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#PagineCritiche - Il romanzo, la realtà, la critica: "L'invenzione del vero" di Raffaello Palumbo Mosca

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L'invenzione del vero
di Raffaello Palumbo Mosca
Gaffi Editore, 2014


pp. 305
€ 15,90



Tra la fine del '900 e l'inizio del nuovo millennio il romanzo sembra non essere più quello di prima. La tesi della "morte del romanzo" aleggiava tra scrittori e critici già da tempo: basti pensare al Thomas Mann de La montagna incantata, il quale alludeva al mutamento radicale provocato dalla Grande Guerra e alla possibilità per il romanzo di sopravvivere solo come "romanzo intellettuale"; oppure al Calvino di Se una notte d'inverno un viaggiatore, che nelle prime pagine sussurra rassegnato l'inadeguatezza del romanzo (monolitico) ai tempi (frammentati) e ne decreta la fine con un anti-romanzo che è quasi un sistema dell'incompiutezza, un lungo canto funebre all'impossibilità di continuare a credere nell'unità della storia e del racconto. Proprio su queste premesse si sono sviluppati almeno due decenni di letteratura cosiddetta "post-moderna", dominati dal disimpegno e da una sorta di edonismo letterario che non riconosceva alla parola artistica altra regola che se stessa. Eppure, nel mezzo di questi anni '10 ancora indefinibili, la tendenza della letteratura (e della critica) sembra cambiare: ne traccia le coordinate Raffaello Palumbo Mosca, con un saggio denso e ricco di riferimenti teorici e narrativi, la cui sfida principale consiste proprio nel mostrare la sopravvivenza della forma-romanzo nella narrativa contemporanea evidenziandone al tempo stesso l'evoluzione.



Lo sforzo di Palumbo Mosca si articola su due piani complementari: da un lato la discussione con i principali nomi della teoria e della critica letteraria italiana e internazionale; dall'altro la proposta di una ricca selezione di opere narrative, principalmente italiane, le quali vadano a ricoprire l'ossatura teorica del saggio con analisi testuali e contenutistiche, citazioni e valutazioni comparative. Il principale punto di riferimento critico è l'approccio strutturalista al testo letterario, con le sue teorie dell'assoluta autonomia del testo, dell'opera senza autore, del segno senza significato: non a caso nella prosa di Palumbo Mosca si legge a più riprese, spesso tra le righe, l'influenza di quel Compagnon che dall'interno era andato a criticare e moderare le posizioni estreme del maestro Roland Barthes, proponendo un'idea mediana di letteratura che rendesse giustizia tanto all'esigenza di profondità analitica quanto alle rivendicazioni del senso comune.
Molto più composita e variegata è la costellazione di narratori a cui l'autore fa riferimento: da autori appartenenti al canone letterario italiano del secondo Novecento (Sciascia, Soldati, Levi) ai rappresentanti di una forma più matura e consapevole di postmodernismo (Arbasino e Foster Wallace), fino ad arrivare a scrittori contemporanei che più e meglio di tutti incarnano il modello letterario cui Palumbo Mosca fa riferimento: l'iperrealismo emotivo di Philippe Forest, la scandalosa (e brillante) provocazione letteraria di Jonathan Littell, il "realismo 2.0" di Roberto Saviano e le opere di Antonio Franchini. Ci sarebbero altri nomi da aggiungere e che non compaiono nel saggio: ad esempio gli ibridi saggistico-letterari di Julian Barnes e Michel Houellebecq, i quali - al netto dell'impianto valoriale proposto - presentano numerose affinità con la scrittura di Forest e dello stesso Saviano.

Sulla base di questi riferimenti, il testo di Palumbo Mosca prende le mosse proprio dalle tesi della "morte del romanzo" esposte recentemente all'interno della critica, per poi elaborare una risposta articolata - si potrebbe dire - in tre grandi aree tematiche interconnesse.

