sabato 18 febbraio 2017

#CriticaNera - Di cosa parliamo quando parliamo di noir (2^ parte)

L'indagine continua... Foto di ©Nicola Campostori

 Prosegue il dialogo tra Alessio Piras e Nicola Campostori sul noir. Qui trovate la prima parte.


(NICOLA CAMPOSTORI)
Nelle tue riflessioni sul noir è centrale il concetto di disincanto, che ti serve anche a sgombrare il campo da alcune definizioni fuorvianti: mi dicevi ad esempio che una delle etichette che vanno più di moda, quella di noir mediterraneo (categoria nella quale potrebbe rientrare anche il tuo romanzo), secondo te “non sta in piedi”; nell'articolo
«Cronache del disincanto. Una comparazione tra Manuel Vázquez Montalbán e Bruno Morchio», scritto per la rivista Altre modernità, condividi infatti le riflessioni di Javier Sánchez Zapatero e Alex Martín Escribà, i quali affermano che:
[…] il criterio geografico è per sua natura limitante vista la pretesa totalizzante di questo tipo di narrazioni” e che sia perciò “più opportuno basare le comparazioni che portano alla definizione delle etichette e alla classificazione dei generi letterari su elementi strutturali e narrativi più solidi”. Anziché di noir mediterraneo bisognerebbe allora parlare di “cronaca del disincanto”, definizione che arriva ad includere “le narrazioni di un intero continente, l’Europa, che dalle coste del Mediterraneo a quelle del Mare del Nord è attraversato da una comune necessità di critica sociale e politica che metta in discussione lo status quo su cui si fondamenta l’attuale Unione Europea.
Vogliamo approfondire questa riflessione sulla definizione restrittiva di noir mediterraneo?

(ALESSIO PIRAS)
Alex e Javier fanno qualcosa di più che riflettere, fanno qualcosa a cui non siamo abituati nell'ambito della ricerca letteraria (ignorata dalla stragrande maggioranza degli editori): portano dei dati empirici. Mi spiego: attraverso l'analisi di alcune serie noir latinoamericane stabiliscono una linea di discendenza tra Pepe Carvalho e una serie di investigatori che vivono in città bagnate dall'Atlantico e dal Pacifico. Allo stesso tempo studiano come Carvalho discenda da Sam Spade e Philip Marlowe, personaggi capostipiti dell'hard boiled nord americano. Cosa provano Alex e Javier? Che in realtà il fenomeno noir è molto più ampio e vasto del bacino del Mediterraneo, che nonostante alcune caratteristiche comuni agli investigatori che si muovono sulle coste del mare nostrum, questi sono ugualmente parenti dei detective americani o nord europei. Per questa ragione il criterio geografico è limitante, anche se commercialmente funziona: non è supportato da dati letterari empirici e chi fa critica, chi fa ricerca in questo ambito, non può sottovalutarlo. Partendo da questa prima tesi, Alex e Javier sono andati un po' più in là e hanno provato ad adattare la nozione di cronaca del disincanto alle narrazioni di scrittori diversi da Vázquez Montalbán. Lo stesso metodo l'ho applicato io comparando quest'ultimo a Morchio, consapevole di avere un po' stuzzicato la pretesa unicità del giallo italiano, che è sì peculiare, ma si muove in un contesto internazionale ben preciso che rompe i confini del mar Mediterraneo. La cronaca del disincanto, invece, include uno spettro più ampio di narrazioni senza limitarsi alla regione d'origine delle stesse. Il concetto infatti rimanda a due elementi chiave dell'epoca che stiamo vivendo: l'immediatezza della scrittura (sia in termini di rapidità che di vicinanza al lettore) e la disillusione, ovvero la rottura della speranza, l'essere passati dalle great expectations del secondo dopoguerra agli hard times della fine del XX secolo e inizio del XXI. La cronaca del disincanto parte, infatti, da un presupposto ben più universale che la geografia: è una visione del mondo che tocca nel profondo l'animo umano (gli investigatori sono malinconici, nostalgici, solitari, outsider, ecc.) ed è per questo che il lettore si identifica in essi, siano marsigliesi, siciliani o di Città del Messico.

