venerdì 24 aprile 2015

Frane, più che smarginature

Storia del nuovo cognome
di Elena Ferrante

E/O, 2012


pp. 480
19,50


Siamo al secondo capitolo di queste vite intersecate che, in una Napoli non più condannata a un eterno dopoguerra sottoproletario ma percorsa da anni contraddittori, dove ai rioni “vecchi” si accavallano rioni “nuovi”, coinvolgono soprattutto, ma non solo, Elena Greco e Raffaella Cerullo. Il primo libro, nel titolo, riportava un riferimento alla “amica geniale”, che si scopre essere proprio Elena, definita così da Raffaella.
Adesso, il “nuovo cognome” rimanda a quest’ultima, soprannominata Lila e sposatasi giovanissima con Stefano Carracci, uno dei rampolli emergenti del quartiere, rimasto orfano da bambino ma con gli agganci giusti e una passione: il denaro. Salumiere e poi scarpaio. Indebitato con i boss della zona: la famiglia Solara. Raffaella Carracci.
Il “nuovo cognome” è un marchio che, nel breve periodo del fidanzamento, Lila non ha faticato a indossare. La macchina nuova, i foulard al vento, l’ostentazione dell’uscita dalla miseria. Ma la smarginatura di cui ho accennato nella recensione a “L’amica geniale” (leggi qui) è dietro l’angolo. Così anche Stefano, partito con le migliori premesse, perde subito per Lila i suoi contorni definiti. Fin dal giorno delle nozze. Addirittura a cerimonia in corso, per una vicenda di scarpe, dove si mescolano orgoglio e sottomissione, ruffianeria e rabbia. Il cambiamento di Stefano, agli occhi di Lila, è immediato, irrimediabile. Stefano diventa una persona dalla identità sfilacciata, riempie di botte Lila mentre le confida il suo bene, sembra sul punto di esplodere ma poi non crede alle confessioni più crudeli della moglie. Stefano è talmente “smarginato” che Lila ha paura che dilaghi e diventi un corpo putrefatto mentre già lo è nello spirito.
Lila tiene un diario, condensato in alcuni quaderni che riportano quel flusso sporco che è diventata la sua vita: spinte, voglie, disegni subdoli. La smarginatura di Lila è quotidiana, ogni giorno di matrimonio per lei è un punto di non ritorno, perché dalla delusione originaria che Stefano le ha generato, profonda come un pozzo scuro, lei ha deciso che quello non è più il suo uomo.
Elena in questo romanzo, sempre bellissimo e che su Critica Letteraria era già stato recensito con la consueta accuratezza da Laura Ingallinella (la trovi qui), è ancora la protagonista narrante che finiamo per amare. A me, tuttavia, piace spostare la prospettiva su Lila perché, in fondo, Elena di Lila, in questa puntata della quadrilogia letteraria, ne diventa la custode. Lila consegna a Elena questi suoi quaderni, Elena li leggerà ma sarà sopraffatta dalla sofferenza e anche da un fastidio ricorrente che nutre verso l’amica. Finendo per gettarli nell’Arno a Pisa dove si è trasferita per motivi universitari coronando, lei sì, il processo di distacco dal rione, da Napoli, dalla famiglia, dai condizionamenti morali e materiali che avrebbero potuto lasciarla, per sempre, succube.
Anche Elena ha un’anima tormentata e non perdona a Lila di averle rubato l’amore, quel Nino Sarratore che Elena non smette di mitizzare. Durante una vacanza a Ischia, Lila e Nino diventano amanti e da questa relazione la ragazza partorirà un bambino: Gennaro. Elena è violata da questo accadimento, molto più di quanto non lo sia in spiaggia dal padre di Nino, al quale si concede per il primo amplesso della sua vita. In un gioco pietoso che sa di vendetta assurda. Una di quelle vendette da cui se ne esce più sconfitti di chi si voleva sconfiggere. Però Elena ha perso Nino e, non c’è dubbio, per colpa di Lila. Allora quei quaderni possono essere gettati in un fiume, insieme a un’amicizia, a un cumulo di ricordi.
Ma non basta questo gesto apparentemente catartico a liberarsi da un mondo che il destino ha deciso di lasciarti custodire. Il mondo di Lila resta nelle viscere di Elena, pronto a riemergere: è composto da una bambola recuperata da bambine a un camorrista come dal sogno di firmare un romanzo. Lila, in effetti, ne aveva scritto uno alle elementari, intitolato “La fata blu”. La loro maestra pareva non averlo letto e invece era il contrario. Lila, agli occhi di Elena, ha dunque subito la bugia da una donna fino a quel momento stimata, ha subito un’ingiustizia. Il legame riaffiora, come un fiume carsico, e scorre energico. Perché Elena, che un romanzo lo ha davvero pubblicato, si accorge una volta di più che Lila era la migliore delle due, era Lila a scrivere bene, era Lila destinata a vincere. Soltanto contingenze e smarginature hanno fatto la differenza e determinato un passaggio di testimone a suo favore.
E se Lila ora non sa che farsene della “Fata blu”, perché sente che oramai nessuno può infrangere il malefico incantesimo nel quale è caduta dopo essere scappata da casa, da Stefano, dai Solara, dal rione, Elena presenta la sua di opera che è come lo sviluppo materiale e immateriale di quanto l’amica aveva elaborato, con i guizzi di un’adulta, a dieci anni. Mentre in fondo alla sala, tra il pubblico, prende la parola per complimentarsi Nino Sarratore.
Marco Caneschi

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