La prima questione è quella del realismo, vero elemento distintivo della forma-romanzo e senza ombra di dubbio tema principale del saggio. La tesi di Palumbo Mosca è che in letteratura sia riscontrabile una rinnovata attenzione al problema della realtà, soprattutto in contrapposizione alla parabola postmoderna e ai suoi giochi letterari. Ciò tuttavia non ha l'aria di un semplice ritorno, di una reazione che risospinga la letteratura verso territori già esplorati: al contrario, il ritorno al realismo richiede una profonda riflessione sul significato stesso del reale, sulle sue tecniche di investigazione e di descrizione. Come scrive l'autore nelle battute iniziali del testo, comune agli autori presi in considerazione è l'idea che "non si dà semplice reale". Questa espressione ha due significati distinti e complementari. Da un lato ciò significa che la realtà è sfida per lo scrittore, il quale riconosce la sua complessità e l'impossibilità di un accesso immediato e diretto alle cose: la narrazione è sempre frutto di un incontro/scontro con il molteplice, di uno sforzo che chiama sempre in causa lo scrittore e le sue scelte. Nell'altro senso, il reale non è mai "semplice" reale: il confronto con la realtà non intende mai ridursi all'immediatezza del dato singolare, ma estenderlo e caricarlo di significato. È in questo senso che Palumbo Mosca parla di un realismo antimimetico, non ingenuo, che si riassume esattamente nella formula che dà il titolo al saggio: la «invenzione del vero» è la scelta della verità contro il mero dominio del fatto.
Proprio in questo senso è emblematico il modo in cui l'autore accenna alla questione della metafisica: il "nuovo realismo" della letteratura contemporanea è metafisico nella misura in cui trasfigura il singolare nell'universale, pretendendo di estrarne una verità che trascenda la dimensione della cronaca o della soggettività solipsistica; eppure è anche antimetafisico in quanto promuove la critica, rifiuta qualsiasi assunzione dogmatica del reale e qualsiasi impianto ideologico onnicomprensivo.

Proprio questo ultimo fattore permette di passare alla seconda grande questione affrontata nel saggio, quella dell'impegno letterario. Al sopraggiungere di un nuovo rapporto con la realtà si affianca anche un ritorno della figura dello scrittore impegnato, ma anche stavolta in un senso totalmente diverso: lungi dal riproporre l'antica contrapposizione tra arte impegnata e arte per l'arte, incarnata dallo scontro tra i fratelli Mann all'inizio del secolo scorso, gli autori analizzati da Palumbo Mosca propongono un ideale di impegno rigorosamente non irregimentato, politico ma non partitico, assolutamente anti-ideologico. Così come l'afflato realista non sogna il darsi di una verità immediatamente catturabile dall'occhio dello scrittore, allo stesso modo il bisogno di impegno non si traduce nella facile adesione a una visione del mondo: tutt'altro, questi scrittori cercano di catturare lo "spirito del tempo" esercitando radicalmente il tentativo di uno sguardo trasversale sul mondo, che si disancori da ogni interpretazione già data, da ogni opinione data per scontata all'interno del dibattito pubblico. L'impegno politico, etico o sociale è dunque innanzitutto un impegno narrativo, che si traduce immediatamente nella presenza dell'autore e della sua soggettività nell'impianto dell'opera letteraria: dall'opera senza autore, fondata su un ideale quasi combinatorio della produzione artistica, si passa a testi come Gomorra di Saviano o L'Abusivo di Antonio Franchini, il cui valore risiede pressoché interamente nella capacità dello scrittore di mettersi in gioco all'interno della dinamica del racconto. La pretesa di verità è il nuovo ideale parresiastico (Foucault è tra i riferimenti espliciti di Palumbo Mosca) che fa da diretto contraltare all'allusione ludica degli scrittori postmoderni (l'esempio emblematico è l'Umberto Eco de Il nome della rosa).

