di Rohan O’Grady
Neri pozza, novembre 2025
Traduzione di Ada Arduini
pp. 256
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Rohan O’Grady, pseudonimo della scrittrice canadese June Skinner (1922-2014), ritorna in auge con un romanzo che è stato dimenticato per oltre cinquant’anni, come del resto era già successo per altri suoi libri. La scrittrice pubblicò quattro romanzi con lo pseudonimo irlandese di Rohan O'Grady e un quinto con lo pseudonimo di Ann Carleon, tra il 1961 e il 1981. Dopo essere caduta in disgrazia all'inizio degli anni '80, perché i suoi scritti vennero ritenuti amorali da una certa critica, la sua carriera ha visto una ripresa nel 2010 con la riedizione del suo terzo libro, Let's Kill Uncle del 1963, da cui fu tratto anche un film nel 1966, con la regia di William Castle, dal titolo italiano “Gioco mortale”.
La maledizione dei Montrolfe, ora in italiano grazie a Neri Pozza, è stato pubblicato in America e Inghilterra nel 1962, con vari titoli: Pippin’s Journal: Or, Rosemary Is for Remembrance che include numerose illustrazioni di Edward Gorey, (il geniale illustratore e scrittore che, per citarne uno, ha influenzato la visione di Tim Burton) ma anche The Curse of the Montrolfes e The Master of Montrolfe Hall, ed è un libro che sfugge alle categorizzazioni, perché include in sé diversi generi: racconto di fantasmi dalle atmosfere gotiche, ma anche avventura, thriller e romanzo epistolare.
La vicenda vede il protagonista principale, un certo John Montrolfe, arrivare a Cliff House, maestosa dimora sulla scogliera inglese, da tempo in rovina, gestita dall’anziana tata Beckett. Una casa che è dei Montrolfe da generazioni, così come la maledizione che grava sui membri della famiglia e che non ha risparmiato nemmeno John, costretto ad una deformità fisica che lo fa fuggire dagli altri e lo fa sentire al sicuro solo dentro le mura di quella dimora strana e austera.
Nella mia camera c’era qualcosa di strano e meravigliosamente consolante, che mi faceva sentire come un orso nella tana, o un uccello nel nido, la sensazione di essere tornato a casa, e iniziai a rendermi conto del perché mio zio Nicholas avesse trascorso Trent’anni lì dentro. (p. 31)
I suoi sogni cominciano a popolarsi di pensieri stravaganti e di entità, fino a che, un bel giorno, una misteriosa fanciulla lo raggiunge in sogno e allieta la sua vita; John se ne innamora e prova a sfiorarla e così anche quel bel sogno svanisce, lasciandolo in preda al delirio, come è già successo ad altri membri della sua famiglia.
A questa vicenda iniziale, che funge un po’ da contesto e cornice, si aggiunge il ritrovamento di un manoscritto, nella biblioteca di famiglia, redatto proprio da quella giovanissima fanciulla e che ci porta nel mondo di Catherine Barton. Nata con uno spirito ardente, una mente brillante e un cuore che non conosce paura, forse vittima dell’incantesimo di un certo Max Fabian, misterioso bandito dalla bellezza di angelo caduto.
Anche questa vicenda però nasconde ben altro e sarà un erede di quei tempi a fornire le prove a John, consegnandogli gli atti di un processo che raccontano la triste fine di Catherine e la morte di un uomo presumibilmente innocente. È a quel punto che John decide di fare qualcosa per interrompere la catena di sventure legate alla maledizione, compiendo un gesto che ci fa intravedere una maturazione del personaggio e la sua parabola di riscatto.
Il racconto è intriso di mistero e di atmosfere perturbanti, che prendono forma in uno dei più acclarati topos della narrativa gotica, ovvero la casa e i suoi segreti. Cliff House è insieme rifugio e prigione, ventre materno e sepolcro. La maledizione non grava solo sui Montrolfe: impregna i muri, si deposita nella polvere della biblioteca, filtra tra le crepe delle finestre come la salsedine del mare.
L’autrice mette in scena la maledizione attraverso documenti, frammenti, versioni contrastanti. È un gotico che si interroga sulla propria natura, quasi un gioco letterario sul potere delle storie di generare fantasmi.
Il merito di questo romanzo è quello di proiettare i fantasmi interiori all’esterno e tra questi fantasmi ci sono anche quelli della società dell’epoca e quelli di cui la stessa autrice fu poi preda, il fatto di non essere compresi e di essere osteggiati; inoltre il protagonista soffre per la mancanza di amore e per il peso dell’eredità familiare. Il passato però non si dimentica e prima o poi bisogna farci i conti.
Samantha Viva

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