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Il dissenso come pratica quotidiana della democrazia: "Il dominio e il dissenso" di Donatella Di Cesare

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Il dominio e il dissenso 
di Donatella Di Cesare 
Feltrinelli, maggio 2026
 
pp. 144 
€ 13,00 (cartaceo) 
€ 6,99 (ebook) 

In molti saggi si cerca di spiegare il presente attraverso dati, statistiche e ricostruzioni storiche, e altri, invece, scelgono invece di interrogare il linguaggio con cui quel presente viene raccontato. Il dominio e il dissenso. Breve manifesto per chi resiste di Donatella Di Cesare lo fa ampiamente. Il suo è un testo breve, denso e filosoficamente stratificato, che non vuole offrire soluzioni immediate né trasformarsi in un manuale dell’attivismo. L’obiettivo è più radicale: comprendere in che modo il potere contemporaneo agisca sulle coscienze e quali spazi restino ancora aperti perché il dissenso possa esistere

In poco più di cento pagine Di Cesare costruisce un ragionamento che attraversa filosofia politica, linguaggio, diritto e società contemporanea, dimostrando come oggi la forma più efficace del dominio non sia necessariamente la repressione esplicita, ma la capacità di orientare il significato stesso delle parole con cui interpretiamo la realtà. Uno dei nuclei più convincenti del libro riguarda proprio il rapporto tra potere e linguaggio. L’autrice riprende la lezione di George Orwell per mostrarne la sorprendente attualità:

George Orwell ha mostrato con sagacia profetica che il potere non si limita a mentire: modifica il significato delle parole. (p.101) 

È una citazione che racchiude l’intera prospettiva del saggio. Il problema, suggerisce Di Cesare, non consiste soltanto nella diffusione di notizie false, ma nella progressiva trasformazione del lessico pubblico. Quando guerra diventa pace, sicurezza coincide con controllo o precarietà viene presentata come flessibilità, il potere non impone soltanto una determinata visione politica, ma modifica il quadro simbolico entro cui quella politica viene percepita. Il merito del libro sta proprio nel riportare l’attenzione su questo livello, spesso trascurato nel dibattito contemporaneo. Accanto alla riflessione teorica emerge una domanda più inquieta: perché sempre più spesso il dissenso sembra spegnersi prima ancora di trasformarsi in azione? Di Cesare individua una risposta nell’affermarsi del risentimento, sentimento che immobilizza invece di produrre cambiamento. È particolarmente significativa l’osservazione secondo cui «il risentito finisce così per accettare, sia pur con rabbia, il mondo che subisce. Dove prevale il risentimento, si affievolisce il dissenso» (p. 31). 

In poche righe viene messo a fuoco un fenomeno estremamente contemporaneo. L’indignazione permanente rischia infatti di diventare una forma di adattamento, perché consuma energie senza trasformarle in partecipazione politica. Il dissenso, nella prospettiva dell’autrice, richiede invece un’elaborazione critica capace di andare oltre la semplice reazione emotiva. 

Il libro dedica pagine molto efficaci anche alla trasformazione delle figure simboliche della resistenza civile. Particolarmente interessante è il riferimento ad Antigone, paradigma del conflitto tra legge e giustizia. Di Cesare osserva come oggi chi documenta, testimonia e denuncia venga spesso neutralizzato più che apertamente censurato:

 Talvolta viene repressa; più spesso è assorbita, neutralizzata. Così le mille Antigoni restano ai margini, destinate a ripetere all’infinito lo stesso gesto, mentre l’ordine continua a chiudersi su se stesso. (p. 79)

Questo è probabilmente uno dei passaggi più illuminanti dell’intero volume, perché coglie un cambiamento decisivo rispetto ai modelli classici del potere. La marginalizzazione sostituisce la persecuzione diretta, l’assorbimento prende il posto della censura. Il dissenso continua a esistere, ma viene reso inoffensivo. 

La scrittura di Donatella Di Cesare mantiene sempre una notevole compattezza argomentativa. Ogni capitolo sviluppa un ragionamento che procede per richiami filosofici e osservazioni sul presente senza mai rinunciare alla precisione concettuale. Proprio questa densità rappresenta però anche il principale limite del volume. Alcuni passaggi presuppongono una certa familiarità con il pensiero politico contemporaneo e con gli autori chiamati in causa. Il libro non cerca di semplificare la complessità delle questioni affrontate e, talvolta, privilegia la forza dell’affermazione rispetto all’analisi di possibili obiezioni. Alcuni esempi tratti dall’attualità vengono evocati più che approfonditi e il lettore avrebbe forse beneficiato di un confronto più esteso con posizioni differenti, soprattutto quando si affrontano temi fortemente divisivi. Questa scelta, tuttavia, appare coerente con la natura stessa del testo. Il dominio e il dissenso non vuole essere un trattato esaustivo di filosofia politica, ma un manifesto civile. Il suo scopo consiste nello stimolare un esercizio critico dello sguardo, invitando il lettore a interrogare continuamente il lessico con cui interpreta la realtà e le forme, spesso invisibili, attraverso cui il potere costruisce consenso. Il risultato è un saggio che chiede molto a chi legge ma restituisce altrettanto. Più che fornire risposte definitive, Donatella Di Cesare consegna un metodo di lettura del presente, ricordando che il dissenso non nasce soltanto nelle piazze o nei grandi eventi della storia, ma comincia dalla capacità di riconoscere quando una parola viene svuotata del suo significato. È proprio in questo esercizio di vigilanza linguistica e intellettuale che il libro individua la prima, autentica forma di resistenza.

Alessia Alfonsi