La ragazzina
di Valeria Parrella
Feltrinelli, 2026
pp. 141
€ 17,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
Nulla di ciò che la circondava le era indifferente. Si può chiamare rabbia, o paura, oppure semplicemente la vita dentro una ragazzina. (p. 100)
Santa, puttana,
contadina, eretica, invasata. Combattente vittoriosa, strega messa al rogo.
Tanti hanno provato a definire Giovanna d’Arco, e molte definizioni sono
diventate etichette, marchi d’infamia nel suo tempo. Molte
di queste parole sono state pronunciate, mormorate, gridate da uomini, quelli
che affollavano il mondo in cui Giovanna si muoveva, quelli che comandavano e
imponevano modelli, che decretavano sulla morale, che combattevano le guerre,
come quella dei Cent’anni, che si trascinava ormai da troppo tempo e opponeva
non solo Francia e Inghilterra, ma anche francesi a francesi.
Mi riecheggia alla mente, nell’aprire il nuovo romanzo di Valeria Parrella, il monologo iniziale della protagonista ne L’allodola di Jean Anouilh, altra celebre riscrittura, in forma teatrale: «Comincerò dall’inizio. È sempre più bello, l’inizio. Dalla casa di mio padre, quand’ero bambina. Dai campi, dove pascolavo il gregge la prima volta che ho sentito le voci». Anche Parrella vuole tornare all’inizio: a quando la piccola Jeanne era una bambina strana, diversa, «tutta puntuta, sicura di sé, senza paura, e senza macchia» (p. 14), una bambina che già seguiva ritmi propri, interiori, che già era refrattaria a ogni allineamento. Che spiazzava, sconcertava, disturbava (anche nel piccolo, protetto borgo di Domrémy). Che combatteva con i maschi, e aveva la meglio. Che cercava un suo modo di fare, che inseguiva una propria rettitudine, che non era mai quella pretesa dalla società. Che a un certo punto inizia a sentire delle voci e decide di farsi carico della missione che le affidano: restituire alla Francia il suo re, e al re la sua corona. La verità di Giovanna è esorbitante, non può essere contenuta nel suo corpo di ragazza. È una verità scomoda, che fa inciampare tutti, che obbliga a prendere in considerazione ipotesi sgradite e sovverte ogni regola. È questa verità che la porta a tagliarsi i capelli, a vestirsi da uomo (anche se «in quei vestiti c’era già la trappola finale», p. 64), a partire per farsi ascoltare dai potenti e liberare città assediate.
Tutta questa gente capì che la ragazzina faceva sul serio, che non scherzava e che praticamente era irriducibile. E così tentarono di ridurla.
Ridurla in ceppi, a più miti consigli, ridurla ovvero farla piccola come loro.Gli uomini non sopportano qualcuno che sa dove sta andando, quando loro non hanno un motivo per andare.Gli uomini non sopportano le ragazzine che non li ascoltano.(Gli uomini non sopportano le ragazzine se non le hanno tra le mani.)Gli uomini, alcune donne, il mondo adulto: la gente di potere odia essere messa in crisi; anche i contadini e i pastori. I primi perché stanno pensando alla prossima carica, gli altri perché stanno pensando a come portare il pane in tavola. (p. 16)
Jeanne, la
“pulzella”, non è che una ragazzina:
come una ragazzina è inquieta, vibra di
passione e sdegno, si ribella al potere costituito. Per lei, coerentemente
col suo tempo, il motore è la fede, ma ciò che evidenzia
Parrella è soprattutto la sua coerenza
rispetto al proprio credo, in opposizione a tutte le forze di senso contrario.
Non è confessionale la lettura che si dà del personaggio storico: Giovanna
potrebbe essere una qualunque giovane
donna di ogni tempo. E forse lo è, ipotizza Parrella. Il suo corpo – indagato, ferito, esplorato in
cerca della verginità, infine ridotto in
cenere – si fa elemento naturale;
il suo spirito, riottoso a ogni tentativo di inquadramento, scorre attraverso
il tempo, assume altri volti, altre voci.
