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Un convento portatile per il ventunesimo secolo, ovvero: quello che ti succede oggi è già successo a una monaca cinquecento anni fa

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La saggezza del convento
di Ana Garriga e Carmen Urbita
Mondadori, febbraio 2026

Traduzione di Giulia Zavagna

pp. 264
€ 19,50 (cartaceo)
€ 13,99 (ebook)

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Ben presto ci siamo rese conto che una combriccola di carmelitane scalze spagnole del Cinquecento poteva analizzare le complessità del panorama amoroso contemporaneo con un livello di finezza che nessun episodio di Sex and the City avrebbe mai potuto raggiungere; che una clarissa cappuccina che pratica il digiuno nell'Italia del Seicento può aiutarti molto più di un qualsiasi guru della body positivity; e che nessun intervento di Ana Botín sull'empowerment femminile sarà mai all'altezza delle lezioni che una gerolamina messicana può offrirti per imparare a gestire il tuo capo. Clarisse, carmelitane scalze, gerolamine, domenicane, benedettine... Fra tutte avevano accumulato una saggezza collettiva che, inaspettatamente, sembrava fatta su misura per ciò che ci teneva sveglie la notte. (pp. 14-15)

Testo critico e accademico, ma molto pop, questo divertente saggio di Ana Garriga e Carmen Urbita - dottorate e ricercatrici spagnole, nonché ideatrici di un podcast di grande successo dal titolo La hijas de Felipe - si propone di guidarci nella peripezie della vita grazie agli insegnamenti e alle esperienze di un gruppo di suore scelte, vissute tra Cinquecento e Seicento, il campo di ricerca di entrambe le autrici.

Ma perché proprio le suore? Intanto, perché pare che abbiano una risposta a tutto; e in secondo luogo, è innegabile che, negli ultimissimi anni, la nuncore - la tendenza culturale, musicale ed estetica che unisce il glamour al mondo monastico femminile - sia di gran moda. Pensiamo a Rosalia, con l'ultimo album Lux (e tanto di aureola schiarita dall'acqua ossigenata sul capo), a Lili Allen, col suo disco West End Girl, e a Rihanna, fotografata per la cover di «Interview Magazine» vestita da suora sexy. Per non parlare di alcune sfilate di haute couture (Balenciaga, McQueen, Chanel), dove lo stile monastico ha fatto faville diventando subito trend.

Le autrici del saggio uniscono questo approccio molto contemporaneo, citando serie tv, film, album musicali, esperienze personali come dottorande senza una lira e schiacciate dalla fomo e dal bisogno di validare la propria carriera in una delle università private più esigenti al mondo (la Brown di Providence, dove hanno condotto il dottorato) alle proprie ricerche accademiche, seriose, puntuali, ricchissime di storie sulle suore del Siglo de oro

Il testo si divide in sette ambiti, in cui ci vengono presentate delle figure monastiche femminili che hanno eccelso proprio negli stessi: Amiche, Lavoro, Corpo, Amore, Soldi, Spirito, Fama. Lo scopo è guidarci attraverso un vademecum, una sorta di "convento portatile", come lo chiamano le autrici, perché tutto quello che ti capita oggi, nel XXI secondo, è già capitato a una suora del XVI e XVII secolo prima di te

Non importa in quale secolo leggerai queste righe: le abitudini alimentari delle donne, lo sappiamo fin troppo bene, sono sempre state oggetto di discussione (p. 94)

Non importa in quale secolo leggerai queste righe: il gayradar di una madre fondatrice e di un moralista gesuita sarà sempre più accurato dell'intuizione di una folla di haters reazionari (p. 125)

Non importa in quale secolo leggerai queste righe, né quali eccentrici talenti possiedano le tue amiche: ti basterà riunirle in una stanza e scrutarle con occhio imprenditoriale per scoprire quale potrebbe essere il vostro Business Conventuale (p. 162)

Non importa in quale secolo leggerai queste righe: non lasciare mai che siano gli altri a dare un nome ai tuoi demoni (p. 186)

Come non partire dunque dalla star assoluta di quegli anni: Santa Teresa d'Avila. La celeberrima suora, fondatrice dell'ordine delle carmelitane scalze, è protagonista del primo capitolo (ma viene citata spessissimo anche nei successivi): sotto la lente d'ingrandimento, oltre ai suoi innumerevoli meriti e altrettante imprese degne di una business woman d'oggi, c'è il suo rapporto con Maria di San Giuseppe, amata e odiata amica e "collega". Il capitolo Amiche, infatti, si concentra - prendendo spunto dall'amicizia tra Santa Teresa e Maria - sulle gioie e i dolori dei rapporti amicali tra donne, che sappiamo tutte, possono regalare grandi soddisfazioni, ma anche grandi frustrazioni.

