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La violenza degli agiati: l'esordio di Patrizio Bati con «Noi felici pochi»

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Noi felici pochi
di Patrizio Bati
Mondadori, 2019

pp. 168
€ 17,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

Non lo capiva quel coglione che sarei stato un incosciente a far nascere un bambino prima di potergli garantire tutto quello che avevamo avuto noi? (p. 97)
Noi felici pochi è un romanzo strano, se diamo credito alle recensioni che si trovano online (fra tutte spiccano quella di D’Orricosul Corriere e quella di Insolia su L’Indiependente). Ciò che colpisce è il fatto che Patrizio Bati è uno pseudonimo volto a ricalcare il nome del protagonista di American Psycho che consacrò a suo tempo la penna di Bret Easton Ellis, così come che, come si legge a p. 6, «tutte le persone di cui si parla sono state realmente aggredite e malmenate». In effetti le due cose – anonimato e veridicità degli eventi – sembrano connesse: il fatto che i pestaggi e le aggressioni narrate nelle 170 pagine siano realmente accadute sembra giustificare in qualche modo la necessità dell’anonimato. Ma se ciò fosse vero, sorge spontaneo chiedersi, sarebbe il caso di pubblicare un libro del genere? Perché così messa la cosa risulta una specie di confessione, senza tuttavia la necessità della riservatezza dovuta al segreto professionale di uno psicologo o di un prete.
Diamo dunque per scontato che ciò che stiamo leggendo sia un artificio narrativo, un espediente volto a creare un alone di mistero intorno al fantomatico Bati (il quale ha anche un profilo Facebook a dir poco inquietante), e non un romanzo-verità, ché altrimenti sarebbe forse il caso di agire in ben altra direzione.
Se togliamo questo elemento di pseudo-realtà ciò che resta è un romanzo crudo, tagliente nello stile e decisamente ben scritto ma, in fin dei conti, non così diverso (non migliore, non peggiore) rispetto ad altri dello stesso genere in cui vige l’elemento della violenza. Senza andare a scomodare il già citato America psycho o altri esempi come Arancia meccanica di Burgess, Trainspotting di Welsh o Fight club di Palahniuk, penso a un bellissimo romanzo letto lo scorso anno, Il selvaggio, del messicano Arriaga (recensito sempre per CriticaLetteraria); o, ancora, tornando in terra nostrana, al Branco di Andrea Carraro, in cui viene messo in scena nientemeno che uno stupro di gruppo (proprio di Carraro parlai nel mio d'esordio su queste pagine, ed è a quel pezzo che il titolo di questa recensione strizza l'occhio).
Se dunque spogliamo Noi felici pochi di questo alone di leggenda di cui talune recensioni sembrano averlo ammantato, togliendogli l’appellativo di unicum e andando a inquadrarlo in un settore specifico, allora ecco che le cose cambiano. Inserendolo in un filone narrativo con connotati ben precisi, il testo diviene immediatamente leggibile per quel che è: un romanzo.
Ciò premesso – una premessa lunga, indubbiamente, ma necessaria – quello di Bati rimane un libro coraggioso perché va ad associare la violenza non a una classe sociale povera, come spesso avviene, bensì a una ricca. I protagonisti di Noi felici pochi non hanno motivo di essere violenti perché non devono strappare con i denti il pezzo di pane dagli artigli di qualcun altro, né devono ricorrere a espedienti criminali per poter sopravvivere: i protagonisti di Noi felici pochi – a Roma li chiamiamo “pariolini”, proprio perché vengono da quartieri alti come i Parioli – sono figli di papà, futuri dirigenti, futuri avvocati, addirittura futuri magistrati.
Allora perché la violenza da stadio? Perché spaccare i denti a dei poveri malcapitati, di cui non si sa neanche quale sia il destino? (Da qui torno a ripetere che faccio fatica a credere che i fatti riportati siano reali: qualcuno ci avrà lasciato le penne durante una di queste aggressioni; e allora che facciamo, per amor di letteratura questi crimini restano impuniti?)
La risposta prova a darla l’autore/narratore/protagonista in un paio di occasioni. A p. 110 leggiamo che la madre del piccolo Patrizio, pur avendo a disposizione dei domestici che le consentissero di avere tanto tempo libero, non dedicava quel tempo «Ai miei successi nello sport, applauditi da man non materne», né era mai presente durante i «miei pianti disperati, che nessuno era corso a consolare». 170 pagine – e oltre vent’anni – di violenze sembrano dunque motivate dalla carenza di attenzioni materne, spiegazione che viene ripresa nell’ultima pagina, in cui si arriva a dire «Se tu sapessi, mamma, quanto amore c’era in quello che ho fatto. In tutti i pugni e i calci, quanto ce n’era, di amore per te» (p. 166).
Freudianamente, quindi, Bati avrebbe sublimato l’amore/odio materno verso una forma quasi artistica di violenza. Un espediente che non regge molto, e a questo punto le strade sono due: o crediamo alle parole dell’autore/narratore su questo punto così come gli crediamo quando dice che gli eventi narrati sono reali, e allora il meccanismo psicologico è talmente debole da non poter essere preso in considerazione (non basta, non può bastare il fattore parentale a giustificare una violenza del genere, considerando che tutto il resto nella vita di Bati e compagni funziona perfettamente); oppure seguiamo il gioco narrativo e fingiamo di credere all’autore, il quale mente in primo luogo a se stesso e in secondo luogo a noi lettori. Ossia, detto in altri termini, quanto riportato alle pp. 110 e 166 è una bufala: Bati narratore/protagonista mente sapendo di mentire, ben sapendo che il rapporto conflittuale con la madre (di cui peraltro non si conosce altro: come altri eventi narrati anche questo fugge via sotto le dita, ché la narrazione è sì precisa ma anche rapida e frenetica) non è e non può essere la vera causa del comportamento violento.
A noi lettori l’ardua sentenza. Si può in ogni caso concludere che l’esperimento sociale messo in atto da Mondadori sta già portando ottimi frutti; d’altronde il libro si fa leggere, ha un bel ritmo, sa far male e scandalizzare, e questo a prescindere dal fatto che tratti di eventi reali o meno.
Spero di leggere altro di questo autore e della sua ricca gioventù bruciata.

David Valentini





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