Il terzo tema a ricorrere nel testo è proprio quello della narrazione: Palumbo Mosca riconosce nel panorama letterario contemporaneo un ritorno del problema del racconto come questione fondamentale per la comunità. Questo innanzitutto perché la narrazione pervade la vita pubblica e privata in tutte le sue forme, dai media alla costruzione delle identità personali: a partire da questo dato si rivela l'urgenza di distinguere tra una forma patologica di narrazione, che si identifica con l'intrattenimento fine a se stesso e il sensazionalismo mercificante, e la sua forma virtuosa, che introduce nella comunità quelle forme di discorso e di comunicazione necessarie a creare consapevolezza.
Chiaramente, la questione della narrazione viene affrontata anche dal punto di vista tecnico: la diffusione dei mass media ha influenzato radicalmente le forme della scritture, e da questo punto di vista lo sforzo di Palumbo Mosca è mostrare in che modo la letteratura ha risposto a queste istanze, piegando la forma-romanzo alle esigenze espressive del nuovo millennio. Il risultato sembra essere una sorta di svolta anti-aristotelica, in cui all'unità e alla "grande narrazione" si sostituisce il frammento come componente di un insieme ancora organico, ma capace di rispecchiare le forze centrifughe che operano nella contemporaneità.

In conclusione, è davvero sorprendente registrare l'affinità tematica e di conclusioni tra il saggio di Palumbo Mosca e un'altra opera italiana recente, che si interrogava su questi stessi problemi: mi riferisco a New Italian Epic dei Wu Ming, raccolta di saggi pubblicata nel 2009 e più volte rielaborata. L'affinità è sorprendente proprio in quanto il percorso di Palumbo Mosca si sviluppa in modo del tutto indipendente rispetto al collettivo di scrittori, rivelando anche approcci radicalmente diversi: se i Wu Ming applicano un modello quasi giornalistico di saggistica letteraria, volutamente "popolare" e multidisciplinare, Palumbo Mosca è un accademico che cerca - riuscendoci molto bene - di esporre le proprie tesi in modo chiaro e fruibile senza tradire i propri necessari riferimenti metodologici e culturali. Anche dal punto di vista degli autori trattati, le due opere seguono percorsi totalmente diversi: se i Wu Ming si rivolgono a una letteratura in qualche modo minore, scegliendo autori "di genere" e spesso etichettati come commerciali, Palumbo Mosca si rivolge senz'altro a un ideale "elevato" di letteratura, in cui la critica è svolta sempre avendo di mira un ipotetico canone da stabilire. Unici punti di contatto sono le opere di Giuseppe Genna e Roberto Saviano, il cui Gomorra ricopre un ruolo centrale in entrambi gli studi.
Al di là di queste divergenze superficiali, tuttavia, i due saggi rivelano delle affinità di vedute davvero sorprendenti, che hanno la funzione di confermare in qualche modo le intuizioni degli autori: l'ideale dello "sguardo obliquo" professato dai Wu Ming si traduce nella trasversalità del racconto tematizzata da Palumbo Mosca; l'epica dei primi è l'afflato metafisico del secondo; in entrambi, soprattutto, domina il riferimento critico al postmodernismo come stagione conclusa.
Chiaramente ciò non esclude alcune divergenze: se i Wu Ming vedono nella commercialità uno strumento comunicativo non necessariamente patologico, Palumbo Mosca è più propenso ad apprezzare quegli autori che si pongono esplicitamente in conflitto rispetto alle logiche di mercato; l'aristotelismo dei Wu Ming, con l'ideale epico di unità e ampio respiro, lascia spazio alla narrazione frammentaria di Palumbo Mosca; soprattutto per quanto riguarda il tema dell'impegno personale dello scrittore, i Wu Ming riconoscono in esso principalmente una strategia letteraria, laddove Palumbo Mosca ne accentua la componente politica ed extra-narrativa.
I due testi, così, rappresentano un contrappunto interessante che sfocia nel riferimento comune al problema del futuro e del passato come fondamentali alla trattazione consapevole del presente.

In conclusione, il saggio di Palumbo Mosca presenta un'analisi approfondita di diverse istanze attive nel panorama letterario italiano degli ultimi anni, senza rinunciare a ripercorrerne la genesi né a immaginarne gli sviluppi. Si tratta di un testo adatto tanto agli specialisti che ai semplici amanti della lettura, fondamentale per chiunque sia interessato al problema della narrazione in tutte le sue sfaccettature politiche, storiche, artistiche.