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Una verità che non si lascia seppellire, neppure dopo quarantun anni. “Il tempo dell’orologiaio”, il nuovo noir di Maurizio de Giovanni

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Il tempo dell’orologiaio
di Maurizio de Giovanni
Feltrinelli, 12 maggio 2026

pp. 272
€ 19,00 (cartaceo)
€ 11,99 (eBook)

Che cosa resta di una colpa dopo quarantuno anni? E soprattutto: può esistere una possibilità di riparazione quando ormai nulla può essere cambiato?

Ora, però, aveva un’occasione.
Non poteva certo cambiare gli eventi. Non poteva certo ornare indietro, ricucire il tempo. Non era come avere tra le dita un orologio da aggiustare perché ricominci a fare il proprio lavoro. La realtà non propone appelli. L’occasione era riuscire a salvare la figlia di quel giovane poliziotto morto per sua mano. Scioglierla dall’ossessione che aveva coltivato per l’intera esistenza, e magari restituirle un futuro. (p. 28)

Questa citazione contiene il nucleo più profondo de Il tempo dell’orologiaio: l’impossibilità di cambiare il passato e il bisogno ostinato di cercare una forma di riparazione. Il tempo, nel romanzo di Maurizio de Giovanni è una presenza costante che condiziona vite, identità e relazioni. Nessuno dei personaggi riesce davvero a liberarsi da ciò che è accaduto quarantuno anni prima, perché il passato continua a lavorare sotto traccia, silenzioso ma vivo, fino a riemergere con tutta la sua forza.

Il tempo dell’orologiaio mette subito in campo una giovane donna in pericolo, una giornalista, Vera Cohen. La sua ricerca della verità sull’assassinio del padre, un giovane poliziotto ucciso quando lei era ancora nel grembo materno, l’ha portata a scoprire molto più di quanto avrebbe dovuto. Troppe verità, troppi nomi, troppi legami con quella che nel libro viene chiamata semplicemente “l’Entità”, una rete sommersa di potere e interessi illeciti, capace di muovere e proteggere chi agisce nell’ombra. Ed è proprio per questo motivo che Vera diventa scomoda, pericolosa, un intruso da eliminare. Ma l’ossessione della giovane non è la vendetta, ma la comprensione. Vera non vuole soltanto sapere chi ha ucciso suo padre, ma soprattutto perché.

Fin da bambina, anzi, fin da prima di nascere, perché quando è avvenuto il duplice omicidio lei non era ancora nata, la madre di Vera l’aveva martellata con questa domanda: perché tuo padre è morto? Qual è la ragione di quell’attentato? Che cosa c’è dietro una bomba che esplode in una cava, una domenica di maggio del 1984 alle undici del mattino? (pp. 15-16)

A quell’omicidio è legato Carlo Malvasi, oggi orologiaio, ma quarantuno anni prima esperto nel far esplodere meccanismi nel momento esatto in cui dovevano colpire. È lui il punto di partenza di una catena che si riapre nel presente, quando il passato torna a bussare con forza inattesa. Accanto a lui emerge anche la figura di Andrea Malchiodi, docente di storia medievale, che si ritrova improvvisamente travolto da una verità impossibile da accettare: l’uomo che credeva morto da anni, il padre che la madre gli aveva raccontato come scomparso in mare, è in realtà vivo e vegeto davanti a lui, in quel vagone e così Andrea si trova a essere legato a una storia di omicidi e fughe che riscrive completamente la sua identità. Da qui la domanda che attraversa l’intero intreccio: che cosa ha spinto Carlo Malvasi a uccidere un giovane poliziotto e un magistrato nello stesso momento? Ed è proprio nel tentativo di rispondere a questa domanda che il romanzo costruisce la sua tensione, tra verità nascoste, legami spezzati e poi ritrovati.

Con Il tempo dell’orologiaio, Maurizio de Giovanni torna nell’universo narrativo inaugurato con L’orologiaio di Brest, pubblicato alcuni mesi prima. Se il primo romanzo introduceva i personaggi e le dinamiche principali della storia, questo secondo capitolo appare invece come un compimento, una chiusura del cerchio in cui il passato torna a reclamare il proprio spazio e nulla può dirsi davvero concluso. Più che sulla trama che è bene lasciare al lettore, qui si vuole evidenziare quanto il romanzo si reggea sulla notevole costruzione dei personaggi e sul modo in cui vengono portati in scena. De Giovanni, anche sceneggiatore, mostra infatti una scrittura fortemente visiva: i protagonisti compaiono dapprima sullo sfondo, quasi indistinti, osservati da lontano, poi la narrazione stringe progressivamente il campo, come farebbe una macchina da presa, e il lettore viene accompagnato dentro le loro storie, fino a comprenderne il ruolo e i legami reciproci. Come negli arazzi, l’intreccio riesce a tenere desta l’attenzione del lettore: una scena si conclude sul più bello, il capitolo successivo ne apre un’altra conclusa la quale si torna a riprendere il filo della scena precedente. I passaggi cruciali che portano allo scioglimento della mistero creano momenti di grande tensione, sembra quasi respirare insieme ai personaggi, partecipare allo stesso battito su di un ritmo narrativo che prende velocità.
De Giovanni costruisce un romanzo piacevole e ben orchestrato, in cui tensione narrativa e introspezione convivono senza sbavature, e dove la dimensione quasi cinematografica della scrittura accompagna il lettore fino all’ultima pagina, senza mai volersi staccare dalla storia.

È una struttura narrativa efficace e coinvolgente, anche se richiede attenzione sin dalle prime pagine. I personaggi sono numerosi e non sempre immediatamente riconoscibili, inoltre molti di loro vivono sotto nomi diversi da quelli di nascita. I fatti accaduti quarantuno anni prima li hanno costretti a cambiare identità, a spezzare ogni ponte con il passato, o almeno a provarci. Per questo motivo la lettura può richiedere qualche ritorno indietro, qualche verifica di nomi e relazioni, soprattutto nei primi momenti della lettura. Si tratta però di uno sforzo che viene ripagato dalla progressiva ricomposizione del quadro narrativo, quando le vicende individuali iniziano a intrecciarsi con chiarezza.

Marianna Inserra