domenica 4 dicembre 2011

Pillole d'autore - La «dannazione felice» di Franz Krauspenhaar


«È una specie di dannazione felice. È la sostanza della mia vita, anzi forse ne è l’emblema, fatta di passione, delusione, illusione, declino e rianimazione...» – così risponde Franz Krauspenhaar, in una recente intervista (qui), alla domanda di Veronica Tomassini (scrittrice raffinata e luminosa, giornalista del quotidiano La Sicilia) sul valore della sua scrittura.
Trovo che molti scrittori oggi abbiamo assunto come modus scribendi una viscida reverenza nei confronti del lettore. Invece il lettore andrebbe anche insultato, provocato, cacciato.
F. Krauspenhaar scrive nella auto-prefazione al suo 1965 (Caratteri Mobili 2011) :«Il lettore, quel pezzo di merda che abbiamo abituato a ingollare come al McDonald’s pezzi di sterco sagomato in formato Ikea? La letteratura è diventata una burla colossale […] Siamo fottuti, separati alla nascita dal vero scrivere».
«Vero scrivere» e «dannazione felice», due definizioni, due impronte, due stigmate che ci parlano d'una scrittura viscerale, d'un realismo tragico e a-morale che guarda a Pier Paolo Pasolini e al cinema di Ettore Scola, ma con un impronta "eroica", amerei dire: metafisica. Dunque il fango e la rugiada.
«L'inchiostro è la mia bava di luce» – leggiamo in Scrivere (da Franzwolf, Manifattura Torino Poesia 2009).



Fra i romanzi più importanti di F. Krauspenhaar ricordiamo Le cose come stanno e Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai), Era mio padre (Fazi 2008). In poesia ricordiamo Franzwolf [un'autobiografia in versi] (Manifattura Torino Poesia – Marco Valerio Editore, qui una recensione) e Effekappa in uscita per Zona Editrice.
F. Krauspenhaar è stato redattore dal Dicembre 2004 all’agosto 2008 del blog collettivo Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com), e ha fondato, assieme a Fabrizio Centofanti, il blog collettivo La poesia e lo spirito (www.lapoesiaelospirito.wordpress.com) nel gennaio 2007. Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e di costume, e cura il suo sito personale www.markelo.net.
In attesa del suo prossimo romanzo che uscirà ad aprile 2012 per Gaffi editore, riportiamo qui un racconto apparso su Il Reportage.



Franz Krauspenhaar. Foto di Viviana Nicodemo.
www.markelo.net


Ragazzi di vita horror tour 2010 

di Franz Krauspenhaar


L’incarico che mi ha dato il direttore provoca in me un rimescolio profondo prima ancora d’affrontarlo. Sono arrivato al giornalismo tardi, ma con un curriculum di scrittore che ha convinto Mitrali a farmi assumere a La giovane sequoia, una rivista che, non solo nelle intenzioni, dovrebbe sostituire altri fogli che la crisi, la mancanza di lettori e l’appiattimento di buona parte dell’editoria di questo disgraziato paese ha fatto chiudere. Disgraziato paese, sì, non ancora nel terzo mondo, ma con i piedi dentro.
Mitrali vuole da me un’inchiesta tra coloro che vorrebbe chiamare i nuovi ragazzi di vita. Ama Pasolini, nel suo bene e nel suo male, Mitrali. Io solo nel suo bene, che poi a ben pensarci a volte confinava, o sconfinava, proprio col suo male. Per dimostrargli che so di cosa parla ho recitato l’inizio di Alla mia nazione davanti a lui.
Ora sento un leggero percuotere nel petto: non è il cuore, ma come uno sparo soffocato d’emozione fredda che quasi implode dentro di me, al centro proprio del mio petto nicotinico. È una rassegnazione che s’è scritta tanti anni fa e non è ancora finita. Quella nazione di Pasolini, dico tra me e me, in fondo non è cambiata, è sempre quella, amata e poi odiata come solo l’amore permette, con un urlo soffocato. Mitrali ha abbassato la testa, è un giornalista serio, uno che ci crede ancora. Io non più. Io non credo che ai miei libri, che pochi leggono, sopraffatti dalla corsa senza speranza dei «titoli», di ciò che «tira». Tira come tira l’uccello di un vecchio dopo l’impasticcazione blu. Un mondo di droga, di drogati, di combattenti contro la droga che si drogano.

