Dov’eri, Adamo?
di Heinrich Böll
Oscar Mondadori, 2021
pp. 196
€ 13,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)
Un gorgo senza pace
Una spirale, o meglio un vortice, così nella Postfazione Alberto Cavaglion descrive la struttura del primo romanzo di Heinrich Böll, pubblicato inizialmente in Germania nel 1951. La definizione calza a pennello: i nove quadri, solo apparentemente sconnessi, che rappresentano la fine, più misera che rovinosa, del Terzo Reich, costituiscono un gorgo che risucchia il lettore nelle profondità oscure e abissali della brutalità umana e della violenza bellica, per poi creare un altrettanto apparente movimento di risalita, pronto a interrompersi prima di arrivare alla superficie. Non c’è pace, nell’opera di Böll, né pacificazione. Solo il controllo minuzioso di una lingua che coglie con amara pietà frammenti di esistenze per lo più banali, o mediocri, spesso nel momento del loro collasso.
Decostruire il Reich
La prima vittima della narrazione è il culto dell’eroismo, decantato dalla retorica nazista e mostrato invece nella sua inconsistenza.
La maggior parte delle persone commetteva l'errore di ritenere che un pezzo di metallo lucente sul petto o al collo di un uomo potesse trasformarlo. Sembravano credere che uno stupido potesse diventare intelligente e che un debole potesse diventare forte con una medaglia appesa in un punto decorativo dell'uniforme, una medaglia che si fosse possibilmente guadagnato. Ma Berchem aveva capito che non era vero: ammesso che fosse possibile cambiare un uomo con una decorazione, allora questo avveniva in senso negativo. (p. 162)
Dal primo all’ultimo capitolo del volume, le gerarchie militari vengono descritte come strutture vuote: chi comanda spesso non combatte, e più alto è il grado, più numerose le onorificenze, tanto più il soggetto rischia – o fa in modo – di trovarsi lontano dal fronte. Al tempo stesso i riconoscimenti, le Croci, le decorazioni sono ciò che permette di misurare l’individuo, in un contesto che stravolge ogni sistema valoriale e in cui essere una brava persona o un bravo lavoratore non solo non è sufficiente, ma può anche essere un elemento penalizzante, indizio di debolezza («Maledizione, pensò, sono sempre stato uno stupido. Perennemente onesto e corretto, e quegli altri, gli altri hanno sempre fatto la bella vita», p. 64). Sono i soldati che vivono realmente la guerra, e spesso vi muoiono, senza neanche rendersene conto. Qualunque tributo alla propria umanità viene giudicato, represso o severamente castigato. Il fronte si divide tra meschini e mediocri, e solo i primi, con l’inganno – o muovendo le leve del potere – hanno qualche possibilità di salvarsi.
«Lei ha l'aria a posto» disse il sottotenente.Feinhals tacque.«Insomma,» disse il sottotenente cominciando ad aprire la seconda bottiglia «insomma, abbastanza a posto da capire che questa è una guerra di merda. […] Ho alle spalle una formazione di due anni come pilota di caccia notturni – appena terminata —, la mia formazione è costata allo Stato un paio di graziose casette unifamiliari, e alla fine sono qui in fanteria a farmele dare di santa ragione, a rendere l'anima per andarmene nel Walhalla. Una bella merda, no?» Riprese a bere. Feinhals taceva.«Cosa si fa, in pratica, quando l'avversario è più forte?» riprese il sottotenente ostinato. «Due giorni fa eravamo a venti chilometri da qui e ci ordinavano di tenere la posizione, naturalmente. Eppure eccoci qui. Conosco alla perfezione il regolamento: il soldato tedesco tiene la posizione, si fa uccidere sul posto – qualcosa del genere, credo, ma non sono né cieco né sordo. Mi dica,» chiese serio «cosa stiamo facendo?»«Probabilmente ce la stiamo svignando» disse Feinhals.«Perfetto,» disse il sottotenente «ce la stiamo svignando. Ce la stiamo proprio svignando.» Rise piano. «Il nostro buon regolamento prussiano ha una lacuna: la ritirata non è prevista nella nostra formazione, perciò ora ci tocca l'addestramento sperimentale. Credo che il nostro regolamento sia l'unico che non parla di ritirata: parla di resistere a oltranza, sì, ma con questi qui non si può resistere a lungo. Venga» disse. Si infilò due bottiglie nelle tasche della giacca. «Venga, ributtiamoci in questa bella guerra» (p. 101-102)
Dov’è Adamo?
