venerdì 16 dicembre 2011

Michela Marzano, storia di una straordinaria "farfalla"




Volevo essere una farfalla
di Michela Marzano
Mondadori, 2011
pp. 216
€ 17.50
Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei diventata forte, indipendente, libera. E non avrei mai più avuto bisogno di nessuno”.
L'immagine della farfalla suscita comunemente l'idea di qualcosa di impalpabile, libero, etereo e allo stesso tempo piccolo e fragile. Il sottotitolo del libro,“Come l'anoressia mi ha insegnato a vivere”, ne rivela inequivocabilmente il tema di fondo: la storia di Michela Marzano, scrittrice e professore ordinario di filosofia all'Università Paris Descartes, e della sua personale battaglia contro l’anoressia. Tuttavia il lettore più attento non potrà fare a meno di notare, già dalle prime pagine, che “anoressia” è solo una delle parole chiave del libro insieme a dolore, vuoto, sofferenza, peso, ovvero tutto ciò che c’è dietro o, se vogliamo, dentro l’anoressia.
Uno degli aspetti peculiari dell'ultimo libro della Marzano è rappresentato dalla connotazione strettamente filosofica che l'autrice ha voluto dare al racconto degli anni della sua vita funestati dalla malattia; l'obiettivo dell'autrice non è non descrivere una testimonianza, seppur reale e drammatica, in cui ogni anoressica possa riconoscersi, ma è soprattutto lo strumento con cui l'autrice dichiara il suo deciso rifiuto nei confronti di chi cerca di strumentalizzare il dolore, per farne un argomento da talk-show televisivo, spesso banalizzando, generalizzando, servendosi di “ricette usa e getta per vendere libri e illudere chi sta male”, finendo per “far passare le anoressiche per delle manipolatrici perverse che farebbero di tutto per gettare l'altro nella disperazione e diventare la causa della sua angoscia”, invece di “ascoltare quello che ognuno dice, cerca, rivendica, supplica”, invece di capire che “[...]quel corpo che cerca attenzione è solo un sintomo. 'Io sono qui, voi dove siete?”. Ma perché utilizzare proprio il corpo per comunicare un messaggio di dolore? Perché, scrive la Marzano:
E' nel corpo, e per suo tramite, che ci si iscrive nel mondo e si incontrano gli altri”.
Un altro spunto di riflessione fondamentale riguarda le cause a cui sono riconducibili, nella quasi totalità dei casi, le origini della malattia: non si esclude che il motivo che spinge ad una devastazione così violenta del proprio corpo sia, nella quasi totalità dei casi, un dolore, una perdita, un non-amore, il desiderio di soddisfare le aspettative delle persone amate fino all'annullamento del proprio io, “il bisogno di essere accettatati e il terrore di non esserlo”, ma tutto questo non pregiudica né annulla la dimensione profondamente soggettiva dell'anoressia. Parlare di un dramma così profondo, che investe gli anfratti più reconditi dell'animo umano, non è facile nemmeno per una scrittrice già vicina alla trattazione delle problematiche del corpo femminile; la stessa autrice ammette che solo dopo molto tempo ha trovato, non solo il coraggio, ma anche le parole per descrivere con lucidità e consapevolezza la sua personale battaglia.
La narrazione non si sviluppa secondo un vero e proprio filo temporale; alla descrizione di avvenimenti, personaggi, emozioni, e riflessioni legate alla vita attuale della scrittrice, si interpongono numerosi flashback, immediati, concisi, piccole schegge del passato incastonate nella trama del racconto del presente, “[…] Pennellate veloci in assenza di un disegno preciso. Perché talvolta i bordi e i contorni contano poco.” E’ la stessa Marzano a precisare, facendo ricorso ad una citazione kantiana, che, da parte sua, rimane comunque l’intenzione di proteggere, di preservare le parti più intime e segrete della sua vita e che il libro non ha l’obiettivo di svelarne tutti i dettagli, in quanto  
“tra dire tutto e non dire niente ci sono vari gradi. La mia stanza segreta resta intatta. Nessuno può entrarci.”
