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Dieci autori, dieci inganni letterari: "L'abitudine di mentire" di AA.VV. Racconti inediti a cura di Deborah D'Addetta e Antonio Esposito

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L'abitudine di mentire
di AA.VV, a cura di Deborah D'Addetta e Antonio Esposito
Ossorosso edizioni, maggio 2026

pp. 129
€16 (cartaceo)

Partiamo dall'assunto che ogni forma di narrazione è una menzogna, poiché perfino il linguaggio più puro e autentico è sempre filtrato da due menti: quella dello scrittore e quella del suo lettore. Con L'abitudine di mentire, l'intrigante e suggestiva raccolta di racconti inediti di dieci autori e autrici, pubblicata da Ossorosso edizioni e curata da Deborah D'Addetta e Antonio Esposito, scopriamo quanto l'inganno letterario sia in realtà il risultato stesso della verità. Può sembrare un gioco di parole, e forse lo è, perché in quest'opera il denominatore comune a ogni racconto è proprio determinato dall'invenzione a partire dalla verità. 

Nella prefazione scritta a quattro mani dai due curatori D'Addetta ed Esposito, viene ben spiegato come l'intento della retorica non sia di scoprire o autenticare la verità di un fatto, ma l'obiettivo è invece quello di persuadere. L'arte della persuasione fa sì che l'interlocutore (o in questo caso il lettore) dia per vero un accadimento senza indagarne l'autenticità. Il lettore assume, o meglio, presume che quello che gli viene narrato coincida con la verità.

Il paradosso, quindi, è quello per cui chi scrive necessita di ricorrere alla bugia - una bugia ben organizzata e strutturata - per poter far accedere il lettore alla verità. (p. 6)

Ma dove sta la verità allora? La persuasione, spiegano D'Addetta ed Esposito, è una delle possibili risposte per declinare allo stesso tempo sia la verità che l'inganno letterario. «Un racconto bugiardo potrebbe costruire una verità travestita da inganno, o viceversa [...]». (p. 7) L'idea di affidare a dieci autori e autrici il compito di indagare, decostruire e creare la menzogna, nasce dal bisogno di convincere implicitamente a dare per vero ciò che viene raccontato. Il patto segreto tra scrittore e lettore diviene dunque un atto di persuasione volto a rendere autentico e reale ciò che di fatto è un inganno. Questo atto lo ritroviamo non soltanto nella letteratura ma in tutta l'arte e la missione di questa antologia è proprio di «domandarsi dove inizia il territorio della verità e dove quello della menzogna, essendo comunque consapevoli - soprattutto nel dominio dell'arte - che tutto è verità e tutto è bugia». (p. 8)

Ogni autore e autrice dell'antologia declina la bugia a modo proprio. Ho apprezzato moltissimo come questo affascinante tema sia stato sviluppato, perché ciascuno ha creato qualcosa di nuovo, qualcosa di intimo, disturbante, riflessivo e diverso. 

Sara Cordero con Piombo nel latte ci accompagna nell'inafferrabile Santochiaro, un posto che solo a nominarlo appare come un luogo lontano che «sorge e scompare», impossibile da immortalare perfino in fotografia. Una famiglia, un germe che si è annidato solo nel ramo femminile, un male che la nonna vuole rimuovere, a colpi di preghiera, uova e segni della croce. Tutto è sottosopra, non c'è apparente ordine, nemmeno strutturale, ma loro sanno e bisogna che il male vada rimosso. Ma dalla morte del nonno, la nonna non legge più le uova nell'acqua. Ora, fonde il piombo nel latte e brucia le foglie di alloro, nella speranza di rimuovere il germe, il male, il dolore. Cosa dice la gente? Loro sanno.

