La penisola delle case vuote
di David Uclés
Neri Pozza, aprile 2026
Traduzione di Sara Cavarero
pp. 720
€ 24 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)
«A quante case siamo?»«Distrutte o vuote?»«Vuote».«In tutta la penisola o in una regione specifica?»«Nella penisola».«Mi mancano i dati di Bilbao. A quanto pare, tutte le sue case sono rimaste orfane»«Hai una stima approssimativa?»«Di Bilbao?»«Del totale della penisola, comprese le ultime della Bizkaia e dintorni. E, se puoi, aggiungendo quelle del recente bombardamento di Almería».«Quale bombardamento?»«Non lo sapevi? Hitler, senza avvisare nessuno, ha attaccato Almería; era furioso perché una delle sue navi era stata colpita dalle forze repubblicane e aveva bisogno di sfogarsi».«Non so in quanti siano morti».«Credo una ventina di persone. Aggiungile al resto».«Va bene. Dunque, vediamo... ho un totale stimato, è difficile fornire una cifra precisa».«Prova. Quante case sarebbero?»«È complicato saperlo...»«Mi serve un numero. Il più realistico che hai».«Circa un milione e trecentomila case vuote». (p. 436)
Romanzo poderoso e caso letterario in Spagna, questo di David Uclés è uno di quei libri per cui serve tanto tempo e una certa predisposizione alla pazienza. Non solo perché conta più di settecento pagine, ma anche perché è un romanzo denso, ricchissimo, fitto di notizie — storiche e non — di espedienti narrativi, di personaggi, di colpi di scena e di commozioni. Sì, perché nonostante il tono apparentemente leggero e ironico, La penisola delle case vuote, già dal titolo, riserva molte pagine amare.
Ci troviamo in Spagna — nel testo Iberia — poco prima dello scoppio della Guerra Civile, quella che precedette i quasi quarant'anni di regime di Francisco Franco (1936-1939). Il luogo di partenza è un piccolo villaggio bucolico andaluso, Jándula, in cui si muove una famiglia di nove persone, la famiglia Ardolento: i genitori, Odisto e Maria, e i loro sette figli. Vivono della terra, dei ritmi della natura: fortemente legati alle tradizioni, ai cicli delle stagioni, non hanno la più pallida idea del cataclisma che sta per abbattersi sul Paese. La narrazione parte infatti proprio dal 1936, mentre il Caudillo galiziano si sta preparando a far scoppiare la guerra.
Citando un famoso film fantasy, il respiro prima del balzo: la prima parte racconta in modo scanzonato le abitudini del villaggio, la sua fisionomia, i rituali, le amicizie e le inimicizie. Una Macondo spagnola, come ha detto qualcuno, dove episodi magici e surreali sono all'ordine del giorno: occhi che piangono sabbia, pane e gabbie d'oro che cadono dal cielo, donne con membra da latte che se amputate ricrescono, uomini che creano collane d'acqua, cieli che si rompono, corpi che si illuminano al buio, portali spazio-tempo in cui la luce e il buio si alternano nel giro di qualche secondo e un'ora equivale a sei mesi, gestazioni di ventisette mesi invece che di nove.
Insomma, un legendarium barocco, che tanto deve al realismo magico marqueziano.
Il testo condivide con Cent'anni di solitudine anche il racconto della guerra: alle storie della famiglia vengono alternati fatti storici realmente accaduti — il massacro di Badajoz, il bombardamento di Guernica, la battaglia dell'Ebro, la presa di Madrid e tantissimi altri — e eventi finzionali come la nascita di un vulcano al centro della Spagna, che erutterà solo dopo aver raccolto tutto il sangue versato dalla guerra.
Le restanti tre parti entrano nel vivo del conflitto civile: la famiglia sarà purtroppo divisa, colpita da abbandoni, lutti, disgrazie di ogni tipo. I due figli maggiori, José e Pablito, partiranno per il fronte, uno in quello repubblicano, l'altro in quello franchista (e qui l'autore ha voluto rendere manifesto lo spirito della guerra che mette un fratello contro l'altro, letteralmente); Odisto sarà costretto a lasciare la sua amata Jándula, errante e vagabondo in un Paese che non conosce; le figlie femmine patiranno le conseguenze indirette della guerra, sole, indifese, esposte ai pericoli; molti moriranno, altri spariranno nel nulla, altri ancora tradiranno.