Mi ha detto: «Chi sono i ragazzi di vita, oggi? Che fanno? Hanno ancora qualcosa in comune con i borgatari di Pasolini? Probabilmente hanno il computer, si vestono con i  giubbotti e le scarpe degli outlet, frequentano extracomunitari. Intorno a loro sempre palazzoni, sempre gelo, sempre disperazione. E alcuni di loro, in questi anni, sono transitati sulle colonne della cronaca nera per fatti pesanti. Vorrei che tu andassi a intervistarli. In carcere, o ai domiciliari, o dove si trovano. Fatti raccontare la loro storia, domanda, stabilisci un dialogo. Che ne pensi?».
«Non so cosa pensare. Comunque sì», è la mia laconica risposta.
«Bene. Eccoti i nomi, tutto… Casi estremi… Non è stato facile averli, questi sono gli unici che hanno accettato di parlare.»
«Come li hai avuti tutti ‘sti nomi?»
Ha sorriso: «Le amicizie uno se le deve coltivare in tutti gli ambienti, tu m’insegni.»


San Basilio, 6.8.2010
La mattina dopo, alle 7.00, sono già alla barriera di Melegnano. Da Milano qualche rallentamento anche a quell’ora, ma poi ho potuto dare una bella potenza all’Alfa. Il viaggio va liscio, spesso supero i 200-220, come sempre infischiandomene della stradale. Sono al raccordo anulare di Roma nel  primo pomeriggio e verso le quattro, dopo una sosta per mangiare, arrivo a San Basilio.

Renzo, il primo della lista di Mitrali, è vestito bene, giubbotto di pelle giallo, jeans puliti, scarpe di marca, o almeno così sembrano. Due anni fa è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione. Lo trovo al bar più frequentato di san Basilio, la sua tana, mi offre una Moretti. Gli chiedo di raccontarmi com’è finito in  galera. Ha avuto la libertà condizionale da pochi mesi. Non si sa come si guadagni da vivere. Già ne sono al corrente, di come è finito dentro. Accendo il microregistratore, anche se poi avrò la noia di dover sbobinare quest’assurda parlata romanesca.
«Perché m’hanno messo al gabbio? Costringevo mi sorella a vedè i film porno. Ma mica quelli fichi, tipo per dire cò quei pezzi de sorca de Roberta Missoni, o de Elena Grimaldi, co’ ’ste zinne enormi, no no, macchè. Era robba fatta ne’ tinelli, tipo quelli de casa nostra, con la cicciona der piano de sotto che rutta co’ le carze a rete e robba così. Mi sorella frignava che c’aveva pure dieci anni e voleva vederse Candy Candy. Sti cazzi, dicevo io, te vedi er pornazzone e zitta o te meno de brutto. Frignava sottovoce, allora, e visto che se dava na carmata, alla fine, sa com’è, le prennevo la testa e me facevo fà ‘n pompino, ché se la guardi bene mi sorella sembra ‘na versione tascabbile de quella gran sorcona de Natalie Caldonazzo… porca zozza, tempo sei-sette anni e me faceva guadagnà minimo ducento euri ar giorno. E invece anvedi com’è annata!»
«Ma che fai? Ridi?», gli chiedo serio. Ha la faccia tutta soddisfatta, i capelli lunghi tirati all’indietro. Mi guarda per qualche secondo con sospetto.
«E che devo fa’? Quer che è fatto è fatto. Dottò, lei nun po’ capì, me scusi. Le bambine qua nun so le ragazzine che conosce lei. So’ diverse. O’ sò che c’ho fatto der male a mì sorella, ma sempre meno de tanta gente che conosco e nun se fa problemi de sderenà pure li amici. Eppoi, la piccoletta nun c’ha i cosi, i traumi. Pure a pissicologa po’ confemmallo. Semo fratelli… capito?… La cosa brutta, che me vergogno quant’è vero iddio, è solo er fatto de la prostituzione. ‘A cosa che ho detto mo’. De aspettà qualche anno e falla batte er marciapiede… quello che ho pensato de falle fare è no’ schifo. Ma so’ solo pensieri.»
«Farla battere no, andarci a letto sì. Una bambina! Tua sorella!»
Renzo strizza gli occhi come per vedermi meglio: «Certo, è  ‘na schifezza, lo so. Ma io nun so’ n’ipocrita. Poi scusi, po’ capità. N’ho sentite de storie, che ‘e mie so’ gnente. Padri che s’ingroppavano la fija all’ora der riposino. E questo pe’ anni. Io me so fatto fa’ solo ‘na pelle, ‘na cosa così. E vabbè, so’ pentito, vabbene?»
«Hai detto che te le facevi fare… è stato più di una volta…»
«Embé? Sì, ma guardi dottore qui nun è come da voi, qui non stiamo a li quartieri arti. Da noi se vive de ‘ste cose, senza troppe storie. Mi sorella è pulita, ha capito? Pulita.»
Lo guardo fisso negli occhi. Non provo né rabbia, né disgusto. Non provo nulla. Spengo il microregistratore.
«Scusi dottore, c’ha ‘na paglia?», mi chiede quando sono già in piedi.
«Non fumo. Arrivederci.»
Appena uscito ne accendo una. Aspiro una profonda boccata. Il cielo è limpido [...]

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