(NC)
Che definizione daresti allora della cronaca del disincanto?

(AP)
José Colmeiro ha scritto un libro di quasi quattrocento pagine intitolato Crónica general del desencanto e una definizione univoca di che cosa si tratti non c'è. Impossibile da circoscrivere perché è un genere abbastanza trasversale, in realtà sfonda le porte del noir. Anzi il noir è solo una delle tante sue manifestazioni. In teoria anche un film di Woody Allen, tipo Manhattan, potrebbe rientrare in questa tipologia di narrazione. Io credo che bisogna uscire dagli schemi della narrativa di genere e andare un po' oltre le collane editoriali (che sono utili nel momento in cui bisogna comprare un libro, ma sono fuorvianti quando la letteratura bisogna studiarla). Personalmente, la considero un punto di vista sul mondo che lo scrittore fa passare attraverso una lente privilegiata che è il personaggio, nel nostro caso l'investigatore privato o il poliziotto. Un punto di vista critico e ironico, consapevole del fatto che «tutto cambia perché rimanga tutto uguale». E forse Tomasi di Lampedusa è stato uno dei primi disincantati italiani con il suo splendido Principe di Salina. L'ironia è un elemento fondamentale perché segna il distacco dalla realtà e permette al personaggio letterario di essere il legame tra il mondo fittizio e quello reale. È anche un'arma di difesa: senza l'ironia Pepe Carvalho cadrebbe nel nichilismo e nel disfattismo più profondo.

(NC)
In Omicidio in Piazza Sant'Elena scrivi che il tuo protagonista Lorenzo è stato comunista e che, come essere genoano, questo significa una “costante illusione”: fai quindi tuo quanto sostenuto da Fernando Martínez Laínez, il quale vede nella delusione provocata dal fallimento delle forze di sinistra affini al comunismo una nota sintomatica di questo tipo di narrazioni, i cui autori sono stati in gran parte militanti attivi nei movimenti studenteschi e giovanili degli anni ‘50 e ‘60. Si tratterebbe, aggiungi, di un disincanto generazionale che viene trasferito nero su bianco sulle pagine di romanzi con protagonisti dei perfetti alter ego degli autori stessi. Tu però sei anagraficamente distante da quegli scrittori: pensi di essere un caso isolato o che invece la tua generazione abbia in sé caratteristiche che la avvicinano al disincanto di quegli autori? Oggi che la politica sembra così lontana da moltissimi tuoi coetanei, si può essere ancora nostalgici di qualcosa che non si è mai vissuto? Oppure si accettano più facilmente le storture del mondo proprio perché non si ha un passato o un'ideologia da rimpiangere? E come si ripercuote questo nella nuova leva di autori noir?

(AP)
La generazione dei miei genitori, che è la stessa di Morchio, ha vissuto il disincanto, lo scarto tra sogno e realtà. E quello scarto è divenuto evidente proprio quando noi siamo venuti al mondo. La nostra generazione invece a trent'anni è già nostalgica ed è convinta che il mondo sia finito nel 1979, ovvero ancora prima che nascessimo. Se ci pensi gli idoli musicali e politici dei nostri genitori sono anche i nostri; le loro battaglie sono diventate le nostre e così via. I nuovi autori noir, quelli della nostra generazione, come Piergiorgio Pulixi (bravissimo, che pubblica per E/O) o Alberto Minnella (con il quale condivido l'editore), sono nati nel brodo del disincanto, nel senso che l'epoca delle grandi speranze non l'abbiamo mai vissuta. Ne abbiamo solo sentito il racconto, la narrazione, percepito l'odore. Ovviamente questo ha delle ricadute su ciò che scriviamo, ma ognuno rielabora il proprio contesto storico a suo modo e a partire da questo momento parlerò a titolo personale. Non credo che sarei mai capace di creare un personaggio come Pepe Carvalho o Bacci Pagano, anche situando un romanzo in epoca passata. Non ne sarei capace perché i miei personaggi sono figli di un'epoca storica precisa e diversa da quella di cui sono figli i personaggi di Vázquez Montalbán e Morchio. Forse il tratto distintivo di chi non ha conosciuto l'incanto è la nostalgia e il rimpianto nei confronti delle piccole cose, di quei dettagli che rendevano speciale ogni giorno. È una nostalgia che si basa in parte sul non vissuto, al contrario di quella dei miei genitori, ad esempio, che si basa interamente sulla loro esperienza di vita. C'è anche un altro aspetto da considerare, credo. Noi nati negli anni '80 abbiamo vissuto in maniera traumatica il passaggio dall'era analogica a quella digitale: siamo stati educati al mondo in FM e ci siamo ritrovati adulti in digitale terrestre. Ciò, a mio avviso, comporta uno sfasamento tra gioventù ed età adulta che situa il tempo delle mele ancora più lontano nel tempo. E da lì scatta la nostalgia, che non è tanto una nostalgia politica, di un'ideologia, ma di un mondo, di una conformazione del mondo che noi identifichiamo con la nostra infanzia. È cambiato tutto, se ci pensi. Da Pulp Fiction sono passati solo 25 anni, eppure se lo guardi sembra un film degli anni '70. Il pre-Internet è tutto schiacciato in un'unica dimensione temporale, lontanissima, e noi siamo nati lì. Per questo sembra così distante. Per questo a 30 anni siamo nostalgici come se ne avessimo 60.

