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"Oro", ovvero "Di bizzarri ospiti nell'armadio, famiglie adottive stravaganti e altri guai"

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Oro
di Marcel A. Marcel
Feltrinelli, 2016
 

Titolo originale: Oro
Traduzione di Raffaella Belletti
 pp. 270
€ 15,00


Lena ha tredici anni e vive in un orfanotrofio di Varsavia. Figlia di ignoti, ha alle spalle un'infanzia trascorsa passando da una famiglia all'altra, e la convinzione radicata di essere sbagliata, di portare sfortuna, di non poter essere realmente amata. Dietro il suo sguardo cinico sul mondo e sulle persone che lo abitano, Lena nasconde la sua fragilità, la sua paura di essere nuovamente delusa, di restare ancora una volta sola. I genitori passati, i tentativi falliti, li ricorda tutti: la fanatica religiosa, convinta che lei fosse posseduta dal demonio; quelli che l'avevano abbandonata al parco per testare la sua capacità di reazione; il padre morto in un incidente stradale mentre le portava una torta di compleanno e la moglie inconsolabile che l'aveva accusata di averlo ucciso.
La felicità non dura mai, Lena lo sa. Lena sa che tutto ciò da cui si lascia toccare può ferirla. Lena sa anche che solo ciò da cui si lascia toccare può ferirla. Per questo quando Roman e Vanda decidono di adottarla, la ragazzina si presenta come un muro impenetrabile. Nessuna emozione, nessuna reazione, nessun coinvolgimento emotivo. Nessuna simpatia per la nuova mamma e il nuovo papà, anche se in fondo sembrano brave persone. Eppure non è facile resistere all'energia travolgente della nuova tribù in cui viene catapultata: il piccolo Okkio, con i suoi strafalcioni linguistici; l'infaticabile Pepe, una zazzera di capelli rossi e un'irrefrenabile energia; la generosa, dirompente, vitalissima Piuma; Memory, dalle conoscenze enciclopediche, e Arnold, prigioniero di un segreto inconfessabile e ossessionato dalla ginnastica.
Nonostante qualche involontario cedimento, Lena resiste, ripara subitaneamente ogni crepa in grado di incrinare la barriera opaca di cui si è circondata. D'altronde la ragazzina non è sola, possiede anzi un dono: può comunicare con gli oggetti, ascoltare le loro storie, fruire della loro compagnia e delle loro chiacchiere talvolta deliranti. Questo è fonte di rassicurazione, ma anche di ulteriore isolamento:
Nessuno sa quanti problemi, faccende, pene e gioie abbiano le cose. Quanto sappiano essere faticose e al tempo stesso affettuose e sensibili. Più delle persone. Con loro Lena si sente al sicuro. Loro non la chiamano "pazza", "bugiarda svitata". Hanno bisogno di lei, non l'hanno mai respinta. Con le persone c'è sempre qualcosa che non va: non dicono quello che pensano, tergiversano, covano rancori e risentimenti. Gli oggetti ti parlano chiaro e tondo. Non contano sul fatto che tu intuisco a qualcosa, che legga tra le righe (pp. 37-38).
Solo con gli oggetti Lena parla, si apre, si confida. Respinge invece sistematicamente, in un estremo tentativo di autodifesa, ogni sforzo di avvicinamento da parte dei nuovi familiari, che sembrano sinceramente desiderosi di integrarla e di farla sentire a casa. 
È in questo clima di immobilità (sotto sotto però brulicante di vita) che irrompe Oro. Oro è un ragazzino alto e biondo, che vive nel suo armadio. Solo Lena può vederlo, e lui per di più riesce a leggerle nella mente. Oro è l'elemento disturbante, la istiga, la provoca, la spinge a reagire. Per colpa sua (o per merito suo?), Lena è costretta a uscire dal suo isolamento, a lottare per riappropriarsi dei suoi spazi, della sua famiglia. Oro è lo spirito dei Natali passati, ma anche quello dei Natali futuri: le mostra quel che è stato, ma anche quello che potrebbe essere. È Lena, e al tempo stesso irriducibilmente diverso da lei: "Lena cerca invano il proprio riflesso negli occhi di Oro. Ci si può riflettere solo in uno specchio. Ma Oro non è uno specchio. È lei. A Lena non è mai sembrato più evidente. Sorride, anche se ha gli occhi pieni di lacrime" (132). Oro la accusa di essere egoista e autocentrata, e lei lotta disperatamente per non dover ammettere che ha ragione. Grazie a lui, la ragazza inizia progressivamente, faticosamente, a cambiare. 

Oro si configura come un romanzo di formazione, con appena un tocco di sovrannaturale e un finale inaspettato. Le due autrici che collaborano dietro allo pseudonimo di Marcel A. Marcel hanno trascorsi come sceneggiatrici e impartiscono al testo un ritmo rapido e brillante (con qualche cedimento, va detto, nella sezione centrale). La loro abilità si manifesta nella buona resa psicologica della protagonista, che è un'adolescente pienamente credibile, ma soprattutto della famiglia adottiva: i nuovi fratelli e le nuove sorelle sono macchiette colorate dotate però di forza e spessore, saltano fuori dalla pagina e conquistano il lettore, che si affeziona subito e le rincontra con sincero piacere a ogni pagina. Il romanzo forse, più che a una lettura sequenziale, si presterebbe bene come screenplay per una serie tv. Per ora, è un testo dalla trama non ineccepibile, ma dalle ottime caratterizzazioni, che si rivolge preferibilmente (ma efficacemente) a un pubblico giovane e poco smaliziato, a cui promette con successo qualche ora di svago, leggerezza, ma anche di riflessione. 

Carolina Pernigo