giovedì 13 luglio 2017

Contrasti dolceamari: l'adolescenza secondo Claudia Schreiber

Dolce come le amarene
di Claudia Schreiber
Keller editore, 2014

pp. 302  
€ 16,00

Titolo originale: Süss wie Schattenmorellen
Traduzione di Angela Lorenzini




L’opera di Claudia Schreiber è, fin dal titolo, improntata all’ossimoro, ai contrasti dolceamari. Protagoniste sono due ragazze diversissime tra loro, inserite in due opposti e ugualmente squilibrati contesti educativi. Paula ha sedici anni e vive a Dresda, in una prigione dorata, con genitori asfissianti e iperprotettivi che la idolatrano e al tempo stesso le negano ogni libertà: 
Paula non si poteva paragonare alle altre ragazze della sua età, non era precoce come quelle, anzi in fondo era come un pulcino appena sbucato dall’uovo. Era cresciuta al riparo da ogni male, […] non sapeva nemmeno comprare un biglietto del treno. Non avrebbero mai potuto affidare la loro bambina ai mezzi pubblici, perciò l’avevano sempre accompagnata in ogni dove, per poi andarla a riprendere (39).
Annie invece di anni ne ha tredici e vive in un paesino dell’Assia del nord con la madre e il nonno, proprietari di un frutteto. La sua esistenza corre spensierata e selvatica, data la totale assenza di modelli di riferimento validi: il nonno è caustico, sboccato, politicamente scorretto; la madre fragile e insicura, vittima di un’immaturità da cui non riesce a liberarsi.
Entrambi sono completamente autocentrati e abbandonano la ragazzina senza padre alla cura esclusiva di se stessa: “Annie non riusciva più a prendere sul serio i suoi adulti, entrambi erano ormai due bambini fuori controllo” (90). Lei, del resto, gode pienamente della propria libertà e cresce – o rifiuta di crescere – in sintonia totale con la natura che la circonda, unico vero modello e fonte di ispirazione e di riflessione:
la bella vita iniziava con la fioritura dei ciliegi e finiva coi falò autunnali. Per tutto quel periodo si alzava al mattino presto con impressa nella mente un’unica cosa: l’estate. In un lampo infilava mutande, pantaloncini, maglietta e sandali ed era già fuori. Ancora adesso a volte andava in giro per il frutteto a petto nudo, semplicemente perché non c’era niente da coprire, e si buttava addosso una T-shirt slavata quando spirava un po’ di vento (17). 
Da queste due pressoché totali solitudini – Paula è priva di amici, Annie può contare solo sulla sciocca Fritzi, che parla la lingua incomprensibile degli sms e del web, sul matto del paese Bile, e sul compassato e riservato farmacista Walt – si dipana un romanzo di anti-formazione che non conduce mai dove il lettore si aspetta, e che spiazza con continui cambiamenti di direzione. Anche l’incontro casuale tra le due ragazze non segue in alcun modo i canoni dei romanzi per ragazzi: nessuna scintilla di amicizia, nessun sentimentalismo. Annie, spaventata e abbandonata dai tutori (il nonno è scappato con la giovane fidanzata ucraina, la madre ha avuto un esaurimento nervoso e ha lasciato il paese), trova nel letto di sua madre Paula, fuggita da casa incinta e in procinto di partorire. Quello che la Schreiber descrive è un momento intenso e violento, in cui le due protagoniste sono messe alla prova nella loro individualità, ma non riescono a entrare in reale contatto l’una con l’altra. Il parto doloroso segna ambedue in modo differente, ma non diventa vera occasione di cambiamento: per Annie è solo una tappa lungo un graduale percorso di maturazione, che si avvale di continui – e spesso traumatici – confronti con il mondo circostante e con le leggi dell’unico universo conosciuto, quello della coltivazione delle amarene (“Annie si considerava come una ciliegia: all’inizio era una gemma, poi sarebbe fiorita e avrebbe continuato a crescere e a maturare, forse sarebbe stata utile a qualcuno, ne sarebbe stata felice e poi sarebbe passata, tutto qui”, 196); se una saggezza è possibile nel ristretto ambiente contadino in cui l’adolescente si muove,  questa viene tutta dall’esperienza delle cose e risulta pertanto diretta ed efficace, anche se non sempre utile. Per Paula, al contrario, il parto è solo un momento di svuotamento, con tutte le implicazioni semantiche contenute in tale concetto.

Con grande sensibilità, Claudia Schreiber spalanca finestre sulle esistenze dei suoi protagonisti, riuscendo con poche rapide pennellate a chiarire le dinamiche che li hanno portati ad essere ciò che sono e a far intuire quel che diventeranno. Lo fa attraverso il gusto per il ritratto, la caratterizzazione univoca e mai semplicistica dei personaggi, l’amore percepito per una natura che è madre e maestra (laddove le figure adulte sono per lo più carenti), l’uso intelligente dell’ironia, che permette al lettore di abbandonarsi alla risata durante passaggi narrativi insospettabili. Lo fa con la semplicità di una prosa tersa e scorrevole, pienamente accessibile, con la moderazione del giudizi:
“Un ciliegio ha bisogno dell’inverno” le aveva spiegato spesso il nonno. “Se il suo legno non sta al freddo per settimane e settimane, non darà frutti, d’estate. Accetta anche tu le gelate allo stesso modo. Chi non conosce il dolore, non realizzerà mai niente di prezioso e duraturo” (256).
In un momento in cui la letteratura sugli adolescenti sembra essere ammantata di cinismo, l’autrice assume invece una posizione di equilibrio e relativismo, ma senza buonismi, che rasserena. E Annie, con la sua forza inconsapevole, lo spirito critico e l’inesausto amore per i suoi alberi e per la vita, diventa nel panorama letterario attuale un personaggio a cui affezionarsi e una boccata d’aria fresca.

Carolina Pernigo

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