(NC)
Nell'articolo su Altre modernità precisi che il disincanto è diverso dal nichilismo. Però anche il disincanto, aldilà dei suoi valori “positivi” (il rifiuto della verità assoluta, il dubbio assiduo come unica ragione, il relativismo indice di apertura mentale) può assumere i connotati di un abbandono della lotta, per giunta rivendicato; di fronte ad un mondo in cui i cattivi trionfano, il disincanto può trasformarsi in fatalismo, rinuncia. L'ironia che tu hai descritto come arma di salvezza alla lunga diventa una presa di distanza che si rivela essere un modo per non prendere sul serio nulla; rifiutare che esistano valori assoluti può spingere a non averne di valori, a non difendere più niente e, in definitiva, a non praticare alternative limitandosi ad osservare il mondo con sarcasmo ma vivendo perfettamente al suo interno. Se fosse così, allora il disincanto non sarebbe (solo) un modo di contrapporsi alle storture del mondo ma (anche) un modo per accettarle, per deresponsabilizzarsi di fronte ad esse. È solo un'ipotesi, e ovviamente andrebbe analizzato caso per caso, e non voglio arrivare a dire che il disincanto sia tout court rinunciatario. L'ispettore Laidlaw di McIlvanney, ad esempio, dimostra come accanto alla disillusione possa resistere l'impegno a non arrendersi, a voler cambiare le cose. Non è un caso che la formazione di questo poliziotto sia “marxista”: i criminali non agiscono nel vuoto, ma all'interno di forze sociali che, Come cerchi nell'acqua (titolo del primo capitolo della Trilogia di Glasgow) si influenzano a vicenda, condizionando le esistenze di tutti e mettendole in relazione l'una con l'altra. Laidlaw è il prodotto del confronto tra un'ideologia forte e il principio di realtà, tra l'idealismo e l'esperienza, due forze che convivono producendo un personaggio che non chiude gli occhi di fronte al mondo, non è un ingenuo, ma non è nemmeno un nichilista, anzi. È eroico in questa sua strenua difesa di un senso del suo lavoro. Allo stesso modo, nel suo piccolo, il tuo Pittaluga, l'agente collaboratore di Pagani, è entrato in polizia anche per cambiare l'atteggiamento delle forze dell'ordine, fatto spesso di corruzione, piccoli favori, pestaggi gratuiti. Da questo punto di vista Genova non può non rimandare ai fatti tragici del G8 del 2001.
Ho parlato di Laidlaw perché nel finale il tuo libro mi ha ricordato il suo atteggiamento: tu stesso affermi infatti che la vicenda che racconti ha trasformato Lorenzo rendendolo “un altro uomo tormentato che guarda al mondo con occhio disincantato, senza farsi illusioni, ma convinto di avere una missione in questa realtà distopica”. Questo tipo di noir parla di eroi contemporanei: la tragedia in cui vivono è l'impossibilità di raggiungere la verità (esistenziale o sotto forma di giustizia) e la loro dimensione eroica consiste proprio nell'affrontare comunque il loro destino, di ingaggiare la lotta contro questa impossibilità. L'antidoto al nichilismo è proprio l'indagine: finché il protagonista fa il suo lavoro, finché lotta e continua a cercare i brandelli di verità e giustizia che ci sono concessi su questa terra, la speranza (una speranza magari individuale e non più collettiva come è stata nel Novecento) non viene mai abbandonata totalmente.

