Troppe persone scrivono della propria vita e trovo che ci sia qualcosa di terribilmente presuntuoso e narcisistico e ripugnante in tutto questo, nel pensare di essere così speciali, nel parlare di sé in quel modo. (p. 128)
Di presuntuoso, narcisistico e ripugnante non ha niente il protagonista di La mucca partorisce di notte, sebbene sia al tempo stesso io narrante e io narrato. A scuotere da qualsiasi rischio di egocentrismo condensato sulla pagina ci sono i tanti eventi che costellano la storia, che si muove su più binari temporali.
Tanto per cominciare, c'è il passato, quello di un'estate durante l'infanzia trascorsa in Kosovo, a casa dei nonni. Il protagonista, a otto anni, è un bambino abituato alla vita ordinata in Finlandia, e non ricorda quasi la vita in campagna dai nonni, dove vigono leggi ancestrali e brutali. Il nonno è tutt'altro che dolce, e anzi questiona sull'educazione che è stata data a lui e ai suoi fratelli, convinto che solo il contatto precoce con la natura – e quindi anche con la morte – possa rendere davvero uomini. Ed è per questo che fin dall'inizio della vacanza, specialmente con il nipotino più sensibile instaura un rapporto brusco, fatto di imposizioni. E la dolcezza del bambino si rispecchia nella mansuetudine di una mucca gravida, e ciò che subisce col parto e con la nascita di un vitellino storpio altro non è che una proiezione della violenza che attenderà anche il piccolo.
Il secondo piano narrativo è quello del presente, in cui il protagonista è diventato uno scrittore di fama, per quanto criticato nel suo Paese d'origine, perché per tutti lui ormai è trapiantato in Finlandia e non può capire appieno cosa significhi vivere in Kosovo, aver vissuto la guerra e le sue conseguenze drammatiche. Nonostante sia tradotto in molte lingue e apprezzato dalla critica, l'uomo è sul punto di togliersi la vita, ma viene distolto dal gesto estremo da una telefonata dalla madre. La donna gli chiede di tornare in Kosovo: è ora di farlo, anche per chiarire una volta per tutte cosa significa ritrovarsi davanti a suo nonno, quella figura tanto traumatizzante.
Non che i rapporti con gli altri membri della famiglia siano poi tanto meglio: ci sono i contatti sporadici con i fratelli; le chiamate della madre e la comprensione solo parziale; le tantissime frizioni con il padre nel passato. Un padre mentalmente instabile, a volte violento e soprattutto imprevedibile; adesso che è morto, non c'è più occasione per rivelargli ciò che sente davvero o per chiarire le tante incomprensioni. Su suggerimento della madre, però, il figlio può ancora scrivere delle lettere che non raggiungeranno il padre, ma che forse porteranno una qualche pacificazione interiore. Perché è soprattutto di serenità che il protagonista ha bisogno.
Queste tre dimensioni, intrecciandosi magistralmente, danno vita a un romanzo duro, in cui il sentimento di inadeguatezza rende il protagonista sempre fuori posto, sempre emarginato, qualsiasi età abbia, qualsiasi posto frequenti e con chiunque si trovi. Non è più considerato kosovaro dai suoi connazionali, ma non è neanche finlandese, per quanto padroneggi perfettamente quella lingua e ormai sia immerso nella cultura scandinava fin da piccolissimo. Vorrebbe qualcuno accanto, ma non riesce a vivere serenamente la sua omosessualità. Scrive, però si sente quasi in colpa per non avere un "lavoro" a tutti gli effetti.
Insomma, La mucca partorisce di notte è un romanzo polimorfo, che sperimenta nel primo filone la formazione mancata di un bambino dolcissimo e poetico, nel secondo la vena esistenziale di un giovane uomo quasi arreso alla sua inadeguatezza e nel terzo la forza confessionale della forma epistolare. Chi si accosta alla scrittura di Pajtim Statovci non deve aspettarsi sconti nel descrivere la crudezza della realtà, la profonda ingiustizia che fa diventare emarginate delle persone innocenti, il disagio di non sentirsi nel posto giusto mai. Potremmo prendere a emblema del romanzo intero questo pensiero del nonno del protagonista: «Vivere è impossibile e morire non ha alcun senso, dopo la guerra l'universo è soltanto una porta» (p. 237).

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