Federico Dilirio, con dakota daisen, gioca con la parola, la smembra, la rielabora e ne fa un pentagramma di vocaboli che rendono il suo componimento quasi musicale. Qui la menzogna risiede principalmente nella struttura, nel lessico scardinato e analizzato fino a denudarlo del proprio significato. Tutto è niente e niente è tutto in un circolo virtuoso destinato a fluttuare nella mente dei lettori senza mai esaurirsi, ma capace invece di esaurirli. Forse il trucco è di dissezionare un quaderno e vedere cosa succede.

Beatrice Fagan con La Guadalupe arriva a Città del Messico e ci conduce dinanzi a Juan Domenico Pérez, un meccanico di biciclette con una maniacale devozione per la Guadalupe, fino a farlo apparire un pazzo agli occhi del narratore. La voce narrante è infatti in prima persona singolare ed è a opera di un vecchio cinico e grande osservatore della realtà, come lui stesso si definisce. Tutti i giorni, rigorosamente e sempre alle sei e un quarto di mattina, Juan Domenico pedala verso il santuario della Vergine, madre di tutti messicani. Il 12 settembre un miracolo appare agli occhi del suo fedele, un evento unico e raro che grida subito al miracolo. Da quel momento l'attenzione mediatica insegue Juan Domenico e nella folla si insinua un grande dubbio: devoto fedele o astuto impostore? L'equilibrio tra realtà e menzogna ancora una volta si confonde innescando un inspiegabile scenario di incredulità.

Flavio Ignelzi con Gli immancabili la menzogna viene espressa sotto forma di routine e di senso del dovere. Un invito a cena dai soliti amici e il desiderio di non andare, non per ostilità, ma perché semplicemente non ne si ha voglia. Ci si sente necessari al corretto funzionamento della serata e si mente dimenticando di assecondare prima il proprio volere. Perfino i piatti preparati in cucina sono complici di questo meccanismo di bugia e inganno verso se stessi. L'amicizia dovrebbe essere sincerità e comprensione, un luogo sicuro in cui dimenticare le buone maniere e le maschere dell'apparenza per dar spazio solo ed esclusivamente alla realtà. Ma la realtà non coincide quasi mai con la verità. Qui, non fa eccezione. 

Sarah Majocchi con Open to Meraviglia costruisce un personaggio kafkiano, tale Osvaldo Crosta, un uomo che odia i lunedì e che sull'avambraccio ha tatuato un aforisma di Churchill. Tatuaggio eseguito alla rovescia per una cattiva interpretazione dall'amico Spaolonzi, detto Tino, ma che in realtà si chiama Marco. Crosta è iscritto all'Accademia delle arti fini, ma viene chiamato per lavorare come imitatore di grandi pittori famosi da esporre nelle filiali milanesi di uno studio immobiliare. Un impiego umiliante che  lo manterrebbe, ma che Osvaldo inizialmente rifiuta non appena si rende conto della trama che gli stanno tessendo gli agenti immobiliari. Questi sono come ragni, e nella narrazione, il confine tra preda e predatore oscilla continuamente fino a culminare in una grande verità: «ogni menzogna crea una piccola o grande meraviglia. Serve a nascondere ai nostri occhi una verità nuda e sgradita». (p. 67)

Serena Nadal con Dente di Leone parte da un evento tragico come quello della guerra. Nulla è più falso e ingannevole della guerra, la più grande menzogna dell'umanità. Le protagoniste della sua storia sono una bambina di nome Anna, nata e cresciuta in montagna, e la narratrice, un'adolescente di due anni più grande, che vive con i nonni e aspetta l'arrivo della zia (che puzza di miseria) per avere notizie . E non è forse proprio l'adolescenza stessa la fase di crescita più caratterizzata dal concetto di bugia e inganno della realtà? Infatti la protagonista si serve dell'uso della bugia proprio come astuzia non per ribellione fine a se stessa, ma come unica possibilità per adattarsi a ciò che sta vivendo e trovare un modo per ritrovare il suo equilibrio, che però a quell'età è difficilmente raggiungibile. Esattamente come trovare una tregua e un senso alla guerra.