(AP)
Il disincanto può sfociare nel nichilismo e nella rinuncia. Certo, è un rischio che esiste e che alcuni personaggi corrono. Ma per ora, anche il più ironico e arrogante tra questi detective del mondo, Pepe Carvalho, ha una serie di valori e principi che ne cimentano l'agire quotidiano. E l'ossessione per la verità ne è quello più evidente. Io credo che la verità, in un mondo falso e basato sull'apparenza, sia il vero motore che dà a questi uomini e queste donne (Petra Delicado, di Alicia Giménez Bartlett) la forza di agire, di non restare fermi a guardare. Se la giustizia è impossibile e se il concetto di giustizia è così fumoso, diverso è il discorso per la verità. E qui secondo me viene la sorpresa: questi personaggi sono consapevoli che esiste una e una sola verità su un omicidio, ma partono da un pluralità di versioni potenzialmente vere e in questo caos, che rispecchia molto efficacemente la società in cui viviamo, si muovono fino a incontrare il filo giusto che li conduca a capire.
La risposta alla domanda sarebbe finita, ma colgo l'occasione per dire due parole sul G8 di Genova. Si tratta, senza alcun dubbio, dell'evento storico che ha rotto l'incanto della nostra giovinezza: chi è andato a manifestare è diventato adulto nel volgere di poche ore, e chi è stato a casa ha visto negli occhi dei propri genitori quella rabbia e quella disperazione che probabilmente avevano 20-30 anni prima quando erano loro a manifestare. Da quel momento, da quel luglio 2001, tutto è cambiato. Pittaluga è più piccolo di noi, nel 2001 aveva circa 10 anni. Ma l'ho fatto nascere e crescere tra Marassi e San Fruttuoso, due quartieri che il G8 l'hanno visto in diretta: se non manifestavi, eri in casa barricato sperando che non ti incendiassero la rumenta o la Vespa. E le alternative per chi è stato dentro il G8 senza volerlo, buttato in mezzo alla guerriglia con la sola colpa di vivere nel quartiere sbagliato, non può che sviluppare due tipi di storie: o diventare un anti-sistema, oppure cercare di cambiare il sistema da dentro, ad esempio diventando poliziotto. Sono due percorsi paralleli e due facce della stessa medaglia.

(NC)
Oltre al noir “sociale” di cui abbiamo parlato sinora, c'è tutto un filone meno politico in senso stretto, che sonda l'animo umano, concentrandosi su questioni come il confine tra bene e male, i “demoni” che ci abitano, ecc. Il tratto che accomuna i due sottogeneri potrebbe comunque essere quello che suggerivi tu all'inizio di questa conversazione: l'indagine, intesa non solo in senso poliziesco ma anche di ricerca (della verità, del senso della vita, della condizione umana). Il lato oscuro che si va ad indagare non è per forza quello della società, ma può essere quello dell'uomo. L'indagine non è più quella classica poliziesca ma diventa indagine “filosofica”. Uno degli ultimi esempi che ho letto è La città dell'oblio di René Frégni: se nella seconda parte gli aspetti criminali della vicenda si accentuano, è piuttosto la ricerca (l'indagine) del protagonista di un senso ad accostare il libro al genere, perché in questa ricerca Ralph attraversa le tenebre dell'animo umano.

