mercoledì 18 novembre 2015

Genova e la rivolta del 1960 nelle parole di chi c'era


[…] nella storia del nostro paese tutti i grandi passi avanti si sono compiuti in momenti di saldatura tra due generazioni (35).
Con queste parole Giovanni Bruschi apre la sua intervista con Lucia Compagnino, co-autrice con Alessandro Benna del libro 30 giugno 1960. La rivolta di Genova nelle parole di chi c’era, con prefazione di Pino Cacucci e pubblicato per la prima volta dalla F.lli Frilli Editori nel 2002.
Tredici anni fa la rivolta di Genova del 1960 veniva letta alla luce dei recenti fatti del G8 del 2001 che avevano aperto nella città una ferita che, oggi, a distanza di 14 anni, non mi sento di definire completamente cicatrizzata. Al di là dei parallelismi che, a ben vedere, sono più frutto delle suggestioni del momento, resta da dire che il libro di Benna e Compagnino rappresenta una delle più attente testimonianze di quei giorni che ebbero, a Genova e in Italia, un impatto straordinario. E quando scrivo straordinario intendo veramente che le ripercussioni di quelle manifestazioni furono “fuori dall’ordinario” e, forse anche per questo, irripetibili.

La storia che ha portato al 30 giugno genovese è presto sintetizzata. Il governo presieduto dall’Onorevole Tambroni autorizza il MSI, i cui voti erano fondamentali per la sopravvivenza dell’esecutivo, a celebrare il proprio congresso nazionale a Genova. A presiedere i lavori della convention fascista nella città medaglia d’oro per la Resistenza avrebbe dovuto essere quel Carlo Basile che, da prefetto nel 1944, fece deportare 1600 operai genovesi nei campi di concentramento nazisti. A completare il quadro, la sede del congresso messa a disposizione dalla famiglia Gadolla, il Politeama Margherita, proprio a due passi dal Sacrario ai caduti per la libertà del Ponte Monumentale. Questa scelta, evidentemente provocatoria nei confronti di una città simbolo dell’antifascismo, animò la società genovese che si ribellò con una serie di manifestazioni culminate con il comizio di Pertini del 28 giugno in Piazza della Vittoria e con gli scontri di De Ferrari di due giorni dopo. La straordinarietà di questi eventi si deve per lo meno a due fattori: il primo è, come sottolinea Bruschi, la saldatura di due generazioni (chi aveva fatto la Resistenza e chi nel 1960 aveva da poco compiuto vent’anni); il secondo sono le conseguenze della rivolta, ovvero la repressione violenta degli scioperi di Reggio Emilia e Catania e le dimissioni dell’Onorevole Tambroni che favorirono i primi governi di centro-sinistra della storia repubblicana.
Le interviste realizzate da Lucia Compagnino mettono in risalto come i diversi settori della società genovese si siano ritrovati coinvolti in quelle giornate di giugno e come ognuno abbia fatto la sua parte. I testimoni intervistati infatti sono uomini e donne che dalle fabbriche, dal porto, dai cantieri, dalle università e dall’Istituto di Fisica hanno fatto il possibile per rispondere a tono a quella che sentivano come una provocazione, soprattutto nella persona che avrebbe dovuto guidare il congresso, il “boia” Basile.
Ognuna delle persone intervistate ripercorre la propria memoria alla ricerca di particolari e dettagli che possano rendere il proprio ricordo unico, ma tutti sottolineano il clima di forte coesione sociale che si respirava a Genova in quei giorni e la netta contrapposizione che si venne a creare in Piazza De Ferrari con, da una parte, i manifestanti e, dall’altra, la polizia. In questo scontro la città non ebbe alcun dubbio su con chi schierarsi. Sono diverse le interviste che sottolineano come i residenti della città vecchia, prostitute incluse, abbiano aiutato i manifestanti, in alcuni casi porgendo loro le pietre destinate alla polizia. La particolare atmosfera di quelle giornate è ben sintetizzata dal Prof. Enrico Beltrametti che, intervistato, afferma: 
La vicinanza con l’ultima guerra e con la tragedia finale, scolpita nella memoria di tutti, rendeva quell’evento un fatto che coinvolgeva profondamente la coscienza civile in generale, toccando da vicino tutti coloro che non riuscivano ad accettare quella presenza, che si rifaceva esplicitamente alla recente esperienza fascista(79).
Credo che da queste parole di Beltrametti si possa evincere la distanza che intercorre tra i fatti del 1960 e quelli del 2001, enormemente più gravi. Mentre nel 1960 si trattava di una questione inerente la città e poi, in un secondo momento, esplosa a livello nazionale, il G8 del 2001 non aveva alcun legame con la storia di Genova, tanto è vero che molti genovesi fuggirono abbandonando i manifestanti al proprio destino. Non solo le riunioni del G8 vennero vissute come una invasione vera e propria, ma le violenze perpetrate dalla polizia e l’inganno dei Black Block furono enormemente più gravi che i fatti del giugno del 1960. Se questi ultimi portarono alla vittoria, forse l’ultima in ordine di tempo, dell’antifascismo sul fascismo, i fatti del 2001 comportarono la sospensione dello Stato di diritto all’interno delle strutture dello Stato stesso (Bolzaneto) e la cancellazione, o comunque il pesante ridimensionamento, di tutto il movimento no-global. Per queste ragioni, al posto degli autori, avrei usato molta più cautela ad avvicinare fatti così distanti, a meno che l’intento non volesse essere proprio quello di evidenziarne la differenza più sostanziale: nel 1960 la piazza era ancora in grado di vincere, nel 2001, invece, era destinata ad essere il diversivo perfetto per non parlare di quello che si stavano dicendo gli 8 G nelle stanze segrete della città. E che avrebbero determinato la storia degli ultimi quindici anni.

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