Il capitolo Lavoro, con lo stesso schema, prende in esame altre figure monastiche per raccontarci di come il convento, in realtà, sia una sorta di azienda multinazionale in miniatura, con le sue regole, gli orari, il burnout, i colleghi, i rapporti complicati con il capo, l'umiliazione di uno stipendio misero, la giostra dei colloqui di lavoro, il responsabile che ti odia e che non ti farà mai fare carriera. La suora eletta per questo capitolo è Sor Juana de la Cruz, la disobbediente (che, fun fact, compare sulla banconota da duecento pesos).

La stessa struttura narrativa viene portata avanti anche per i successivi capitoli: in Corpo - e citando un'altra manciata di suore - le autrici ci raccontano i patemi della dieta, le privazioni, il digiuno, le auto percosse, l'anoressia, le levitazioni miracolose, i rapimenti mistici. Tutte espressioni del corpo che, nel caso di suore come Veronica Giuliani e Santa Caterina, si verificavano nella deprivazione volontaria da cibo (il golden ticket per accedere alla santità); nel nostro, come donne del XXI secolo, nella costante attenzione che poniamo sull'aspetto fisico, il peso, le rughe, l'invecchiamento precoce, la menopausa. Anche qui, consigli spassionati da parte delle sante, beate e mistiche del Cinquecento e Seicento.

Caterina morì a soli trentatré anni, esausta e malnutrita per via di quel digiuno tanto aggressivo. Il rigore della sua dieta e la sua pirotecnica ostentazione di un'eroica penitenza avrebbero ossessionato poi intere generazioni di monache, tutte tentate dai falsi doni spirituali promessi dalla cosiddetta "santa anoressia". Se noi siamo dovute crescere all'ombra dell'infausto motto di Kate Moss - "Niente è più buono che sentirsi magre" -, una macabra assurdità che invocava un'esistenza squallida sostenuta da poco più che sigarette, Veronica, come molte altre suore, crebbe sotto l'influenza di un altro motto - "Niente è più buono che sentirsi sante" - dalle conseguenze non meno funeste. (p. 97)

In Amore, Anna di Gesù e Beatriz de la Conception ci parlano di amori saffici, di rapporti tossici, gelosie, scenate, insomma di quelle "amicizie particolari", come le chiamava Santa Teresa, che tanto preoccupavano la Chiesa. 

In Soldi si potrebbe usare l'adagio: "senza denaro non si cantano messe". E così, ancora una volta Santa Teresa, imprenditrice di se stessa, e una sfilza di nepo monache (facendo il verso alle nepo baby) ci guidano attraverso la nascita di start up, micro business, la ricerca di fondi, l'elemosina per poter avere un rimborso spese.

In Spirito, le autrici ci parlano della figura della mater dolorosa e inneggiano alla dignità della lagna, al diritto a lamentarsi.

Infine, in Fama, un'ultima manciata di suore star ci raccontano come hanno affrontato il desiderio della canonizzazione (che le autrici, ironicamente, associano alla spunta blu di Instagram come sorta di "fama autorizzata"); la brama del successo; la perdita e l'acquisizione di adepti (followers); il merchandising (sì, alcune suore hanno lanciato un proprio merch, solo che invece delle magliette, monetizzavano sui rosari miracolosi); la fomo.

In un articolo pubblicato nel 2019 dall'«Huffington Post», Eve Fairbanks proclamava: "Arrivano le suore millennial"' Dopo decenni di declino, la vita religiosa tornava a essere attraente per centinaia di giovani donne: "Che diavolo sta succedendo?" si chiedeva perplessa la scrittrice americana. "Tutto" le avremmo risposto noi. Tutto quello che sta succedendo in questo momento sembra invitarci a cercare rifugio in uno spazio sicuro dove il cibo, l'alloggio e la routine sono garantiti e dove convive una comunità mossa da un proposito comune. Ma eravamo così disperate da abbandonare le nostre avventure del ventunesimo secolo e accettare le restrizioni che comportano i voti di castità, povertà e obbedienza? Assolutamente no. Le quattro mura del convento non erano la nostra via d'uscita, ma le monache che le avevano abitate per secoli lo erano senz'altro. (p. 224)

Insomma, il testo è divertente, pop, istruttivo perché unisce l'approccio di due giovani donne e ricercatrici al proprio lavoro accademico. E davvero, leggendole, si ha l'impressione che le suore del Siglo de oro ne abbiano passate di cotte e di crude e possano davvero darci un consiglio o due su come affrontare le peripezie della vita.

Deborah D'Addetta