Lo scenario delineato da Böll, concentrato sul fronte orientale, in un’Ungheria dove
ormai avanza inesorabile l’Armata Rossa,
sempre però lasciata fuori scena, si ricostruisce attraverso pochi dettagli spaziali e temporali. Al centro c’è sempre la rappresentazione degli uomini, militari
o civili, le cui esistenze sono colte in un presente da cui non è dato fuggire,
e che pare esaurirle. Non c’è alcuno spiraglio di futuro, se non a breve
termine (i piccoli sogni di normalità di persone stremate dal conflitto e
private di qualunque prospettive). Gli ideali
piccolo-borghesi si sgretolano e sotto una superficie sempre meno patinata
inizia a emergere il degrado morale,
che per Böll non è effetto, ma probabile causa
del conflitto.
Emblema di questo processo di progressiva decostruzione è Feinhals, l’uomo comune, «un po’ perso» (p. 14), che si ritrova in
guerra suo malgrado e ci passa attraverso, così come attraversa – unica figura
a farlo – l’intero volume, per il resto tenuto saldamente insieme da un continuo
gioco di rimandi, un fitto tessuto
intertestuale tra i diversi capitoli, in cui i personaggi entrano ed escono
di scena, tutti singolarmente irrilevanti, eppure ciascuno fondamentale perché,
seguendone le orme, spesso zigzaganti e confuse, si incrociano quelle degli
altri, già incontrati prima.
È il lettore, non i personaggi, a essere chiamato a mettere ordine nel caos che è la guerra (ma anche la vita), a osservarla da una prospettiva sopraelevata, che è anche però una chiamata in causa, un appello feroce alla responsabilità (se non per il passato, almeno per il futuro). Feinhals era stato, nella vita precedente la guerra, un “architetto molto mediocre” (p. 170) e all’interno del volume è descritto quasi sempre come osservatore, poco come agente. Feinhals non è un eroe, e non ha ambizioni d’eroismo. Eppure è protagonista, perché nel capitolo centrale del romanzo, quello che funge da perno e punto focale dell’intera narrazione, è lui a testare sulla sua pelle la più ardua delle ipotesi, ovvero che l’amore possa salvare.
Dove l’amore non basta
Nel capitolo 5 del volume, infatti, Feinhals incontra Ilona, giovane insegnante ebrea, non praticante e anzi devota alla Madonna cristiana. Ilona è «molto pia, molto innocente e acuta» (p. 78), figura luminosa, che rimette in discussione ogni credenza o ideologia; il coinvolgimento che Feinhals sente per lei muove tutte le domande che la guerra invano prova a soffocare, soprattutto nel momento della inevitabile separazione – siamo nel pieno della deportazione degli ebrei ungheresi, trasferiti dai ghetti a Auschwitz per essere direttamente eliminati.
Quando entrò si sentiva molto infelice, molto vuoto, e aveva l'impressione di essersi perso qualcosa. Sapeva che non aveva senso aspettare, e sapeva al tempo stesso che doveva aspettare. Doveva concedere a Dio la possibilità di far girare tutto come sarebbe stato bello che fosse, sebbene fosse certo che le cose avevano preso da tempo una direzione ben diversa. Lei non sarebbe tornata. Sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe impedito che lei tornasse – era forse una pretesa eccessiva innamorarsi di un'ebrea in quella guerra e sperare che lei tornasse. Non conosceva nemmeno il suo indirizzo e doveva praticare la speranza, doveva aspettare lì sebbene di speranza non ne avesse più. Forse avrebbe potuto rincorrerla e costringerla a rimanere – ma le persone non si possono costringere, si possono solo uccidere, era quella l'unica costrizione possibile. Non si può costringere una persona a vivere, non la si può costringere neanche ad amare, non ha senso; la sola cosa che davvero abbia un potere sugli esseri umani è la morte. (p. 87)
Dov’eri, Adamo? apostrofa tanto il titolo
dell’opera, quanto l’epigrafe posta in esergo, tratta dal filosofo Theodor
Haecker. Adamo è il primo uomo, colui che si sottrae al richiamo di Dio; Adamo
è l’ingenuo che impara il peccato dalla
guerra e della guerra fa il suo alibi.