(AP)
Io credo che quella di Frégni e del noir filosofico sia la nuova frontiera del genere perché l'oggetto di studio diventa l'essere umano con tutte le sue contraddizioni e le sue debolezze. È un sottogenere dall'enorme potenziale, ma che fa paura, soprattutto a chi scrive, a me per esempio: ti confronti con il dolore, ne vai toccare le corde più intime. Qualcuno mi ha detto che con Omicidio in Piazza Sant'Elena ci ho provato, con un certo timore. Non so se sia così perché come molte opere prime anche il mio romanzo è frutto di una scrittura incosciente e istintiva. Ciononostante, forse il fatto che il protagonista sia un filosofo è un indizio in questo senso. Vorrei, però, precisare che, in parte, il noir sociale già lo fa: in Italia Carlotto sonda molto bene questo aspetto con la saga dedicata a Pellegrini e con l'ultimo romanzo, Il turista. Ma sarebbe auspicabile una sperimentazione sulla scorta di quella di Frégni con un'unica incognita per chi si cimenta: trovare un editore che abbia il coraggio di pubblicarlo. Perché in questo momento il noir sociale, con digressioni gastronomiche e poca profondità intellettuale, vende e piace.

(NC)
Con quest'ultimo riferimento alle digressioni gastronomiche tocchi un tasto al quale volevo arrivare passando da una riflessione generale sul rapporto tra il noir e le città, il territorio. Perché i luoghi sono diventati così importanti nel noir? Quasi tutti i protagonisti più recenti delle saghe noir sono estremamente caratterizzati dal punto di vista territoriale (e ciò tra l'altro non lede la loro popolarità anche in luoghi distanti da quelli narrati, ma anzi sembra rafforzarla). Repubblica propone allegata al giornale la collana Italia Noir, una serie di libri scelti assecondando questa tendenza, con l'intento di “sondare il nostro Paese attraverso una serie di libri regione per regione, dalle grandi città ai piccoli centri”. Il titolo del tuo romanzo cita esplicitamente un luogo preciso di Genova, Piazza Sant'Elena; tanti libri editi, come il tuo, da Frilli, segnalano sin dalla copertina le ambientazioni (Il Colosso di corso Lodi, Arrigoni e il caso di piazzale Loreto, Il segreto del Voltone, per citare solo i primi che mi vengono in mente). Vorrei dividere la domanda in due parti: innanzitutto, perché sono importanti per gli autori? Ad esempio, perché tu hai scelto di caratterizzare così fortemente il tuo romanzo dal punto di vista dei luoghi?

(AP)
Innanzitutto, ti svelo che il titolo originale di questo mio romanzo era un altro. Ma lo conosciamo solo io, mia moglie e il mio primo editore, Marco Frilli, il padre di Carlo, recentemente scomparso e primo lettore del manoscritto. Gli devo molto, decise lui di pubblicarmi e citarlo oggi è un modo per ricordarlo. Detto ciò, posso risponderti solo per me perché la ragione è strettamente personale in questo caso e non ha nulla a che vedere con strategie di marketing che, al contrario, sono decisive in moltissimi romanzi di successo, non solo noir. Omicidio in Piazza Sant'Elena è nato in un momento della mia vita in cui avevo conosciuto un paio di abbandoni e avevo già provato la morsa della nostalgia. Il primo abbandono quando lasciai la casa dei miei genitori per andare a studiare a Genova. Il secondo abbandono quando lasciai Genova per andare a studiare prima a Siena e poi a vivere a Milano. Se il primo abbandono non fu traumatico perché alla fine rimanevo nello stesso ambiente, nello stesso paesaggio e guardando lo stesso mare, il secondo abbandono lo vissi con maggiore fatica. Provai allora, forse per la prima volta, questo dolore del ritorno che è la nostalgia. Ciò si lega a quello che per me significa scrivere, ovvero ritornare su alcune sensazioni dolorose, dare la parola a qualcosa che in realtà è difficilissimo da descrivere. Per quanto mi riguarda scrivere di un luogo significa ritornarci, esserci, ripercorrere strade e rivivere sensazioni. Non è un caso, forse, che i due capitoli ambientati a Barcellona li abbia scritti da Genova e tutti quelli ambientati a Genova tra Milano e Palermo. Scrivo di Genova, forse, per illudermi di non essermene mai andato.
Se vogliamo guardare alla questione in maniera più generale possono intervenire diversi fattori. Uno di questi è la volontà di identificare il personaggio alter ego dell'autore con il luogo in cui si muove. Pensa alla Marsiglia di Fabio Montale, per esempio. Questo meccanismo può far emergere la città a qualcosa di più che uno scenario, la fa diventare un personaggio aggiunto e come tale va fortemente caratterizzato perché chi legge, soprattutto se non la conosce, deve materialmente vederla. Un esperimento interessante è proprio con la saga di Jean-Claude Izzo: fino a questa estate Marsiglia per me era un personaggio letterario, ma a tal punto caratterizzato che quando ci sono transitato brevemente mi è sembrato di conoscerla da tempo.

