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La scrittura come catarsi e rivelazione: il laboratorio di Gruppo Incontro, il libro di SassiScritti

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L’isola che c’è
di autori vari
a cura di Luca Buonaguidi e Francesca Gori
SassiScritti associazione culturale, 2019

pp. 132
Senza prezzo

Premessa: questo libro è stato realizzato in collaborazione con la Cooperativa Gruppo Incontro e raccoglie gli scritti dei partecipanti al laboratorio di scrittura autobiografica tenutosi per gli utenti della comunità di Uzzo, sulla montagna pistoiese.
Questo libro non intende porsi come un’opera letteraria o di narrativa, né tantomeno essere un saggio che analizzi la vita in comunità. Assolve piuttosto a una duplice funzione: da un lato terapeutica e catartica per i partecipanti al laboratorio che, ritrovandosi a scrivere di se stessi all’interno di un contesto guidato da esercizi ben specifici – la rievocazione di flashback, lo scatto di foto in ambienti naturalistici o urbani, la scrittura di una lettera a un destinatario assente –, hanno modo di scandagliare il proprio passato, rivivendolo attraverso il percorso in comunità, e al contempo di visualizzare un’ipotesi di futuro, elemento temporale che spesso viene visto in modo oscuro e confuso, quando non percepito come irrimediabilmente compromesso a causa dell’abuso di sostanze; dall’altro conoscitiva per chi, leggendo, ha modo di entrare in contatto con un’umanità il più delle volte denigrata e posta ai margini attraverso quella che viene definita come una «estetizzazione diseducativa», volta a un giudizio immediato e superficiale.
D’altronde il percorso stesso in comunità – e laboratori come questo nello specifico – è un ottimo strumento di autoconsapevolezza che non necessita, per lo scopo che si prefigge, dell'opinione altrui, che anzi va a detrimento dell'autostima. Lo si capisce leggendo i testi nella raccolta: troviamo uomini più o meno giovani e di diverse estrazioni sociali, tutti però con un passato complesso – oltre all’abuso di sostante sono presenti violenze (subite perlopiù, ma anche inferte) e lunghi periodi di carcere alternati a tentativi di reinserimento nella società civile, sempre volti al naufragio – e perfettamente consapevoli degli errori commessi, e a volte così abbattuti dagli eventi e dalle scelte errate da essere convinti di non meritare una ulteriore possibilità.
Ciò che emerge è molto risentimento e molta autoflagellazione, sì, ma anche molto amore. Amore verso i figli, amore verso i genitori, sentimenti macchiati dal rimorso per gli errori commessi.
L’esperimento più riuscito, quello che è stato più in grado di tirar fuori l’elemento emotivo, il calore umano, è senza dubbio quello delle lettere. La scrittura, è risaputo, assolve spesso anche un ruolo confessionale (pensiamo ai diari dell’infanzia o dell’adolescenza, pensiamo ai pensieri sparsi sui taccuini che non si ha mai il coraggio di far leggere a nessuno), e a maggior ragione la confessione vale quando si usa il metodo ormai fuori moda di scrivere una lettera a qualcuno. Se quel qualcuno poi non ha modo di leggere la lettera – perché questa non verrà spedita, o perché il destinatario non è più in vita – allora si può arrivare a un livello più intimo, che a volte raggiunge momenti di bellezza letteraria.
Penso a due esempi nello specifico. Il primo lo troviamo nella lettera di Pierpaolo alla madre, che si conclude con una frase di una dolcezza che raramente ho avuto occasione di leggere: «Sei nel mio cuore e nei miei pensieri più spesso di quello che pensi. Questa volta concediamoci un abbraccio e dei baci come mai ci sono stati» (p. 36).
Il secondo è nella lettera che Romeo scrive a se stesso dopo che gli è stato mostrato un suo ritratto. A un certo punto scrive: «I tuoi occhi chiamano e vogliono dare amore, le tue rughe sono tutte le notti passate in bianco, senza dormire, senz’acqua, senza mangiare ed alimentandoti solo delle sostanze che non ti facevano sentire nulla niente freddo, niente stanchezza, niente dolore» (p. 75).
Quello di SassiScritti e dell’associazione Gruppo Incontro dunque è stato un bell’esperimento che invito a replicare, perché c'è bisogno di una nuova e ulteriore prospettiva che contrasti il pensiero dominante e perbenista.
Fin troppo semplice è giudicare, soprattutto in quest’epoca in cui ognuno di noi può mettersi davanti a un telefono e sparare sentenze rivolte a nessuno.
Più arduo è provare a comprendere l’umanità racchiusa in un corpo estraneo, in una storia difficile.

David Valentini



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