domenica 18 dicembre 2011

Pillole d'autore - Cesare Pavese e il "Mestiere di vivere"

Il journal intime di Pavese prende l'avvio nel 1935, appena prima dell'uscita poetica di Lavorare stanca per le edizioni di Solaria, e si prolunga fino all'anno del suicidio. Quindici anni di note, più o meno giornaliere, che passano accanto e attraversano solo raramente il dramma della guerra e la rinascita dell'immediato dopoguerra. Sono la riflessione sulla letteratura, sulla scrittura, i pensieri esistenziali e le note ripetute sull'epopea amorosa di Pavese a stabilire percorsi di lettura ben definiti, per quanto intrecciabili. Tra prese di coscienza improvvise, revisioni ed esasperazioni, il diario attesta la trasformazione intima e letteraria di Pavese fino alla disperata rassegnazione che lo accompagnerà alla morte.

Una nota di merito va all'edizione filologicamente curatissima, che muove dall'autografo conservato presso il "Centro di Studi di Letteratura Italiana in Piemonte Guido Gozzano" dell'Università di Torino.



Testo di riferimento: Cesare Pavese, Il mestiere di vivere. 1935-1950, nuova edizione condotta sull'autografo, a cura di Marziano Guglielminetti e Laura Nay, Einaudi, Torino 1990 [1952]

22 ott. 1938, p. 125
Il personaggio e le sue cose vanno sempre presupposti come esseri reali. Non bisogna aver paura nelle prefantasie di vederli vivere e agire. Bisogna anzi lasciarli fare tutto ciò che possono.
A un certo punto, riferire quanto hanno fatto.
(questo vuol dire che lo stile non deve influire sulla formazione della storia: ad essa preesiste un nucleo di realtà e di persone che sono accaduti. Fermo questo, si potrà affrontare il blocco e sbriciolarlo come meglio verrà fatto. "Letteratura" è quando lo stile preesiste al nucleo fantastico).

2 nov. 1938, p. 130
Non bastano le disgrazie a fare di un fesso una persona intelligente.
6 nov. 1938, p. 134
Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia...
30 nov. 1937, pp. 140-141
I) Fare una novella ha due tempi. C'è un'acqua che s'intorbida, ci sono dei gesti violenti, dei sussulti, della schiuma; poi c'è una calma, una passività, l'acqua che trema si fa immobile, dirada, si schiarisce, e tutto traspare impreveduto. Il fondo e il cielo eccoli immobili.
La novella è avvenuta pacatamente, in questo decantarsi s'ogni moto e impurità. Ricordare: è avvenuta pacatamente.
3 dic. 1937, p. 141
Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra - che già viviamo - e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.
3 febb. 1940, p. 173
L'ira non è mai improvvisa. Nasce da un lungo rodìo precedente, che ha ulcerato lo spirito e vi ha accumulato la forza reattiva per l'esplosione. Ne consegue che un "bello scatto d'ira è tutt'altro che il segno di un'indole franca e diretta". E' invece rivelazione involonaria di una tendenza a nutrire dentro di sé rancore - cioè, di temperamento chiuso e astioso e di complesso d'inferiorità. [...]
4 magg. 1942, p. 237
Nell'inquietudine e nello sforzo di scrivere, ciò che sostiene è la certezza che nella pagina resta qualcosa di non detto.
12 sett. 1942, p. 244
Un uomo solo, in una baracca, che mangia il grasso e la salsa da una pignatta. Certi giorni ci raschia con un vecchio coltello, certi altri con le unghie; tanto tempo fa la pignatta era piena e buona, adesso è brusca e per sentirne il gusto l'uomo si mangia le unghie rotte. E continuerà domani e dopo.
Somiglia a me, che mi cerco il lavoro nel cuore.
1 febb. 1944, p. 272
Lo sgorgo di divinità lo si sente quando il dolore ci ha fatto inginocchiare. Al punto che la prima avvisaglia del dolore ci dà un moto di gioia, di gratitudine, di aspettazione... Si arriva ad augurarsi il dolore.
27 giug. 1945, pp. 317-8
Tentazione dello scrittore
Aver scritto qualcosa che ti lascia come un fucile sparato, ancora scosso e riarso, vuotato di tutto te stesso, dove non solo hai scaricato tutto quello che sai di te stesso, ma quello che sospetti e supponi, e i sussulti, i fantasmi, l'inconscio - averlo fatto con lunga fatica e tensione, con cautela di giorni e tremori e repentine scoperte e fallimenti e irrigidirsi di tutta la vita su quel punto - accorgersi che tutto questo è come nulla se un segno umano, una parola, una presenza non lo accoglie, lo scalda - e morir di freddo - parlare al deserto - essere solo notte e giorno come un morto.
15 marzo 1947, p. 328
Si scrivono qui le cose che non si diranno più, sono i trucioli della piallatura. La piallatura è la giornata. Qui è, come dire, un modo spiccio di far fuori le tavole d'approccio, le gabbie, le impalcature, i ghiribizzi. Si fa piazza pulita per veder chiaro il grosso pezzo che verrà.
12 apr. 1947, p. 331
Aver l'impressione che ogni cosa buona che ti tocca sia un felice errore, una sorte, un favore immeritato, non nasce da buon animo, da umiltà e distacco, ma dal lungo servaggio, dall'accettazione dell'arbitrio e della dittatura. Hai l'anima dello schiavo, non del santo.

