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#CriticaLibera: "Girls will be girls" di Emer O'Toole - essere ragazze sul palcoscenico della performance di genere

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Girls will be girls
di Emer O'Toole
Le plurali, 2021

pp. 308
€ 18,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)


È solo un costume. È solo un gioco. È solo una messinscena. Noi siamo solo un costume, un gioco, una messinscena. Una volta che ci viene assegnata la coreografia del genere, nessuno è nudo. È tutto un travestimento. (p. 91)

Quando sentiamo di non poterci mostrare in pubblico senza che le nostre gambe siano perfettamente depilate in genere ci raccontiamo che non si tratta di una forma di disagio indotto, ma di una scelta che ha a che fare con il nostro star bene con noi stesse. I peli sono sporchi e antiestetici, dicono, ma ovviamente solo quelli delle donne.
Quando evitiamo di indossare una maglia scollata o una gonna di qualche centimetro più corta di quelle che mettiamo di solito preferiamo dirci che semplicemente non è il contesto adatto e sì, certamente lo faremo un'altra volta. Quando spendiamo parte cospicua del nostro stipendio in prodotti di beauty routine che rendano la pelle più brillante, le rughe meno evidenti, le impurità più nascoste, ci piace pensare che lo stiamo facendo per piacere di più a noi stesse, e non per rifletterci in uno specchio fatto dagli sguardi degli altri.
Uso di proposito la prima persona plurale come la usa Emer O'Toole in certi passi del suo Girls will be girls, con lo scopo di inglobare in questi tre semplici esempi - che forse ad alcuni potranno sembrare anche un po' abusati - una serie di fenomeni che ci riguardano tutte e che hanno un impatto sottile, profondo e implacabile sul modo con cui le ragazze, e poi le donne, stanno nel mondo. Chi nega l'esistenza di aspetti come questi probabilmente non ne ha ancora preso coscienza, perché è proprio così che succede con tutti i comportamenti che diventano automatici in quanto imposti come dominanti.

Le plurali, casa editrice che pubblica testi di saggistica e narrativa esclusivamente firmati da autrici, ha un catalogo che racconta una missione molto interessante, e ha anche il merito di aver portato in Italia il libro di O'Toole, professoressa associata di Irish Performance Studies alla Concordia University e già autrice di altre raccolte di saggi che parlano di drammaturgia e traduzione.  
Questo volume è pieno di teatro, è scandito dal linguaggio del teatro perché il tema portante dell'argomentazione è che tutti noi interpretiamo il genere come performance. Sin da piccoli riceviamo un copione che gli adulti hanno scritto per noi con l'obiettivo di coreografare e dirigere il nostro comportamento nella società. Una rappresentazione che altri prima di noi hanno già interpretato, prevalentemente basata sul binarismo di genere. Si diventa ragazze alla maniera in cui vogliono che siano le ragazze: innocue, tenere, comprensive e accoglienti, compiacenti, flessibili negli atteggiamenti come nei giudizi. E ci inganniamo dicendo che tutto questo ha a che fare con la nostra natura, con il modo con cui funziona la nostra mente, fisiologicamente diversa da quella maschile. Peccato che di naturale in questo processo ci sia davvero poco e niente. 

O'Toole smaschera e decostruisce tanti dei modi con cui indossiamo i vestiti del nostro genere e interpretiamo il personaggio, e lo fa raccontando in prima persona la sua storia e il suo percorso di non conformità del corpo.
Come dicevo, è un "io" che sa molto di "noi". In un mondo in cui anche il linguaggio privilegia l'identità e l'esperienza maschile il primo passo per operare questo processo di smascheramento è proprio la riappropriazione di un linguaggio proprio. Ma è impossibile trovarlo senza prima sollevare il velo della rappresentazione in cui siamo immersi mentre impariamo a comportarci da brave ragazze eterosessuali.
Girls will be girls è come un faro puntato su un palcoscenico in cui prende corpo una narrazione a due tempi: c'è il tempo del mondo esteriore che definisce i comportamenti accettabili e i codici e i costumi da seguire, e il tempo del mondo interiore che è quello della riscoperta di un sé differente. L'autrice non ci invita, come fanno in molti con una certa retorica, a riscoprire delle noi autentiche e quasi "primordiali" perché sarebbe un'impresa titanica in un mondo che va avanti per rappresentazioni sociali. 
Ci sprona piuttosto a riconoscere lo spettacolo e a prenderne parte consapevolmente. Come? Sovvertendo le regole. L'aspetto più controverso di questo racconto collettivo è la presa di coscienza della difficoltà e degli sforzi che servono per fare tutto questo.

Giocare con le regole e cambiarle a nostro modo significa rinunciare agli applausi che riceviamo quando recitiamo bene la nostra parte di principesse del patriarcato. È un processo fatto di acquisizione di strumenti e di discernimento. Primo tra tutti la consapevolezza della continua tensione tra la struttura - il contesto sociale in cui agiamo - e l'agentività - le scelte che la singola donna compie in questo contesto
Il dibattito tra struttura e agentività è essenzialmente politico, è facile trovare chi strumentalizza la prima e chi la seconda per rafforzare tesi che oscillano tra i due estremi: "la donna non può fare altro che comportarsi così" e "ogni donna è totalmente e unicamente responsabile delle proprie azioni". Non si può comprendere la dinamica della performance di genere senza tenere conto della dialettica problematica tra queste due dimensioni: 
Questa logica è radicata nel modo in cui le persone pensano alle questioni di genere. Per esempio, invece di porre attenzione alle moltissime donne che lasciano il lavoro dopo la nascita di un figlio e vedere una struttura sociale che non tiene conto del fatto che il 50 per cento delle persone vive in corpi che producono futuri esseri umani, ciò che vediamo sono persone con corpi che producono futuri esseri umani, che scelgono di ritirarsi dalla forza lavoro. (p. 58)

Girls will be girls è un libro che ha una forte tensione personale, caratterizzato da una narrazione coinvolta e coinvolgente. Decostruisce il corpo e ne restituisce poi un'idea più ricca, cangiante e mutevole, come il nostro stesso divenire. Ci invita a giocare con il corpo come con un vestito e a cambiare quest'abito tutte le volte che ci va, consapevoli dello sguardo degli altri e allo stesso tempo immunizzandoci dalla loro influenza, perché è ormai evidente che le scelte delle donne sui propri corpi sono fatte quasi sempre per il piacere di qualcun altro. 
In questo nuovo disegno di codici culturali c'è la potenza di una messinscena che può sovvertire gli schemi sessisti e le costruzioni declinate al maschile, come si capovolge la cosiddetta normalità durante un carnevale.
Possiamo far "rimbalzare la palla sullo schema mentale delle persone", disegnare graffiti sulle loro lenti di genere. Se il mondo ci chiede di recitare allora facciamolo, ma con una performance di cui finalmente siamo le sole coreografe.


Claudia Consoli