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Uno squarcio nel cielo di carta della Seconda guerra mondiale: "I Santi Mostri" di Ade Zeno

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I Santi Mostri
di Ade Zeno
Bollati Boringhieri, febbraio 2024

pp. 204
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Di tanto in tanto appaiono libri che sono come uno squarcio nell'offerta ripetitiva del mercato editoriale e rischiarano le nostre prospettive con la loro originalità. I Santi Mostri fa esattamente questo; d'altra parte, Ade Zeno aveva già attirato l'attenzione col suo surreale e onirico L'incanto del pesce luna, nella cinquina del Premio Campiello 2020.  

Con I Santi Mostri cambia quasi tutto, ma non lo stile e un certo gusto per l'analisi dei corpi e il loro imparare a vivere con sé stessi, accettandosi nonostante tutto. Il romanzo prende le mosse nella Germania del 1923 ed è destinato a spingersi fino alla fine della Seconda guerra mondiale: sono anni densi, destinati a plasmare le coscienze o per adesione al nazismo o per il suo rifiuto. In questa dimensione storicamente così ben connotata, che di tanto in tanto affiora contestualizzando l'opera, si muove uno strano circo: è quello messo insieme da Gebke Bauer, un ragazzo che, come leggiamo nella prima pagina, ha sempre avuto «paura di deludere i genitori» (p. 11). Innanzitutto, per via della sua diversità: Gebke ha dodici dita. E per questo si considera un mostro. Ecco perché si è fatto confezionare dei guanti neri che nascondano il suo segreto, che in ogni caso continua a roderlo interiormente e a condizionare la sua vita, portandolo alla solitudine. 

Almeno finché Gebke, ai tempi dell'università, non si accorge che fra i suoi coetanei Eckart Brandt nasconde anche lui un segreto: suo fratello Jörg, affetto da ipertricosi e definito nel quartiere "uomo scimmia". Anche Jörg, come Gebke, ha preferito isolarsi, ma le cose stanno per cambiare. Nel dicembre 1923, infatti, Gebke conosce Jörg  e i due si sentono affini, in quanto "mostri" che vogliono sottrarsi allo sguardo altrui; in primavera, poi, la decisione di uscire allo scoperto e di provare a passeggiare per il quartiere senza prestare attenzione agli sguardi altrui. Da lì al desiderio di andarsene lontano il passo è breve. 

In poco tempo, appoggiandosi prima a un circo già esistente e in fallimento e poi dando vita a una compagnia indipendente, Gebke e Jörg creano uno spettacolo mai visto prima, insieme ad altri uomini e donne ritenuti da tutti semplicemente degli storpi. Non offrono al pubblico l'ennesimo freak show, tutt'altro: lo spettacolo mostra come persone che sarebbero altrimenti socialmente emarginate possano diventare celebri artisti; al centro, ci sono i loro talenti e non le loro deformità o le mutilazioni. A bordo di uno scalcinato B-type prima appartenuto a Eckart Brandt e soprannominato affettuosamente Geraldine, la compagnia di Gebke inizia a girare le città della Germania e a meritare applausi sempre più fragorosi (persino quelli di Marlene Dietrich!). 

Le reazioni sono un po' sempre le stesse: gli spettatori all'inizio vanno per curiosità, per vedere qualcosa di strano, e poi si stupiscono per la bravura dell'equilibrista cieca o per il numero in cui Jörg recita il Paradiso perduto di un fantomatico poeta italiano. Benché quasi nessuno capisca le parole, la lettura melodiosa di quelle sillabe fa il resto e colma tutti di sorpresa. E lo stesso stupore avvolge tutti i numeri pensati dalla compagnia.

Se i Santi Mostri hanno progressivamente successo, si deve anche alla loro abitudine di stringersi a bordo di Geraldine e ospitare chi, storpio ed emarginato, desidera un'altra chance nella vita. La compagnia si amplia, con annessi e connessi problemi di convivenza, sempre però superati dall'approccio di Gebke, costantemente incuriosito dalla vita degli altri e generoso nel pensare che non si può lasciar giù chi, come loro, è nato diverso.  

E mentre i Santi Mostri si esibiscono e meritano applausi, si aggiungono repliche e guadagnano di che vivere (la loro fama supera di gran lunga le risorse che riescono a mettere da parte), imperversa il governo di Hitler e scoppia la guerra. Sappiamo come la pensasse il Führer dei disabili, e dunque non possiamo evitarci di temere per la sorte dei Santi Mostri, a cui abbiamo imparato ad affezionarci, pagina dopo pagina. Se state già immaginando deportazioni e stragi nei Lager, bene, siete in errore: Ade Zeno rifugge la scontatezza anche in questo, così come ci porta ad amare i suoi personaggi pur senza alcun patetismo. Empatizzare con loro non significa sussurrare "oh, poverini" e provare compassione; anzi, vuol dire parteggiare per Gebke e i suoi, perché ottengano la visibilità e il riscatto sociale che meritano come individui, e non come "storpi". E, al tempo stesso, temiamo che abbiano fin troppo di successo, vista la necessità di quei tempi di passare sotto silenzio e di non attirare l'attenzione dei soldati. 

Con una scrittura perfettamente equilibrata, certamente frutto di un cesello dei migliori, ovvero quello che fa sembrare tutto spontaneo e naturale, Ade Zeno mette in scena una commedia umana straordinaria ai tempi della Seconda guerra mondiale: vi incontreremo un'apertura genuina verso gli altri, mai ostentata, e la commovente capacità di ingegnarsi per trasformare quelli che di primo acchito sembrano dei limiti in semplici caratteristiche di una «bellezza fraintesa» (p. 20). E così, senza alcuna volontà di darci una lezione di inclusione, Ade Zeno riesce con una storia a parlarci di accettazione, rivincita, amore, fratellanza, in un periodo storico in cui invece salvarsi a scapito di chiunque altro era per molti l'unico imperativo categorico. 

GMGhioni