Il sole che cala a occidente, nelle prime pagine del romanzo, è
rosso come il sangue, schiacciato come una mela deforme, e ricorda a chi
combatte nelle steppe orientali quanto lontano
è il paradiso terrestre, o
qualunque posto si possa chiamare casa.
Al tempo stesso, non è solo l’uomo a sottrarsi all’appello. Anche Dio non risponde alle inquiete domande di Feinhals – e d’altronde è così arrogante, e così umano, pretendere risposte, o demandare responsabilità (lo sa bene Ilona, unica a ricordare che la vera preghiera non è quella formulata per ottenere qualcosa). Non resta allora che ostinarsi in una ricerca di senso che è sempre più difficile chiamare speranza, perché dove viene meno anche questa, l’uomo si trova a vagare nel buio.
Vivisezionare il Male
Non è una lingua chirurgica, quella di Böll, perché non ha nulla dell’asettico, pur essendo precisa e tagliente. È, piuttosto, un linguaggio espressionista, che rivela sulla pagina corpi contratti, deformi, alla Egon Schiele. Il lessico vivido, sensoriale, contribuisce a creare una prosa scarnificata, in cui non c’e una parola più del necessario, eppure ogni parola scelta schiaffeggia, rivolta. Ecco anche perché è fondamentale prestare attenzione ai campi semantici e alle ripetizioni che, laddove ricorrano, spesso sono segnali di qualcosa da ricercare o da attendere; si prenda ad esempio il silenzio profondo e inquietante che accompagna l’arrivo dei deportati nel campo di concentramento, riflesso del silenzio morale degli aguzzini, di quello del mondo di fronte alla barbarie, ma anche del silenzio del divino.
Dentro il campo
Nel capitolo 7 il gorgo raggiunge il suo punto più basso – la letteratura quella più alto. Dov’eri, Adamo? è il primo romanzo in lingua tedesca, ricorda la Postfazione di Cavaglion, ad avere il coraggio di raccontare il lager, proprio in anni in cui ci si interrogava sulla liceità di scrivere dopo Auschwitz e le uniche narrazioni accolte (non sempre favorevolmente, come dimostra il caso di Primo Levi) erano quelle testimoniali dei sopravvissuti. Ma Böll entra nel campo, e lo fa tramite uno sfasamento prospettico, creando uno scarto brutale tra l’iniziale focalizzazione sugli autisti del “camion dei traslochi” utilizzato per la deportazione e ciò che si intuisce essere nel cassone.
