La maledizione dei Löwensköld
di Selma Lagerlöf
Iperborea, 2026
Traduzione di Andrea Berardini
pp. 384
€ 19,50 (cartaceo)
La maledizione dei Löwenskold ha l’incipit
di una fiaba e il mormorio
sotterraneo dell’universale – come molti altri testi dell’autrice, il
premio Nobel per la letteratura Selma Lagerlöf.
Ci si mette un
po’, va detto, a entrare nel vivo di una trama che si prolunga più di quanto
solitamente non facciano i suoi romanzi. I primi tre capitoli hanno la funzione
narrativa di presentare i personaggi, e il modo in cui le loro strade si
incrociano: protagoniste sono tre donne,
le cui vite ruotano intorno a quella di un solo uomo. Da un lato la
colonnella Ekenstedt, discendente dai Löwensköld di Hedeby, che vive nell’idolatria del suo unico figlio maschio, portato in palmo di mano ed esibito come il
più prezioso dei gioielli; dall’altro Thea Sundler, timida e goffa, che a sua
volta ama il pastore Ekenstedt in segreto e aspetta di vederlo vacillare nella speranza di attirarlo a sé, di diventarne
la confidente e orientarne le sorti; infine Charlotte Löwensköld, limpida e
vivace come l’acqua corrente, promessa
sposa paziente e poi respinta, vittima tanto delle decisioni altrui quanto
del proprio carattere irruente. Al centro di queste correnti emotive,
Karl-Artur, animato da una fede fervente,
talmente estrema e intransigente da bruciare
chi si avvicina troppo.
Vocato al sacrificio in una sequela Christi che non accetta compromessi, Karl-Artur è un giovane uomo difficile da affiancare. È nelle sue mani che si trova l’anello, già motore dell’azione nel romanzo di Lagerlöf che aveva avviato la trilogia di cui questo volume costituisce il secondo episodio. Per lui, l’anello è «il simbolo dell’amore per le cose terrene, che tiene prigioniera l’anima e le impedisce di entrare nel regno di Dio» (p. 58) e dunque ciò che si deve rifiutare, anche quando invece dovrebbe essere prova d’amore e devozione, come nel caso del suo lungo fidanzamento con Charlotte.
Era ben consapevole del pericolo e della gravità determinante di quel passo, ma sapeva anche che quell'estate a Korskyrka aveva amato il mondo più di Dio. Sapeva che Charlotte Löwensköld era una minaccia per la sua anima, e ora voleva erigere tra loro un muro invalicabile. E sapeva che, strappando dal suo cuore l'amore per Charlotte, lo apriva a Cristo. (p. 81)
Più che un affidarsi a Dio, le scelte di Karl-Artur appaiono sfide, tentativi di misurare la sua presenza, o di ottenere un riconoscimento ultraterreno. Kar-Artur, più che integro, appare integralista. Alcuni aspetti del suo agire poi sono problematici, almeno per il lettore contemporaneo, soprattutto per quanto concerne il rapporto con Charlotte: Karl-Artur continua ad accusarla di «indurlo a diventare schiavo di Mammona» (p. 90), e quando perde il controllo e la aggredisce verbalmente, la responsabilità ancora una volta viene deviata, proiettata altrove («le parole gli affioravano alle labbra sorprendenti e inattese, dettate da un altro che non era lui», p. 77). In almeno un caso, alza anche le mani sulla ragazza («la afferrò per le braccia in una morsa di ferro e la gettò con violenza sulla panca di torba», p. 78), un comportamento non proprio in linea con chi si professa credente devoto. E se è indubbio che l’opera sia figlia dei codici morali e sociali del suo tempo, l’impressione è che il fastidio che ne deriva non sia tanto legato al fatto di trovarli desueti, quanto dal riscontrarli invece in qualche modo ancora inquietantemente attuali.
Come troppo
spesso nell’attualità, poi, la ragazza incassa, convinta di un amore in cui una sola parte dà, e
l’altra esclusivamente prende. Tale consapevolezza matura però solo
progressivamente nel lettore.
Ciascuno dei
personaggi sembra infatti agire, all’inizio del volume, in base a motivazioni parzialmente meschine: Thea
è invidiosa e animata da un desiderio mai confessato e irrealizzabile, che
scava dentro di lei come un tormento; anche Charlotte, orgogliosa e impulsiva, compromette la sua relazione per difendere
una posizione assunta solo per puntiglio.
A partire dal
momento della restituzione dell’anello
di fidanzamento, che cade a terra a segnalare la rottura del vincolo tra gli innamorati, tuttavia, ogni capitolo
agisce come un tassello di un puzzle
che si configura poco alla volta; ciascuno aggiunge
un elemento informativo alla narrazione e contribuisce a chiarire le azioni
e i sentimenti dei protagonisti, spesso sovvertendo
l’impressione che se ne aveva avuta fino ad allora.
Selma Lagerlöf
ha il talento delle sfumature e un grande rispetto per i suoi personaggi.
Al contrario di alcuni di loro, lei rifugge
gli assoluti e tende quindi a collocare ognuno nel suo orizzonte di senso, quello in cui anche le scelte più
estreme, impreviste, o sgradevoli, possono trovare una motivazione profonda –
seppur non sempre condivisibile.
Il secondo
episodio della trilogia dell’anello è una storia
sull’amore e la rinuncia, sull’abnegazione
di sé per il bene di un altro. Al centro si colloca però una riflessione sul concetto stesso di
maledizione: c’è davvero una forza altra che agisce sui personaggi, o non
si tratta piuttosto della debolezza dell’animo umano? Si può davvero, dietro
alla condanna che sembra gravare sui protagonisti, leggere la mano di Dio, o di
qualche forza demoniaca o oscura, o non si devono piuttosto vedere in azione
trame terrene? Selma Lagerlöf è credente, ma per lei la fede è valore fondante e
universale, intimo e non esteriore.
Proprio per questo nei suoi romanzi o racconti spesso condanna il falso
moralismo, chi mette la presunta parola di Dio davanti ai valori morali, il proprio credo davanti alle persone, a quel
prossimo che prima di tutto, e per esplicito comandamento, deve essere
rispettato.
Con una sapienza narrativa di cui non si dovrebbe dubitare, anche quando – soprattutto nelle pagine iniziali – verrebbe la tentazione di farlo, l’autrice muove le fila di un intreccio che non va affatto nella direzione che ci si sarebbe attesi. Nel romanzo, l’amore è cieco, l’amore acceca, eppure è anche ciò che dà linfa all’esistenza, che spinge al bene. Ecco perché è importante «amare nel modo giusto» (p. 351), e diventa pian piano molto evidente che solo alcuni sanno farlo. Charlotte, rifiutata come colei che per eccessivo attaccamento al mondo dalla fede, si conferma al contrario come personaggio luminoso e profondamente positivo, in grado di rischiarare chiunque le si avvicini, purché glielo sia concesso:
Era come qualcuno che fosse passato attraverso un fuoco ardente che non l’ha né annerito né bruciato, ma l’ha liberato di tutte le scorie e le imperfezioni, tanto da apparire trasfigurato. Stentava a credere che il giovane Ekenstedt non percepisse il calore di quello sguardo e non si sentisse avvolto da quell’amore. (p. 165)
Carolina Pernigo
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