La narrazione salta da un punto di vista all'altro: seguiamo fedelmente i membri della famiglia Ardolento, ognuno nelle sue battaglie, e nel frattempo l'autore sceglie un'operazione narrativa e strutturale bizzarra, quella che mi piace chiamare "deus in machina": si autodichiara voce narrante, rompe la barriera della pagina, entra nel testo, parla col lettore, decide di cambiare i tasselli in corso d'opera, ma soprattutto si infila in prima persona nel testo perché questa è la storia della sua famiglia (o almeno, così dice).
Ángeles, stanca di continuare a farsi la stessa domanda, si decise e segui il suo innamorato. Si ripromise che lo avrebbe accompagnato fino al rifugio per memorizzare la strada e che poi sarebbe tornata al cortijo a occuparsi dei suoi fratelli. Prendere quella decisione le costò una crisi di nervi. Scelse tra il proteggere e il sentirsi protetta. Era consapevole di aver scelto l'opzione più egoista, ma fu la migliore. Se fosse rimasta, la sua presenza avrebbe evitato qualche morte, ma forse lei non sarebbe sopravvissuta e, cosa più importante: io non sarei mai nato. E ditemi voi che vita avrebbero avuto tutti loro senza il narratore! Ma ogni cosa a suo tempo. (p. 403)
Anche i personaggi nel libro parlano con lui, come fosse un altro personaggio, ma esterno, appena fuori dalla porta di una stanza. Un espediente divertente che aiuta ad alleggerire la gravità di ciò che viene raccontato riguardo la guerra e i suoi orrori (e ce ne saranno molti nel romanzo).
Dunque nazionalisti (o franchisti, insorti, falangisti, carlisti) contro repubblicani (o rossi, miliziani): il fascismo contro il comunismo, a voler riassumere, e la storia ci dirà chi sarà il vincitore. A proposito di miliziani: l'autore, in queste sue incursioni testuali, farà di personaggi realmente esistiti veri e propri compagni narrativi dei membri della nostra famiglia, soprattutto di José e Pablito. Ad esempio, incontreremo spesso Robert Capa e Gerda Taro, che hanno seguito la Guerra Civile per scattare fotografie (la morte di Capa, nel testo, sarà molto diversa dalla realtà, espressa tramite il realismo magico); Pablo Picasso, Machado, Camus, Brassaï, Neruda.
Inoltre, altrettanto spesso, l'autore suggerisce al lettore alcuni brani per accompagnare la lettura, quasi sempre a fine capitolo.
Un insieme di mezzi, quindi, per far sì che chi legge si immerga totalmente nel romanzo.
Riassumere settecento pagine sarebbe impossibile, ma a voler essere bendisposti il romanzo è effettivamente una riscrittura molto personale del romanzo di Marquez, sia perché fa uso dello stesso tipo di realismo magico — tra le altre cose, mi vengono in mente la pioggia di fiori gialli marqueziani contro quella di pane di Uclés, oppure un personaggio che mangia la terra proprio come Rebeca — un realismo magico che accompagna la narrazione, la giustifica, la sottolinea e la rende più vivida, dunque funzionale alla narrazione, e sia perché se Marquez ha usato la storia della famiglia Buendía e di Macondo come capo di un filo lunghissimo per raccontare, tra le altre, la Guerra Civile colombiana (1899-1902) tra partito liberale e conservatore (la cosiddetta Guerra dei Mille Giorni, quindi più o meno tre anni, proprio come quella spagnola), allo stesso modo Uclés usa la famiglia Ardolento e il villaggio di Jándula per fissare un punto di partenza da cui narrare la Guerra Civile scatenata da Franco.
I romanzi si assomigliano per forza di cose, anche se mi piace dire che di Marquez ce n'era sempre uno solo, e apprezzo molto lo sforzo, la ricerca, la ricchezza del resto, una vera e propria impresa letteraria che deve essere costata anni di impegno.
La penisola delle case vuote è bello, commovente, doloroso, ma anche leggero e frivolo, dosato benissimo. Piacerà senz'altro a chi è fan dello scrittore colombiano, ma anche a chi ama i romanzi lunghi, densi, che assorbono totalmente l'attenzione del lettore per portarla in un altro mondo, così vicino a noi eppure così magico, diverso, in cui quasi quasi — guerra permettendo, o forse proprio per questo — vorremmo vivere.
Deborah D'Addetta

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