di Montserrat Roig
Mondadori, 24 marzo 2026
7 dicembre 1894Non so perché mi sposo. Ritengo sia assai difficile prevedere cosa il destino abbia in serbo per noi. Una donna ha bisogno di un uomo al proprio fianco, per timore di ritrovarsi sola, di divenire l'oggetto di scherno della gente. Soprattutto, per timore di invecchiare senza salute e con l'animo inaridito. (p. 40)
Ci narrerà del suo matrimonio con Francisco, l'uomo che le dedica versi ma che lascia essere un abisso fra ciò che le scrive e ciò che le dà. Francisco che la adula, la porta in giro come una regina, la vizia e la guarda «con i suoi occhi sbiaditi che non mi hanno mai capito» (p. 156). Entriamo con facilità ed empatia nell'animo di Ramona Jover, comprendiamo le limitazioni che il suo tempo aveva imposto alla libertà di scegliere l'uomo che le avrebbe vissuto accanto, comprendiamo in che modo la religione avesse inoculato in lei il senso del peccato che l'aveva portata a reprimere la passione per Viktor, l'ammiratore che le aveva fatto scoprire la primavera del cuore.
Della terza Ramona, Ramona Claret, non conosciamo la voce. Le parti che la riguardano sono scritte in terza persona. È quella più distante, sebbene la più vicina storicamente: sperimenta la ribellione e l'amore libero, i vagiti di democrazia in una società ancora franchista. Ancor meno del lettore la comprende la madre:
Non riesco a capirti, ragazza mia, mi sfiancano i dialoghi inutili, senza importanza, pronunciati come se ciascuno fosse decisivo, fondamentale per salvare l'esistenza dell'intera umanità. E i tuoi stramaledetti complessi, anche se va detto, nessuna donna sfugge alle angosce, ai turbamenti dell'alba, alle domande dette e non dette a notte fonda. Su, Mundeta, tesoro, non fare la schifiltosa. Lo sai meglio di chiunque che il tuo destino è di finire sposata, circondata dai bambini. Bambini biondi, belli, con i capelli liscissimi e lunghi. Magari non avrai domestiche, e anche tu con la solita manfrina, da quando sono madre corro tutto il giorno, santo cielo!, e di certo manderai i tuoi figli in una di quelle scuole dove gli insegnano la vera vita, non ti credere. Prepotenti, figli di amanti delle lettere o di liberalotti cosmopoliti, vedranno il mondo da un buco, e gli sembrerà un gioco immenso, ma alla loro portata, un gioco tutto per loro. (pp. 57-58)
Ma, alla fine, la mamma lo sa chi è Mundeta: perché le assomiglia troppo.
È un gioco di rispecchiamenti, in un equilibrio molto precario fra l'immutato femminile archetipico e il panta rei della Storia, che modella le anime, la città, l'amore. Montserrat Roig conosce l'antiretorica, conosce la poesia della prosa, l'introspezione dell'azione. Le tre protagonista non si confessano con il lettore, non "aprono il loro cuore", ma narrano la loro vita, le loro azioni, la loro passione politica, i loro appuntamenti mancati.
Ramona, addio è un romanzo sinfonico. Abbiamo anche una quarta protagonista: Barcelona. Roig fa sentire il profumo delle foglie dopo la pioggia, nelle vie vicino Santa Maria del Mar, il luccichio della vita del Pasaje de Gracia, la sua differenza con la vita della Rambla.
Dire addio a Ramona non è semplice. Si chiude il libro con una velata malinconia e la gioia di avere ritrovato un'autrice importante.
Deborah Donato

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