La luce degli incendi a dicembre
di Matteo Bussola
Einaudi, 2025
pp. 144
€ 16,50 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
“L’uomo è l’unico animale che nasce due volte: una quando viene al mondo, e una seconda quando cerca di capire chi vuole diventare.”
Matteo Bussola ci ha da tempo abituati ad aspettarci e ricercare nelle sue opere un preciso punto di vista: è forse proprio nella scelta del taglio, più che nei contenuti in sé, che risiede la sua forza narrativa. Bussola lambisce esistenze differenti (donne o uomini di età diverse, giovani in crisi, coppie d’innamorati) e con grande delicatezza ci accompagna a esplorarne le sfumature, i nodi irrisolti, i nuclei di potenzialità. È il rispetto per i personaggi e le loro storie, vero e proprio trait d’union, che rende i suoi romanzi spazi accoglienti per il lettore. I treni e le stazioni, poi, intesi – alla lettera e simbolicamente – come luoghi del viaggio e dell’incontro possibile, sono un terreno già esplorato, in quel piccolo capolavoro che è Il tempo di tornare a casa. È qui che ancora una volta torna la narrazione, ne La luce degli incendi a dicembre.
Il segmento anagrafico intercettato questa volta da Bussola è
quello di un’età di mezzo, in cui la
giovinezza è ormai alle spalle, ma la
vita brucia ancora. Due personaggi si incontrano su un treno, e non è
l’inizio di una barzelletta, né quello troppo facile di un colpo di fulmine.
Lei, Margherita, è una donna che ha dato troppo agli altri ed è
stata data troppo per scontata. A farla esplodere un episodio banale, due
calzini lasciati su un letto, ma due calzini, ancora una volta di troppo. È in
questo troppo, non casualmente più volte ripetuto, che si nasconde la sottile angoscia di chi inizia a
interrogarsi sul senso del proprio esistere, in una vita in cui non sembra
essere rimasto più niente per sé. Per questo motivo la donna ha lasciato a casa
un marito e un figlio, che da lontano, allarmati, continuano a pretendere di
dirle cosa può o non può fare. Non ha piani chiari, vuole solo andare lontano, e vedere il mare.
Anche lui, Marcello, è un uomo che ha sacrificato troppe cose all’attenzione per gli altri. È un
giornalista, abituato a «farsi vuoto»,
per accogliere le storie altrui. A differenza, di Margherita, che parte, lui
sta tornando, da una figlia molto amata. Ha con sé dei piccoli pacchetti
avvolti in carta dorata, e un sacco di avventure alle spalle, e sulle spalle,
che hanno dato forma al suo modo di sentire, e di guardare.
Quasi inavvertitamente i due si trovano a parlare, prima con prudenza, un po’ arrugginiti, poi sempre più a proprio agio, curiosi. Sono due persone che si interrogano su se stesse e sul mondo che le circonda, di cui vedono ormai nitidamente tutte le incrinature, coperte da veli d’oro che non riescono davvero a mascherarle. Tanti sono i temi sfiorati e lasciati alle spalle, forse un po’ frettolosamente, come del resto impone la conversazione su un treno tra quasi sconosciuti. Tutto può essere messo in campo, per iniziare a delineare i caratteri degli interlocutori: la crescita, il senso e le ombre del matrimonio, le caratteristiche dei generi, reali e stereotipate, le aspettative della società, le promesse formulate e tradite, i sogni e le ambizioni, gli effetti del tempo sulle relazioni…
Parlavano di figli, di adolescenze, di macerie e di salvezze possibili, ma in realtà stavano parlando di loro stessi, entrambi lo sapevano e entrambi non volevano smettere.
Quelli di Marcello e Margherita sono due caratteri diversi, quasi agli antipodi: lei è irruente, pronta a infiammarsi; lui più pacato, diplomatico, portato all’empatia e pronto a mediare. Quando si incontrano, non solo fisicamente, nel vagone del treno, in qualche modo si riconoscono, scelgono di fidarsi, e quindi di affidarsi. Entrambi provano paura, per un’intimità imprevista, eppure agognata. Il momento perfetto, però, deve restare congelato in uno spazio e in un tempo ristretto, per non confrontarsi con i compromessi del dopo, o almeno di questo cercando di convincersi i protagonisti. Chi ha fatto l’esperienza del naufragio continua a sentire il rumore del mare. È un’abilità non scontata quella di tramutare il marchio del trauma in qualcosa di generativo. Il rischio maggiore è quello di ricadere nell’«abitudine di restare», cioè di permanere in una situazione di infelicità per abitudine rassicurante, per non deludere il prossimo. E così i destini di due individui si giocano tutti in una manciata di attimi, in una fermata che dura forse troppo poco per ipotecare la propria esistenza.
La luce degli
inverni a dicembre non è forse il romanzo migliore di Bussola, dal punto di vista
della costruzione narrativa. L’impianto è quasi
completamente dialogico, e i comprimari, personaggi intercettati e lasciati
andare durante le ore trascorse sul vagone, appaiono come meteore dalla scia
labile. A divampare, del resto, sono i due protagonisti, e non poteva che
essere così, come suggeriva fin da subito il titolo al lettore non disattento.
Il breve volume si configura innanzitutto come un invito all’ascolto di sé, di quei desideri che premono da dentro, che, se repressi o inascoltati,
potrebbero prima o dopo trovare modi di esprimersi esplosivi e dannosi, e che
se invece vengono correttamente indirizzati possono diventare pura energia, in grado di scaldare
anche una giornata d’inverno, fuori e dentro la metafora.
Bussola ci fa arrivare questo messaggio, come sempre, senza l’attitudine di chi vuole a tutti i costi trasmettere insegnamenti universali. La sua è soprattutto, ci spiega lui stesso, una «lettera d’amore». E dal momento che «una storia, o meglio la maniera in cui scegli di raccontarla, può letteralmente modificare la percezione della realtà», non si possono formulare giudizi su questo romanzo prima di aver letto le ultime righe, quelle in cui meglio se ne chiarisce il senso e si spalancano nuove possibilità.
Carolina Pernigo
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