giovedì 21 settembre 2017

Ma la serie A non è la Serbia di Milosevic

La più odiata dagli italiani
di Davide Bacchilega
Las Vegas edizioni, 2017

pp. 300
€ 15


Un romanzo sul calcio. Per me, che sono un tifoso della Fottuta Signora Football Club. Sì, caro Davide Bacchilega, a te che hai ribattezzato in questo modo la Juventus per tutte la pagine, a te che ti sei divertito a dividere il mondo esattamente in due, sono certo con il sorriso, tra quelli che la amano e quelli che la odiano, devo dire una cosa: io sto nella prima metà, abito nell’universo opposto a quello del tuo titolo. Ci abito non in una maniera qualsiasi, ma come contagiato da una malattia in stato di metastasi. Dunque, ecco un primo appunto. Avevi una duplice scelta, sempre per il titolo. Visto che le alternative pesano parimenti 50 e 50. E hai optato per quella che mette in risalto il negativo di tutta la faccenda.
D’altronde, non potevo aspettarmi qualcosa di diverso da chi mette in bocca all’allenatore della Juventus, seppur nella finzione di un romanzo, le parole dell’allenatore della squadra rivale per eccellenza degli ultimi anni: il Napoli. Capitolo 64, in vista di una partita della Juve, la chiamerò così, io, per prepararla come si deve l’autore utilizza la tesi di Maurizio Sarri al corso di Coverciano. Ma non basta: il Napoli, così scopriremo, vincerà perfino lo scudetto alla fine del campionato di serie A raccontato nel libro giusto per poche giornate iniziali. Va be’, c’è chi gli scudetti li vince di cartone, chi a luglio e chi li vince nei libri. E c’è la Pro Vercelli che vanta i titoli di Roma, Fiorentina e, appunto, Napoli messe insieme. Sto sorridendo anch’io.
Altre cosette, cercando di essere serio. Siamo sicuri che l’autore non si sia lasciato un po’ prendere la mano? Intendiamoci, lo sappiamo che del mondo del calcio va scrostata la patina luccicante. E che dietro il giro ufficiale dei soldi, oltre gli account dei giocatori sorridenti che ballano la musica preferita, al di là dei titoli a nove colonne dei quotidiani e delle foto su instagram, esistono fondi d’investimento sovrani di difficile identificazione, le scommesse illegali, la malavita e i fascisti nelle curve. C’è del marcio ben oltre la Danimarca, direbbe un Amleto pallonaro. E se qualcuno si crede assolto, sbaglia prospettiva.
Ma il mondo della serie A descritto nel romanzo potrebbe essere buono per un torneo governato da oscure cricche o, mi viene da fare un esempio del genere, per la Serbia del fu Milosevic. E questo, per legittima scelta narrativa, intendiamoci, ruota attorno alla Juventus. Sì, c’è qualche altra squadretta che non dà un bell’esempio, a causa dei suoi tesserati che truccano le partite o dei suoi ultras che somigliano alle tigri di Arkan, ma, insomma, della Vecchia Signora si parla e alla Vecchia Signora si arriva. Anche solo per una questione di proprietà transitiva. Del tipo: il procuratore è un magnaccia da romanzo criminale, il giocatore simbolo di cui cura gli affari, oltre a essere un bevitore da movida sessualmente impotente, è l’attaccante bianconero più in vista, quale squadra viene da associare?
Che cosa sia la Juventus ce lo spiega il presidente, ultimo erede dell’unica aristocrazia rimasta in questo paese oramai piccolo borghese. Cito il dialogo con l’allenatore prescelto per risollevarne le sorti. Peccato che questo allenatore odi la Juve con tutte le sue forze. Salvo poi cedere e accettare.
«Noi siamo qualcosa di più profondo di una squadra di calcio.»
«Sarebbe a dire?»
«Noi incarniamo un’idea.»
«Che idea?»
«La vittoria.»
«E che idea sarebbe?»
«È tutto ciò che manca alla gente» fa il Rampollo di Famiglia.
«Tutto ciò per cui è disposta a pagare.»

Fra la Juventus e l’allenatore anti-juventino, Vincenzo Sarti, s’instaura una dialettica piuttosto accesa. È la parte migliore del libro, un dare e avere in cui a un certo punto Sarti dirà:
«Credete che le vostre prodezze o i vostri fallimenti non abbiano
conseguenze sullo stato d’animo di chi vi segue? Oppure peggio,
pensate che non abbiano influenza sulla memoria collettiva?»

Così si rivolge ai giocatori in un momento di connivenza con la filosofia societaria, seppur ammantando le frasi di un alone che tira in ballo psicologia e zeitgeist. Vincenzo Sarti è un personaggio stuzzicante e l’autore riesce a fare di questo protagonista il perno di riusciti dialoghi. Si sente che Bacchilega padroneggia l’argomento. L’ispirazione, ce lo confessa, viene dai santoni del calcio mondiale di varie epoche: Guardiola, Lobanovs’kyj, Menotti, Michels, Sacchi, Valdano. Lo sforzo ulteriore è quello di sfaccettare Sarti, costruirgli i suoi scheletri nell’armadio nonostante sia un apparente concentrato di coerenza. Tuttavia è in ottima compagnia e il romanzo si sviluppa come una gara a chi ha l’ombra più lunga da nascondere. In ogni ambito, sia in quello calcistico vero e proprio sia nel cosiddetto indotto, che è amplissimo e va dal giornalismo al marketing.
Ma anche Sarti finisce per farsi trasportare, a livello narrativo, verso una deriva dove sembra di stare all’epoca dei Medici o dei Borgia. Non quella delle fiction televisive. Manca solo il morto, magari per avvelenamento, poi il quadro sarebbe completo. So benissimo che quanto scritto sopra è frutto delle mie ferme convinzioni per cui come gesto di sportività, invero in me rarissimo e di conseguenza da apprezzare, concludo dicendo che mi piacerebbe leggere qualcosa proveniente da chi si trova a suo agio nella parte di mondo contenuta nel titolo.
Marco Caneschi

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