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«Non c’è amore possibile in un mondo infelice»: “Alaska” di Valentina Maini

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Alaska
di Valentina Maini
Bollati Boringhieri, febbraio 2026
 
pp. 208
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

«Gli animali a furia di stare vicini imparano a dormirsi addosso, le donne sincronizzano i cicli, gli amanti si entrano nei sogni». (p. 90)

Sarebbe un errore catalogare Alaska come una semplice storia d’amore. Quella tra la ventenne Maia Novelli e Sergio, uomo adulto con moglie e figli, è sì una passione travolgente non limitata alla sfera carnale, ma, pagina dopo pagina, si sposta sul terreno del controllo e della psicologia. Tuttavia, una volta finito, si capisce che il romanzo aspira a qualcosa di più. Come l’ungherese László Tóth in The Brutalist, Maini progetta un sistema di gallerie sotterranee al testo, fitto di rimandi. I capitoli brevi e la grande quantità di punti e virgola – marchio distintivo della scrittrice – creano un ritmo sincopato, in linea con l’andamento della relazione tra i due. Velocità diverse, come le loro età: 

«Tutti i suoi gesti le arrivavano rallentati, erano stati compiuti in un tempo precedente e non erano per lei. Lo osservava in differita». (p. 44)

Maia scopre l’amore e lo riconosce subito. Capisce che «quello che sta accadendo è l’esatto opposto della libertà. Era bello. Restò» (p. 26); inizia a vedere il mondo con gli occhi di Sergio, cercando nel proprio sguardo il riflesso di lui, «dettagli che avrebbero potuto attrarlo, elargire qualcosa che lei non possedeva» (p. 101). Maini dimostra di saper sviscerare la mente di un personaggio, mostrando cosa fa l’amore a chi lo prova: 

«Era bello. Acqua ferma di palude. La sua presenza la rendeva frenetica e scarsamente necessaria, muoveva troppo gli arti, camminava a una velocità che non si addice alla saggezza, non parlava, affastellava termini usurati a espressioni innaturali, le idee non si formavano abbastanza da arrivare al linguaggio. Storpiava le parole e inciampava sui dittonghi. Lui non si toglieva i vestiti, i vestiti cadevano ai suoi piedi, scivolavano, lui li accompagnava lasciando a Maia il gesto di levarli». (p. 61)

Questo libro è, prima di tutto, una riflessione sull’arte e sugli artisti, in quanto persone «più sensibili, il loro cuore […] particolarmente vulnerabile e la loro vista penetrava insondabili abissi» (p. 76). La protagonista cova una «energia oscura» (p. 14) e si compiace del «caos che è in grado di generare» (p. 15). Vive in simbiosi con l’arte, l’unico mezzo capace di descrivere il suo stato d’animo, popolato di «forme mostruose che Maia ritrovava nei suoi quadri. Si generavano universi paralleli e deformi, come se la realtà svelasse per squarci la sua vera natura e lo facesse proprio con loro» (p. 37). La stessa difficoltà Maia la riscontra nell’approcciarsi alle altre persone, poiché «la durata delle relazioni sembrava dipendere dalla capacità di aprirsi e chiudersi, come fiori marini. Una capacità respiratoria» (p. 52).

La seconda parte del libro si distingue per la scelta coraggiosa dell’autrice di spingere oltre la nevrosi della protagonista attraverso un narratore inaffidabile. Il tema del sogno, fino a quel momento intervallato nel testo e riconoscibile dal corsivo, impone di colpo il suo punto di vista, traghettando il lettore con la prima persona plurale. I pensieri sembrano brulicare come conigli lynchiani in attesa, poi bussano alla mente di Maia e la invadono come parassiti. Sulla scia di Isabelle in The Dreamers, Maia è un misto di erotismo, realtà e alienazione; un’artista che «non capiamo che cosa intenda mostrarci, se il disfacimento della psiche per mano della realtà o la fagocitazione della realtà per mano della psiche» (p. 194); una donna che conclude il suo percorso di crescita acquisendo una consapevolezza silenziosa e perturbante, capace di mettere a disagio chi le sta accanto: 

«Osservava il vuoto con un’intensità tale da convincermi che fossi io a non vedere abbastanza». (p. 198)

Alla fine, Alaska lascia una domanda aperta: se la vita fosse tutta un grande sogno che ci sogna? L’amore precipita, «ogni opera d’arte ha origine in quel precipizio» (p. 57), e i due non smettono di alimentarsi a vicenda. E forse è proprio per questo che «Non c’è amore possibile in un mondo infelice» (p. 194).

Leonardo D’Isanto