Il camion dei traslochi verde aveva un motore eccellente. I due uomini che stavano davanti, nella cabina di guida, e si davano il cambio al volante, non parlavano molto tra loro, ma quando parlavano l'argomento era quasi sempre il motore. «Fantastico, eh» dicevano di tanto in tanto, e scuotevano la testa con stupore e ascoltavano tesi quel rumore molto regolare, forte, profondo, in cui non c'era traccia di suoni inquietanti o sbagliati. La notte era calda e buia. […] Le strade erano strette, troppo strette, perché camion dei traslochi, carri armati e convogli di persone a piedi potessero passare gli uni accanto agli altri, ma più salivano verso nord e più la strada si svuotava, e poterono così per molto tempo lanciare indisturbati a tutto gas il camion verde: il cono di luce dei fari colpiva alberi e case, a volte in curva illuminava un campo, e allora si vedevano emergere, ben definite, le coltivazioni: granturco o pomodori. Poi la strada finì per essere completamente vuota, i due uomini ormai sbadigliavano e svoltarono nella stradina interna di un villaggio qualunque per fare una sosta; tirarono fuori il tascapane, bevvero il caffè caldo e molto forte dalla borraccia militare, aprirono scatole di latta basse e rotonde dalle quali presero della cioccolata, e si prepararono con tutta calma i panini. […] Gli uomini mangiarono comodamente. I loro volti grigi e stanchi si animarono, e quello che in quel momento sedeva a sinistra e che fini per primo si accese una sigaretta e si tolse di tasca una lettera, la aprì e prese la foto infilata tra le pieghe del foglio: sulla foto c'era una splendida bambina che giocava con un coniglio su un prato. Allungò la foto a quello che gli sedeva di fianco e disse: «Guarda un po’ qui - carina, no? La mia piccolina». Rise. «Una "bimba della licenza"» L'altro rispose masticando, fisso l'immagine e mormorò: «Carina, la "bimba della licenza" — quanti anni ha ora?»
«Tre.»
«Non hai una foto di tua moglie?»
«Certo che ce l'ho.» Quello che sedeva a sinistra tirò fuori il portafogli, poi però si fermò improvvisamente e disse: «Li senti? Devono essere impazziti...» Dall'interno del camion dei traslochi verde giungeva un mormorio molto concitato e cupo e le grida stridule di una donna. «Falli tacere una buona volta» disse quello che stava al volante. (p. 109-110).
Molti anni prima della teorizzazione di Hannah Arendt, la
narrazione di Böll ci mette di fronte alla banalità
del male. Chi esegue gli ordini non è cieco e sordo a ciò che lo circonda,
sceglie di esserlo – coprendo la violenza con motivetti patriottici, o
semplicemente distogliendo lo sguardo. La verità emerge solo allora dalla rappresentazione ambientale, che
travalica ogni tentativo di dissimulazione (e non può non venire in mente, a
tal proposito, “La zona di interesse” – «Dentro
al campo c’era silenzio, niente si muoveva, solo dai camini del crematorio il
fumo usciva senza sosta», p. 115) o attraverso il cambio di punto di vista, nel momento in cui l’autore lascia spazio a Ilona.
Il comandante di compagnia Filskeit, di fronte a cui la donna deve presentarsi, è il nazista perfetto: colui che sottomette la ragione all’ideologia, che piega il reale alla propria visione del mondo. Persino l’arte soccombe a questa manipolazione. Grande appassionato di corale, incaricato di dirigere un «piccolo campo del Nord», Filskeit fa del talento canoro il nuovo criterio di selezione dei prigionieri, mostrando ancora una volta l’arbitrio degli aguzzini, la loro volontà di farsi dei decidendo della vita e della morte del prossimo.
Straordinario e spaventoso risulta allora l’incontro del comandante con Ilona. Se l’amore non basta a salvare, forse potrebbe farlo l’arte. Ma questa nuova soluzione non è compatibile con la sua distorsione perversa: per lasciarsi toccare dalla bellezza, per riscoprire grazie ad essa l’Altro in quanto umano, serve avere occhi e cuore aperti. Chi ha invece la mente obnubilata dall’ossessione e dal fanatismo, di fronte a ciò che rimette in discussione ogni suo assunto, non vede che un’unica soluzione possibile. E «obbedire agli ordini» diventa allora un nuovo alibi con cui l’uomo si nega a se stesso.
Una riemersione impossibile
Non tutti, nel volume di Böll, sono ugualmente complici,
ugualmente perduti. Certamente, però, la resistenza
interiore richiede qualità difficili da mantenere nello stravolgimento
portato dal contesto bellico. I capitoli successivi al settimo servono a
offrire una valvola di sfogo a una
tensione diventata quasi insostenibile, ma il lettore è avanzato ormai troppo
all’interno del sistema narrativo per poter credere che ogni ricomposizione non sia solo illusoria.
Carolina Pernigo
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