L’intento
dell’autrice è esplicito fin dalle prime pagine e poi più volte ribadito,
attraverso commenti che sono come filigrane in grado di orientare la lettura
del testo. Ecco, quindi, cosa non
bisogna aspettarsi: un romanzo storico o biografico. La prosa di Parrella
riesce a essere al tempo stesso semplice,
frammentaria e poetica, e per capire come sia possibile non si può che
leggere il volume, che si muove continuamente in bilico tra dato reale e suggestione.
Giovanna fa la guerra – la impara sul campo, tra i soldati, impara ad odiarla e ne rovescia i comandamenti, ma intanto spezza assedi, mette in fuga nemici che parevano imbattibili, realizza il suo obiettivo di portare Carlo VII all’incoronazione. Che la sua rimanga una tragedia dell’incomprensione lo fa sospettare il coro dei maschi, sovvertimento grottesco di quello della tradizione, che mormorante, stolido, accompagna i suoi passi:
Il coro dei cavalieri: Questa cretina,/ tutte anime belle a cui poi serve la protezione altrui,/ e ci rallentano anche,/ si mettono al centro dell'attenzione,/ vogliono stare al centro mentre noi facciamo il lavoro sporco,/ militare,/ e se ci feriscono moriamo senza piangere,/ guarda come piange la cretina,/ datele qualcosa./ (p. 103)
Non è un quadro
positivo, quello della mascolinità
che esce dal romanzo di Parrella, ancorché non manchino figure che si
riscattano (e la riscattano), come quella del Bastardo, fratello illegittimo
del re, le cui sorti si intrecciano strettamente a quelle della pulzella. Con
poche eccezioni, però, sono sempre i maschi che giudicano, tradiscono, mercificano, condannano. D’altronde, scopre
presto Giovanna sulla propria pelle, quando «un maschio dice a una femmina che è una puttana è perché […] ha paura […]
di sentirsi dire NO» (p. 93).
Mentre i dardi delle parole scoccano insieme alle frecce, la ragazzina procede, sorretta dalla forza della sua coscienza – e delle voci che la guidano –, creatura in continuo movimento, pura energia vitale. Giovanna cresce e prova la gioia, il dolore, la pietà. Trova in questo la forza di scegliere il proprio destino, anche se il prezzo da pagare è alto, e la sottomissione ad esso non è immediata, né scevra di incertezze. È proprio in queste pagine, quelle in cui accompagna la sua protagonista nei giorni della condanna e del sacrificio, che il messaggio di Parrella si fa più che mai politico:
La sua volontà era più grande della sua paura, dunque insostenibile per l'epoca, per ogni epoca, per gli uomini, per ogni uomo. A chi parla bene va frenata la lingua, a chi pensa bene va spenta la mente, una volontà che mette soggezione va uccisa. (p. 130)
Parrella ci ricorda, anche attraverso lo sbilanciamento tra le parti del romanzo, che quel che conta di Giovanna non è la fine, questa fine. È la vita di Giovanna, di quella ragazzina, che deve restare nella memoria, interrogarla. Lo fa attraverso, certamente, una visione di parte e qualche anacronismo interpretativo. Lo fa, però, soprattutto, nella contrapposizione violentissima tra i tentativi di annichilimento e sopraffazione e la resistenza che la ragazzina oppone, nella propria coerenza, nell’adesione alla propria missione. A “ridurla” provarono in tutti i modi, come si è detto: «la mostrarono, nuda, mostrarono che era femmina, che era morta, che l’avevano uccisa» (p. 136); eppure, nonostante questo, o forse proprio per questo, ancora oggi come allora, «in ogni luogo del mondo una ragazzina si mette di traverso» (p. 137).
Carolina Pernigo
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