lunedì 12 dicembre 2011

Il lamento del prepuzio


Il lamento del prepuzio [Foreskin’s lament]
di Shalom Auslander
Guanda, 2009

Traduzione di E. Caporello
pp. 267
€ 15.50

Funziona così: se siete tipi abitudinari, che amano fare colazione o aperitivo sempre nello stesso posto, finite per conoscere gli altri frequentatori. Magari fate due battute col cameriere o barista, diventate anche amici del tizio che prende il Martini come voi, litigate con la carogna che vi frega l’ultima bustina di zucchero di canna rimasta nella ciotola. Io prima del caffè divento aggressiva per molto meno.
Oltre alle persone che potete dire di conoscere ci sono gli altri avventori con i quali, per un motivo o per l’altro, non avete mai interagito. Forse avete carpito il loro nome in uno stralcio di conversazione; magari vi è caduto l’occhio sul loro iPod e sapete che genere di musica ascoltano, ma oltre a questo nulla di più. Sono i “conoscenti di lontano”.
In libreria funziona allo stesso, identico modo. Ci sono i libri che conoscete e amate, altri con i quali avete litigato. E alcuni che conoscete di vista del tipo:
“oh si l’ho sentito nominare”
“l’ho visto sullo scaffale delle offerte proprio ieri”
“è un libro in lista, prima o poi lo leggo di sicuro”.
Libri conoscenti di lontano per l’appunto.
In Feltrinelli, che qui a Padova è il posto dove sono di frequente più rintracciabile (come un bambino di fronte ad un negozio di dolciumi, ma sempre e solo con due euro nel portamonete), ho un sacco di conoscenti di questi tipo. Andando a memoria "Antigua, vita mia” della Serrano, “Cuore di tenebra” di Conrad, “Ogni cosa è illuminata”… e molti altri che, appunto perché semplici conoscenti, non mi vengono in mente.
Fino alla scorsa settimana il libro di cui tratto stasera rientrava nella lista dei semplici conoscenti. Era sempre in cima a qualche pila di volumi, sempre guardato di sfuggita per la vaga curiosità suscitata dal nome dell’autore, sempre preso in mano con un certo imbarazzo (come a dire: “c’è la parola prepuzio nel titolo!”). E’ stato promosso nella categoria “amici spiritosi che inviti volentieri alle feste”.
Dio ci odia: ad ogni minima infrazione di una delle sue mille regole, lui ci punirà con qualcosa di terribile, disumano, feroce e bastardo. Ha costantemente il dito poggiato sul pulsante del telecomando che dice “uccidere” o “inondare”.
Se sei un bravo bambino ebreo, cresciuto in una scuola conservatrice, con genitori depressi e conservatori, allora rispetti lo Shabbat, mangi cibo kosher e non metti mai in dubbio la bontà e la misericordia di una figura dalla lunga barba bianca che perde il controllo dei suoi nervi peggio di uno Yorkshire isterico.
Se non sei un bravo bambino e a) mangi carne di maiale b) ti droghi c) vai in bicicletta durante lo Shabbat d) ti masturbi costantemente… bhè il minimo che ti puoi aspettare è che il sopraccitato Signore faccia perdere la tua squadra di hockey, uccida tua moglie, ti sfiguri il viso con l’acido e poi rimanga lì a ridere fino alle lacrime. Non necessariamente le punizioni sono in quest’ordine.
Questo è il succo della seconda raccolta di Shalom Auslander (la prima è Beware of God, 2006): ripercorre le tappe della sua travagliata infanzia e adolescenza sempre a metà tra una fede inculcata e tatuata sotto pelle e il sacrosanto terrore e desiderio di infrangerla ad ogni angolo di strada.
Da grande fan e amante di Woody Allen, questo sarcasmo yiddish non poteva lasciarmi indifferente. Infatti ho iniziato a ridere alla riga 10 di pagina 9:
Quando non obbedivamo a quanto ci aveva comandato non gli piacevamo. Ci odiava. Certi giorni ci odiava così tanto che ci uccideva. A volte lasciava che gli altri ci uccidessero. Quei giorni noi li chiamiamo “giorni di festa”.
E ho più o meno smesso ai “ringraziamenti”
Dio, ti prego, non uccidere mia moglie, non uccidere mio figlio. Dopotutto è solo un libro, cazzo.
Scusa
Riflessioni sull’assurdità di certe imposizioni, su come la religione sia veramente tanto opprimente, ma fatto con ironia, macabro cinismo e sempre un occhio puntato verso l’alto giusto per essere sicuri che un fulmine non stia per cadere proprio sul portatile che scrive le irriverenti parole.
Ho scoperto che c’è una cosa su cui la maggior parte delle persone religiose si trova d’accordo, che si tratti di ebrei, cristiani o musulmani, ed è che se dopo le presentazioni inizi con loro una breve conversazione e dici per esempio “Dio è uno stronzo” tendono a reagire male.

Giulia Pretta