mercoledì 16 febbraio 2011

ALESSANDRO TICOZZI: Diario di un cinemaniaco di provincia

Diario di un cinemaniaco di provincia
di Alessandro Ticozzi
Fermenti Editrice, Roma 2010

€ 12.00


Tra il falshback delle più intime, succose aspirazioni di un giovane e disilluso cinemaniaco di provincia, e l'anteprima di esperienze inversamente illusorie, cangianti fino all'infantilismo, del trasognato biografo in questione, si sviscera un romanzo allucinato e straniante, a destabilizzare capricciosamente il languido scorrere di un'esistenza comune piatta e scarna, apparentemente priva di stimoli, con l'ausilio di una scrittura impressionista e decisamente improntata alla scenografia.
Sì, perché il Diario di Alessandro Ticozzi è in primis un bozzettistico spaccato cinematografico sull'Italietta odierna, sceneggiata però con l'estremizzante parodizzazione dei casi umani tipica del remake anni Cinquanta, strizzando l'occhio a quel giovanottismo truculento che tante radici affonda nella genuina insicurezza del non saper che fare, nell'inettitudine forzosa della perpetua condizione del "figlio di mamma", certo indotta dal disastrarsi contingente e capzioso dell'ordinamento sociale.
Presenza dominante, seppure paia non aprir bocca, è in effetti proprio la figura genitoriale materna, ingombrante chioccia e insieme catalizzatrice di iracondia non-sense, che nell'assoluta ignoranza circa l'universo monomaniacale in cui il figlio gravita senza sosta, funge da esemplare controfigura di una quotidianità scomoda, soffocante, onerosa.
Mangiare, dormire, studiare...tutte attività accessorie e fuori fuoco per chi sogna notte e giorno di entrare nell'olimpo dei "grandi", trasponendo quasi interamente la (già?) stanca esistenza insapore di un ragazzo non ancora trentenne, in  un avventuroso melange di irripetibili scaramucce, fra rincorse oniriche da scatole cinesi, riprese voyeristiche da cronaca nera e circostanziali improbità del luogo comune, vituperate e mitizzate sotto l'egida di quel che sembra poco più di un surrogato, ormai patetico, della sola idea - chiodo fisso - di un dorato,  fuorviante mondo del cinema (retrò).
E' così che il nostro parossistico protagonista, in piena schizzofrenia espressiva tra l'ingenuità patologica e l'efferatezza molesta, si barcamena in un tour roboante di incontri e scontri, orge e risse, equivoci e distorsioni, il tutto nel pieno e nervosamente infondato rispetto della più assoluta gratiutà, con la sola smania di primeggiare sugli altri, in una corsa all'affermazione sociale e lavorativa, che è ancora autocompiacimento da difesa, necessaria corazza da battaglia suburbana, salvifica maschera da palcoscenico. 
In uno speculare palesamento delle sue privatissime paure, il giovane maniaco  rassembla quindi la sua vita in un montaggio chiuso, deterministico, rassicurante, nella prospettica urgenza di distinguersi da una massificazione scomoda che sembra tarpare il suo superomismo ambivalente, imbottigliandolo  
tra queste anime perse, piccoli puntini nell'anonima folla di coloro che fanno il loro quotidiano tran tran con l'unico grande sogno di riuscire a tirare avanti.
Francesca Fiorletta