Che a vent'anni, quando i primi amici ti lasciarono, tu soffrissi per nobile sofferenza, è una tua illusione. Ti dispiacque dover smettere abitudini gradite, non altro. E continui adesso, tale e quale.

Tu sei solo, e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro, che sia però tanto gentile da lasciarti fare il matto e illudere di bastare da solo a rifare il mondo. Non trovi mai nessuno che duri tanto; di qui, il tuo soffrire i distacchi - non per tenerezza. Di qui, il tuo rancore per chi se n'è andato; di qui la tua facilità a trovarti un nuovo patrono - ma non per cordialità. Sei una donna, e come donna sei caparbio. Ma non basti da solo, e lo sai.
7 nov. 1947, p. 339
Questo amore tranquillo, senza problema, è il più grosso dei tuoi problemi. Ti entra nel sangue più degli altri. E' quello vero? Chi sa.
11 nov. 1947, p. 339
Se la persona che aspetti non tornasse, non venisse mai più a cercarti, restasse dov'è, il suo coraggio avrebbe l'inutile effetto di farsi rimpiangere. Tu che ami tanto farti rimpiangere, impara quanto sia futile l'effetto.
3 dic. 1948, p. 357
Il piacere - uno dei più autentici - di accorgersi che qualcuno è costretto a scegliere, che non può avere due cose in una volta. E' un richiamo alla tragicità della vita, che consiste nel fatto che un valore non si concilia con un altro. Nasce da questo, che tu hai rinunciato a tante cose per averne una sola - e ti piace che questa legge schiacci tutti.
28 dic. 1949, p. 363
Perché lo scrittore non deve vivere del suo lavoro di scrittore? Perché allora dovrebbe fornire la data merce. Non è più libero davanti a sé. In qualunque momento lo scrittore deve poter dire: no, questo non lo scrivo. Cioè, avere un altro mestiere.
Cosa c'è di più rischioso che mantenere una famiglia coi propri romanzi, o in genere con la penna?
20 marzo 1950, pp. 392-393
Mon coeur reste encore à toi. Frase di degnazione, da maggiore a minore. Perché rallegrarsi tanto? E' chiaro che son io il beneficato. Echomai ouch echo. Come possedere senza esser posseduto? Tutto dipende da questo.
Dai discorsi di stasera (con la Pollone) risulta chiaro che io "sono posseduto" perché mi godo la parte interessante dell'uomo posseduto. Devo godermi quella impassibile del padrone. Sarò più amato. Ma c'è ancora gusto? Tutte le volte che ho posseduto io, non ci ho provato gusto (Dina, M., L., ecc.). Vecchia storia.
Bisogna esser posseduto senza dimostrarlo. E' possibile farlo con la "saggia rassegnata comprensione"?
22 marzo 1950, p. 393
Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe esser morta.
Devo avvezzarmi a vivere come se questo fosse normale.

Quante cose non le ho detto. In fondo il terrore di perderla ora, non è l'ansia "del possesso" ma la paura di non poterle più dire queste cose. Quali siano queste cose ora non so. Ma verrebbero come un torrente quando fossi con lei. E' uno stato di creazione. Oh dio, fammela ritrovare.
20 lugl. 1950, p. 398
Non si può finire con stile. Adesso la tentazione di lei.

Nota introduttiva e selezione di testi a cura di Gloria M. Ghioni