martedì 7 marzo 2017

Che terribilità, la vita: "Dovessi ritrovarmi in una selva oscura" di Roan Johnson

Dovessi ritrovarmi in una selva oscura
di Roan Johnson
Mondadori, 2017

pp. 240
€ 18,50


Il protagonista di questo libro è l'autore stesso: regista di Pisa, anche se abita a Roma, «in quella zona ambigua che quando succede un evento culturale viene chiamata Pigneto ma quando succede un fattaccio di cronaca torna a essere Torpignattara». La sua è una normale vita da giovane adulto: ha una fidanzata, Ottavia, ed un lavoro che lo soddisfa ma che non lo mette al riparo dalle incertezze sul futuro. E' un insicuro cronico ma tutto sommato se la cava fino a quando un giorno, facendo l'amore, un istante prima dell'orgasmo viene colpito da un dolore lancinante alla testa, che compromette la sua prestazione, oltre che gettarlo nel panico: terribilità, l'ha chiamata, questa strana malattia.
Il tema delle difficoltà sessuali è un classico della comicità ed anche in questo caso riserva pagine divertenti grazie alla voce di Johnson, che da vero sceneggiatore costruisce i suoi sketch con padronanza grazie ad una scrittura ironica e pop che ricorda i toni da commedia d'autore usati nel suo film Fino a qui tutto bene (dal quale tra l'altro viene recuperato l'aneddoto sulla costruzione della Torre di Pisa). A volte lo scrittore spinge sull'acceleratore e parte con un accumulo di esagerazioni per rendere l'ansia del protagonista (solo in parte dovuta al problema sessuale e per il resto congenita) e le sparate che ne conseguono.
Appurato scientificamente che il problema non riguarda solo la copula, ma anche gli atti onanistici, il Johnson si affida a mani mediche e nonostante le ritrosie prova anche gli psicofarmaci ma la situazione non migliora. È come togliere il tappo a una diga: la paura dell'amplesso porta con sé un terrore diffuso che lo fa rimanere chiuso in casa, dopodiché arriva anche il blocco dello scrittore e la perdita della voglia di lavorare. Particolarmente riuscite sono le parti in cui descrive l'arrivo dell'ondata di panico, l'irrazionale paura che fa precipitare una situazione normale in un incubo senza uscita.

Ciò che sta capitando al protagonista è ai suoi stessi occhi simbolico: arrivato a 38 anni, ovvero nel mezzo del cammin della sua vita, l'impossibilità di godere è metafora della temuta preclusione ai piaceri che l'età comporta. Ecco allora che l'episodio diventa l'occasione per fare i conti; col proprio futuro: ad andar bene mancano una trentina d'anni di salute, che progressivamente peggiorerà. Ma anche col passato: Johnson non solo sente infatti di non aver combinato molto nella vita (si affaccia la consapevolezza di essere già un po' in ritardo per fare figli e costruirsi una famiglia), ma ritiene di aver sprecato il suo tempo, mancando di cogliere le occasioni nel periodo migliore dell'esistenza. Sin da quando era bambino, il suo assillo è stato proprio quello, il tempo: una quantità finita che limita le possibilità. Con l'ingenuità naif che ha colto tutti almeno una volta, rimpiange di non essere immortale, per poter essere tutto ciò che vuole.