(NC)
Nella Nota dell'autore iniziale scrivi che “Tutti i riferimenti a persone realmente esistenti o esistite devono considerarsi puramente casuali” ma aggiungi: “Corrispondono invece al vero i nomi delle strade e della maggior parte dei locali frequentati dai personaggi, sia a Genova che a Barcellona”. Come mai questa precisazione?

(AP)
Affermare che tutti i riferimenti a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale è un modo per mettersi al riparo. La finzione narrativa non nasce dal nulla, anche la più fantasy delle opere pesca dalla realtà perché il mondo reale è la materia prima che poi lavoriamo più o meno finemente. Quindi in un romanzo sono inevitabili riferimenti a persone, fatti e luoghi realmente esistenti. La precisazione sul fatto che la geografia della narrazione corrisponde al vero è in realtà un modo per dire al lettore che quei luoghi e quei locali esistono, che se vuole può andarci, toccarli, immergersi in essi e farli propri. È un po’ un giocare divertente con la curiosità del lettore.

(NC)
Nel prologo, con l'arrivo di un marinaio che sbarca a Barcellona, c'è una fitta toponomastica della città spagnola fino ad un preciso locale, la Granja Viader. Ma è soprattutto Genova, la location principale del romanzo, ad essere descritta nei dettagli. Uno dei protagonisti, Lorenzo Marino, è un professore universitario che rientra a Genova dopo 15 anni vissuti a Barcellona: personaggio perfetto per mettere in scena il legame con la città. Un rapporto ambivalente, tra l'altro: nelle tue parole, Genova è “un duello continuo con quella natura che ti mangia”, una città che si ama soprattutto quando si è lontani. Mi sembra, viste anche le risposte precedenti, che ci siano accenti fortemente autobiografici in questa visione, è così?

(AP)
Fabrizio De Andrè diceva che "Genova è una città da rimpiangere" e credo avesse ragione. Estenderei questa caratteristica all'intera regione, per lo meno nella parte più genovesizzata, tra Savona e Sestri Levante. Ho imparato ad amare Genova quando ero uno studente universitario, ma è stato quando me ne sono andato, prima a Siena, poi a Milano e ora a Barcellona, che ho davvero colto il senso ultimo di questa città, che ne ho preso l'essenza e l'ho fatta mia. Non dico che per tutti debba essere così, ad esempio Morchio ha fatto su Genova un grandissimo lavoro e ci vive regolarmente. Ma quello che mi affascina della mia città, e che forse nella serie Bacci Pagano traluce poco, è la profonda e decadente nostalgia di un luogo che è stato grande, non dimentichiamoci cos'era Genova nel XVI secolo, e che oggi è in profonda crisi. Una crisi che sembra non finire e che i genovesi, spesso, non vedono. Molte volte parlando con amici che vivono a Genova mi sembra di parlare di due città diverse, due visioni completamente distinte dello stesso luogo. Quindi, per rispondere alla tua domanda in maniera abbastanza netta, direi proprio di sì, che la visione di Lorenzo, ma anche quella di Pagani, su Genova, coincide con la mia.