Lidia Noviello con Ballo cieco attraversa i dubbi esistenziali di Charlie, uno studente di filosofia, che sente di camminare in tondo, senza una vera meta, nel tentativo di far ordine fra i suoi pensieri. Nemmeno l'anno all'estero è riuscito nell'intento di dargli uno scopo, uno scossone per tornare alla realtà. La realtà invece arriva con le sembianze di una ragazza magrissima e minuta di nome Polina. I due iniziano una relazione, dapprima solo d'amicizia poi qualcosa di più, ma tutto è appannato agli occhi di Charlie, perché così come non riesce a mettere a fuoco se stesso nella vita, allo stesso modo non riesce a distinguere la menzogna dalla realtà. Tutto ciò che gli accade non gli sembra reale. Ma se niente è vero, tutto è permesso? (p. 81)

Daniele Scalese con L'anno buono entra nella vita di un figlio con un padre culturista, un cinquantenne ossessionato dal proprio corpo. Sullo sfondo il tema del calcio sembra essere l'unico ingannevole collante tra i due, facendo emergere la sbilanciata e straziante rincorsa tra amore e vergogna. Qui la scrittura si molteplica, e l'ossessione per il corpo diventa centrale, schiacciando il figlio tra l'assenza dell'affetto paterno e il peso dell'imbarazzo di avere un genitore così. «Papà è una caricatura. Lo chiamano Coleman, gli ridono addosso. [...] Respinge le derisioni, le cose come stanno, camuffa la sua realtà, l'aggiusta a misura sua. Resiste nella palestra». (p.93) Tutta la vicenda è filtrata attraverso gli occhi del figlio, un figlio che pensa a cosa suo padre intenda per felicità e a quale bugia confonderà per verità e viceversa. Un figlio che nonostante la rassegnazione per la propria condizione e per quella paterna, trova ancora la forza di chiudere gli occhi e sognare di tornare alla normalità. 

Hilary Tiscione con Tarli esplora i meandri delle atmosfere gotiche con un racconto perturbante. Perfidi burattini (o pupi), le loro risate sinistre, i carillon, tutti elementi cari al genere. La voce narrante ha la camera caratterizzata da questi cimeli e chiede il permesso al padre di disfarsene perché la inquietano e la notte non la fanno dormire. Il padre le risponde che non riesce a coglierne il valore e lei invece non capisce perché la costringa a una morte certa. Uno dei pupi infatti è armato, è il capo fra i tre, e di notte tormenta la protagonista col rumore graffiante della sua spada. «Disgraziati arnesi da banchetto. Teatranti. Simulatori di vite. Prototipi dell'orrore. Perché restavano?». (p. 107)

Pierfrancesco Trocchi con Police on My Back affronta i temi della paura dell'ultra possibilismo e della dismorfia, offrendoci uno sguardo sull'effetto placebo e sulle conseguenze che ne genera. La percezione infatti cambia e distorce la realtà. Il protagonista di questo racconto, Tommaso, è così ossessionato dalla sua idea di avere un difetto fisico enorme (che è tale solo per lui) da esserne così tanto legato, da renderlo reale, perché attorno ad esso ha costruito se stesso e la sua personalità. «Quell'allucinazione mi sembrava la rappresentazione più verosimile della mia anormalità: solo io sapevo quale fosse la realtà e la mia presunzione era esatta, cosmica, come quella di Napoleone o di Giulio Cesare». (p. 115)

Dieci autori, dieci menzogne. Tra inganni, metamorfosi e illusioni, questi racconti hanno esplorato con reale maestria e creatività, il potere della finzione e la sottile arte della persuasione narrativa. Ogni storia nasce da un patto antico: inventare l'impossibile per raccontare qualcosa di vero. E forse è proprio qui che risiede il segreto della letteratura: nella sua straordinaria capacità di mentire con onestà.

Carlotta Lini