Lo schema narrativo non è dei più originali, ma la scrittura del regista rende il romanzo piacevole e riesce a donare al suo protagonista una propria personalità. La narrazione procede per paragrafi brevi assecondando le associazioni mentali dell'autore, che spesso parte da una situazione presente per tuffarsi in parallelismi con vicende della sua storia personale. Ecco allora rispuntare il ricordo del “grande smatto”, ovvero della crisi che lo ha colto a ventidue anni: partita come una semplice delusione d'amore, presto essa è diventata un disagio che mischiava il malessere esistenziale e l'insofferenza alle regole tipici di quella età confluendo in una sorta di afflato panteistico in stile hippy, arrivando però a comportamenti estremi (il vagabondaggio in povertà senza alcun tipo di criterio) e lambendo pericolosamente la patologia (paranoia e dissociazione dalla realtà) e l'abuso di sostanze stupefacenti, tanto che la madre deciderà di portarlo al SERT. Forse, allora, ciò che lo coglie adesso è il riflesso di un malessere che ha sempre covato e che se prima si era sfogato, seppure in maniera rischiosa, in una sorta di vitalismo ora, con l'impressione di aver sparato quasi tutte le cartucce a disposizione, non ha altro modo di esprimersi che nella depressione. La sua vita in pratica è stato un lungo alternarsi di momenti di sbandamento e di ritorni in carreggiata, tutti caratterizzati però da una vuoto interiore, colmato di volta in volta con una dipendenza: dalle droghe, dal lavoro o da forti propositi assoluti.
Ti puoi essere buttato nella famiglia, nel tuo lavoro, nello sport, nei cruciverba, nei videogiochi - per cento ore sei stato a giocare a GTA, a fare shopping, a guardare le partite di calcio, a bere, trombare - ma a un certo punto arriverà: è uno strano mal di testa, un'analisi andata male. Tu hai fatto tutto quello per allontanare il momento in cui busserà alla tua porta e ti dirà: sono arrivata. E come si batte quella paura lì, quell'immensa inculata della morte?
Il meccanismo che lo fa ritornare spesso con la mente alla sua gioventù blocca un po' il procedere della trama, che forse avrebbe dovuto essere costruita su accadimenti più consistenti. Attorno alla metà del romanzo, Johnson trova però un equilibrio maggiore, una medietà che giova alla narrazione, anche se sembra perdere interesse per il fattore scatenante (il dolore pre-orgasmo) decidendo di concentrare il libro sul percorso di vita del protagonista.

Il personaggio di Johnson è ascrivibile al lungo elenco di adultoscenti che vivono male il proprio rapporto con la maturità, la quale coincide inevitabilmente con il restringimento della totale libertà di cui solo i giovani possono godere e con l'inquadramento più o meno forzato all'interno della società. Il punto di vista dell'autore è però ambiguo, perché pur avvertendosi il rammarico per tutto quello che invecchiando si perde si percepisce anche la consapevolezza della parzialità della visione di allora. Ripensare al suo passato gli permette di valutarlo in maniera più obiettiva, mostrando gli errori commessi e le chine pericolose verso le quali l'atteggiamento di un tempo poteva portarlo. Si ritrova ad esempio a contare i pochi sopravvissuti all'eroina che girava al Macchia Nera, il centro sociale che frequentava, la sua seconda casa in quegli anni decisivi. “La vita è anche questo: accettare le conseguenze delle sue contraddizioni più stronze” e il regista, con onestà, si sforza di non ridurre la complessità del mondo al manicheismo adolescenziale.
Come abbiamo detto, il protagonista è Roan stesso e spesso l'autore si avvale del gioco metanarrativo del rivolgersi direttamente ai lettori ricordando loro che si tratta di finzione. Certamente è un tipo di scrittura infarcita di riferimenti fortemente personali in cui l'invenzione nasce a partire dal proprio vissuto. Non credo si tratti di autobiografia pura; se lo fosse, onore a Johnson che ha saputo mettersi davvero a nudo esibendo le sue fragilità.
Arriverà la pace, anche per quest'uomo. C'è da riflettere sul fatto che molta letteratura di questo genere non riesca a trovare soluzioni diverse dalla costruzione di una famiglia. Ne avevo già parlato recensendo Il matrimonio di mio fratello di Brizzi. Non è una polemica contro l'istituzione familiare in sé; sono sicuro che nella maggioranza dei casi essa sancisce in effetti un riappacificarsi con l'esistenza, e se nello specifico il romanzo di Johnson è davvero una sorta di diario non avrebbe senso discutere delle sue scelte narrative, che rispecchierebbero ciò che gli è accaduto realmente. La mia è una riflessione generale, che mi spinge a chiedermi se la costituzione di un nucleo familiare come esito ultimo di questo genere di romanzi derivi dall'effettiva potenza curatrice della famiglia (che alletta anche me, lo dico senza snobismi) o se in qualche modo dipenda almeno in parte dal fatto che anche questi autori siano influenzati dallo spirito del tempo che legherebbe dunque ancora la serenità al trovare un partner e fare figli. Mi piacerebbe insomma sapere se, per i giovani ribelli ai quali mi sento affine per temperamento e che si pongono le mie stesse domande sul futuro, sia possibile immaginare finali diversi ma altrettanto felici.

Nicola Campostori

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