(NC)
Veniamo alla seconda parte della domanda sul territorio: perché il pubblico apprezza questa caratterizzazione? Una mia ipotesi, che vorrei verificare con te, è che derivi dalla ricerca delle “piccole cose” che rendono la vita degna di essere vissuta. Esplorare una città, viverla, è una di quelle esperienze che tutti possiamo comprendere. A quest'idea collego anche un altro tòpos del noir: l'amore per il cibo. Anche nel tuo libro si affaccia, pur se in maniera meno invadente rispetto a quanto avviene in altri autori; cibo e luoghi sono strettamente collegati; nel tuo «Cronache del disincanto…» sostieni in effetti che c'è uno “stretto legame tra il territorio e la cucina, forse l'elemento più resistente di una cultura”. Forse il noir è diventato il luogo letterario della passione per il cibo perché in una trama ricca di sofferenza e aspetti negativi dell'esistenza (i delitti, la disillusione, la mancanza di giustizia e di un senso), questi piccoli piaceri fungono da contraltare: la vita può essere molto dura, ma ci si può aggrappare a piccoli momenti di felicità. Sempre nel tuo saggio, riprendendo le tesi di José Colmeiro sulla prosa di Vázquez Montalbán, parli di una scrittura “come risultato delle contraddizioni che sorgono tra sensazioni positive (la bellezza, il piacere, la solidarietà, ecc.) e loro opposti (il grottesco, il dolore, l’egoismo, ecc.)”, che forse si avvicina a quello che ho appena affermato. Che ne pensi?

(AP)
Credo intervengano due fattori: il primo è che se vivi in una città e in un quartiere vedere che i tuoi luoghi sono lo scenario della finzione narrativa è sicuramente affascinante; il secondo è sicuramente correlato a quanto dici tu, alla ricerca delle piccole cose, del dettaglio, del nome della via o della trattoria dove poter mangiare quel determinato piatto che caratterizza profondamente il luogo. E qui vengo alla seconda parte della domanda, perché il noir è diventato il luogo letterario della passione per il cibo. Credo che siano diversi fattori che incidono. Abbiamo detto prima che la città diviene personaggio, quindi deve essere caratterizzata profondamente e la cucina, il cibo, ne sono un elemento altamente caratterizzante. Prendiamo la Sicilia di Montalbano: è concepibile il personaggio Vigata, piccolo borgo marinaro della costa siciliana, senza arancine, cannoli e pasta coi broccoli arriminati? No, non sarebbe reale, mancherebbe qualcosa. La stessa cosa la focaccia a Genova, che è l'ossessione sia di Lorenzo che di Pagani perché entrambi hanno vissuto lontani dalla Liguria e la focaccia, la voglia di focaccia, è uno dei tanti grimaldelli che attiva la nostalgia. Ci sono ricette che raccolgono la storia di un luogo, di una città, ne raccontano le genti che vi hanno vissuto. Prendi il couscous della serie Montale di Jean-Claude Izzo, che racconta, da solo, per filo e per segno la storia di una Marsiglia meta di una fortissima immigrazione dal nord Africa. Vero è che la gastronomia è l'elemento più resistente di una cultura, ma è anche la porta attraverso la quale entrano le novità. Questa ambivalenza, in un genere come il noir, non può mancare. Ci sono autori che infarciscono le loro narrazioni di ricette, altri che, invece, ne fanno un uso più parco. Ma la maggioranza sente l'esigenza di raccontare cosa mangiano e bevono investigatori e criminali. Hai perfettamente ragione quando affermi che il cibo è un residuo di felicità al quale aggrapparsi. La serie Carvalho, di Manuel Vázquez Montalbán, è un esempio perfetto: gli unici momenti in cui si rompe il disincanto, in cui Pepe Carvalho esce dalla disillusione, sono quelli gastronomici. E non è un caso che il suo assistente, Biscuter, un personaggio grottesco, sia un cuoco provetto. Questo elemento attraversa tutta la serie fino a Milennio, la grande narrazione totale di Vázquez Montalbán, in cui Biscuter riesce a farsi assumere come cuoco di bordo in una nave da crociera e prepara il pa amb tomaquet, forse il piatto più semplice e caratteristico della gastronomia catalana.

(NC)
Una piccola curiosità finale: è casuale la scelta di Marino come cognome del protagonista o volevi rendere esplicito il suo rapporto col mare che bagna la sua città?

(AP)
È casuale e per lungo tempo è stato un cognome provvisorio. Poi mi sono accorto del legame e per questo ho deciso di tenerlo.

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