Ad ogni modo, componendo pagina dopo pagina i tasselli di questo puzzle narrativo, si riesce a ricostruire un’immagine nitida e completa della vita della scrittrice. Sotto gli occhi del lettore, si materializzano i ricordi dell’infanzia trascorsa nella Roma dell'inizio degli anni Settanta. L'ambiente familiare è dominato dalla figura autoritaria del padre, docente universitario severamente inquadrato tra i valori del rispetto delle regole, del lavoro e del senso del dovere, che impone ai suoi due figli la filosofia educativa dell' “essere a qualunque costo”. L'affetto che la piccola Michela prova per suo padre è totalizzante ma nonostante i suoi sforzi, sembra continuamente deludere le aspettative che il genitore nutre nei suoi confronti. Gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza trascorrono nel vano tentativo di conquistare l'amore e le attenzioni paterne, assecondando pericolosamente l'idea che per farsi amare basti sostituire il proprio essere con quello che l'altro si aspetta, annientarsi per diventare altro da sé. Ed ecco cosa scrive Michela poco dopo aver iniziato a frequentare la Facoltà di Filosofia alla Scuola Normale di Pisa:
“[...] era bello vedere che tra l'essere e il dover essere non c'era alcun rapporto. Che potevo anche non essere la persona giusta e perfetta che papà avrebbe voluto che fossi. Ma che potevo diventarlo. Perché il dovere implica il potere, come mostrava Kant. Quindi bastava dovere.”
Il profondo disagio comunicativo - relazionale che si sviluppa nel corso degli anni tra Michela e suo padre, sfocia drammaticamente nella somatizzazione del senso di colpa che, in questo caso, si esprime con la necessità di imporsi un esasperato, ferreo autocontrollo su tutto quello che mangia, fino a punirsi “per ogni caloria di troppo” che la ragazza ha la debolezza di ingerire e a pensare ossessivamente al modo per eliminarla. Gli anni si succedono dominati dal vuoto farabutto e intransigente fatto di fango e cartone” che divora ogni cosa, trascinando nelle tenebre la gioia di vivere, di amare, in un'incessante dicotomica opposizione tra tutto e niente, mangiare e vomitare, presente e passato, vita e morte, essere e dover essere:
Mangiare tutto, subito, sbriciolando il presente. Vomitare tutto, subito annullando il passato.”
Nemmeno i successi accademici e professionali (un percorso universitario brillante, la laurea e il dottorato di ricerca alla Scuola Normale) riescono a mitigare quel “dolore antico” che riaffiora continuamente a cui si accompagna l’impossibilità di comunicare il proprio disagio a un mondo che pone tra sé e l’altro un’impenetrabile cortina d’indifferenza, che vede nell’anoressica l’unica causa della sua malattia e nella sua assenza di volontà ciò che non le consente di uscire da quel ‘mondo di follia’ che si è costruita; luoghi comuni che impediscono agli spettatori superficiali del dramma che si consuma sotto i loro occhi, di capire che:
[...]la volontà, ovviamente, non c'entra niente. Anzi. E' proprio la forza di volontà che sostiene l'anoressia. La nutre. La asseconda. La rinforza.”
E nei momenti di disperazione la morte appare l’unica via d’uscita da una vita che, pur essendo piena di tante cose, è svuotata dell’essenziale.
Provate solo per qualche istante a pensare cosa vuol dire avere la sensazione di doversi sempre giustificare. Provate a immaginare cosa può voler dire avere il sentimento di dover fare sempre qualcosa per dare un senso all'esistenza, la certezza di non arrivarci. Che gli altri lo fanno meglio. Che voi non valete nulla, non servite a nulla, non avete alcun valore. In quei momenti non è la morte che fa paura. E' la vita. Perché la morte è solo una liberazione da quell'incubo che ti annienta...”
Le sedute psicoanalitiche si succedono per anni senza risultato. Ma la svolta arriva quando la scrittrice incontro un uomo che lavora in Francia, lo sposa e si trasferisce con lui a Parigi. Ed è proprio nella capitale francese che tutto ricomincia. Catapultata nella caleidoscopica realtà di una Parigi dai ritmi e dal linguaggio sconosciuto, la scrittrice trova il coraggio di risalire la ripida strada che la riporterà lentamente in salvo: non più dover essere quello che gli altri vogliono e si aspettano, ma essere se stessi, con i propri limiti, con le proprie domande che forse non avranno mai una risposta, con la propria diversità imprescindibile. Ed è questo il principio che guida la rinascita:
Credo che amare significhi accettare l'altro nella sua differenza. Dargli la possibilità di essere libero di esprimere se stesso. Sapere che è sempre altro rispetto a quello che vorremmo che fosse.”
Un libro che ci insegna come storia, pure nella sua immensa diversità, porta con sé la propria carica di sofferenza, ognuna percorre in un modo del tutto soggettivo il cammino accidentato che conduce al bivio tra la luce della vita e l'oblio perpetuo della morte. Ogni storia è fatta di lacerazioni, cadute, fratture, lacrime, tenebre, difficoltà che sembrano invalicabili quando manca l'amore e ci si sente accerchiati dalle acque oscure della solitudine. 

Vittoria Raimondi