci stringiamo la mano. Sorridiamo. Mangiamo assieme, ridiamo, osserviamo lo stesso fiume e le medesime palme. Ci nascondiamo entrambi nella giungla per andare a far pipì. Ma quello che ognuno di noi percepisce, quello in cui crediamo e quello che per noi è importante, può essere profondamente diverso. (pp.138-139)

Corinna Angelucci