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Storia del primo sciopero delle donne. "Sciopero", di Maryline Desbiolles

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Sciopero 
di Maryline Desbiolles
Bompiani, aprile 2026
 
Traduzione di Federica Merati

pp. 144
€ 15,20 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

Non sfioriamo i muri come i topi, non sussurriamo. Occupiamo tutto lo spazio in strada, ci facciamo sentire. (p. 116) 
Da dove partire, per raccontare Sciopero? Forse dal di fuori, per avvicinarsi per gradi al cuore del romanzo, dalla copertina con quattro donne in fila, in marcia, ai paratesti, fino a toccare la narrazione in sé, in tutta la sua meravigliosa forza. 

Così, nella quarta di copertina si leggono le parole del quotidiano francese Le Figaro, che si chiede “Ma come fa? Come riesce Maryline Desbiolles a insinuarsi con tanta grazia e delicatezza – e con altrettanta forza e rabbia – nei pensieri più intimi e nei corpi delle quattro giovani operaie che ha deciso di sottrarre all’oblio?”. Credo che questa domanda se la ponga ogni lettore di Sciopero, stregato, pagina dopo pagina, dalla narrazione intima e sensazionale di un’onda di operaie, analfabete e senza qualifica, che organizzarono il primo sciopero delle donne nella Francia del 1869. 

Scendiamo un ulteriore gradino: la struttura del romanzo è organizzata attorno all’idea di staffetta. Quattro donne, quattro storie, quattro passaggi di testimone che le portano dall’arrivo nelle filande della seta di Lione, alla presa di coscienza dei loro diritti e degli abusi subiti, alla rivolta. “Supponiamo che si passino un bastone”, dice la narratrice; “l’essenziale è non farlo cadere” (8). Così i primi quattro capitoli – Staffettista 1, 2, 3, 4, e i relativi punti di incrocio, di sovrapposizione, i passaggi di testimone – ci introducono nelle vite di Toia, di Rosalie Plantavin, di Marie Maurier e di Clémence Blanc: quattro ragazze cresciute in luoghi diversi, tra il Piemonte e varie regioni francesi, e arrivate al mestiere di ovalista per vie e necessità diverse. 

Ovalista: questa la loro qualifica nella filanda – o meglio, il loro compito, perché la gestione dell’ovale è un lavoro che non richiede alcuna qualifica, e pertanto non si accompagna ad alcun diritto
Queste donne occupano una posizione così umile da essere costrette a vivere sempre come serve. Le ovaliste sono le serve dei mulini, di cui l’ovale è la parte centrale, la forza motrice. Ovale deriva dal latino ovum, uovo. […] Nel frattempo, per tutta la settimana, in piedi dodici ore al giorno, sorvegliano fino alle sette di sera i mulini, di cui tolgono e ricaricano i rocchetti, controllando la qualità della seta, annodando e sciogliendo i fili rotti. Non hanno bisogno di alcuna qualifica. (p. 29) 
La prospettiva su queste quattro giovanissime donne è precisa, la narratrice ce le mostra da vicinissimo, nell’intimità dei loro pensieri, delle loro paure, dello spaesamento che vivono nel passare dalla vita in famiglia, in campagna, a dividere il letto con una ragazza sconosciuta, e passare lunghi mesi faticosi a sperare di non ammalarsi di tisi, e guadagnare meno degli uomini per più ore di lavoro e molto più sforzo fisico. I nomi delle quattro ragazze sono autentici, e la narrazione di Desbiolles segnala i punti in cui i documenti forniscono tracce loro, le loro firme con una sola x, i loro spostamenti, e dove invece la sua penna inventa, per riempire i buchi di una storia lacunosa. 

Così conosciamo Toia, quindici anni, che ha sempre vissuto nel suo paese tra le Langhe fino a che il parroco locale ha convinto i suoi genitori a inviarla nella filanda in Francia, per farsi la dote, prima di sposarsi, là dove gli stipendi sono doppi che in Italia. Conosciamo anche Rosalie Plantavin, la ragazza che zoppica e che ha lasciato dietro di sé, in un'altra città, suo figlio, un bambino nato da uno stupro, e che lei non riesce a tenere in braccio. Marie Maurier, che viene dalle montagne dell'Alta Savoia, è invece conosciuta per il suo buonumore, e la sua cicatrice sulla mano che la riporta ai ricordi di casa. E infine Clémence Blanc, Clémence piena di rabbia, contro i padroni, i datori di lavoro, tutti gli uomini che si attribuiscono il diritto di possedere le donne, di aggredirle, di trattarle come oggetti.

Il tema della staffetta è centrale, perché Desbiolles tramite esso ci mostra come sia proprio tramite il confronto continuo, il vivere a strettissimo contatto con le altre, con le compagne di lavoro, che si formi lentamente la convinzione di meritare di più e il coraggio per chiederlo ai padroni 
Sono parole che non inebriano ma fanno venire sete di guadagnare più di 1,40 franchi, di guadagnare 2 franchi come gli uomini anche se è impensabile, di essere pagate a ore, non a cottimo, di ricevere vitto e alloggio come qualsiasi altra persona e non come serve, di avere il diritto di sedersi, di fare più pause, di avere una stanza tutta per sé, o almeno un letto tutto per sé, di lavorare dieci ore e non dodici, di avere un letto e del tempo libero. (p. 88) 
Queste donne che non sanno leggere né scrivere devono affidarsi ad altri per far arrivare le proprie richieste: ad altri, a uomini che facciano da scrivani di lettere ufficiali, mentre loro si riuniscono sotto la guida di una donna carismatica e si preparano. Si preparano, perché quando le loro richieste vengono ignorate, inizia lo sciopero, che porta confusione, sobillazione – ma mai violenza –, e si consuma nel giro di qualche giorno. 

Sciopero è un romanzo breve ma fulminante nell'originalità strutturale e nella complessa rete che riesce a costruire tra le esperienze individuali delle donne e i fili inestricabili della Storia. La prosa di Desbiolles è elegante, pulita e affilata come la lama di un coltello, e ci si stupisce di come riesca a rendere giustizia ai contorti movimenti che animano il corpo e il cuore di queste quattro donne: "La ribellione non era il suo forte", scrive, "mentre è piantata come una spina nella carne di Clémence Blanc, una spina che si pianta sempre più a fondo e non può essere rimossa" (p. 71).

Non sveliamo di più sul destino dello sciopero e di queste donne, ma invitiamo a scoprire questo libro e la storia del primo sciopero di donne operaie: negli stessi anni in cui Marx sosteneva l’auto-liberazione dei lavoratori, e in cui in America veniva approvata la legge sulle otto ore quotidiane di lavoro e si sceglieva per convenzione la data del 1 maggio come festa dei lavoratori, ancora una volta le donne restavano fuori dal progresso della civiltà. Semplicemente, la Storia guardava altrove. 
Questa è la lezione che hanno tratto dallo sciopero. Nel nostro mondo, saper leggere e scrivere permette di emanciparsi. E loro desiderano ardentemente essere emancipate, essere un po’ più libere. (p. 134)

Michela La Grotteria