venerdì 10 aprile 2015

Elena e Lila. Alle prese con la smarginatura

L’amica geniale
di Elena Ferrante


E/O, 2011

pp. 400
18


Come noto c’è un fantasma che si aggira per il Premio Strega 2015: Elena Ferrante. Evito tuttavia di parlare dell’accettazione della candidatura da parte della scrittrice senza identità. È possibile leggere in merito vari articoli usciti nelle ultime settimane. Preferisco restare ai dati letterari: nel 2011 la Ferrante pubblica il primo volume, dal titolo “L’amica geniale”, di un ciclo narrativo. In questi anni ne sono seguiti altri tre a comporre una quadrilogia.

Intanto chi è l’amica geniale? Si chiama Elena Greco ed è l’io narrante. La troviamo donna adulta, in là con gli anni, nelle prime pagine dopo di che il nastro si riavvolge per catapultarci nell’infanzia e nell’adolescenza di due bambine di rione: Elena, per l’appunto, e l’amica “sofferta” Raffaella Cerullo, Lila da ora in poi, in omaggio alla protagonista che da sempre, come per sottolineare una pretesa di unicità nel rapporto, la chiama così. Rione partenopeo. Anni Cinquanta.
Napoli, na voce de creature che fanno fatica. Fanno fatica i grandi, costretti ad arrabattarsi in lavori umili che allontanano giorno dopo giorno da Via Caracciolo e Piazza Plebiscito. Mergellina e Posillipo sono come spiagge esotiche. Il mare è un orizzonte appena intravisto, non resta spazio neanche per un incauto ottimismo.
Fanno fatica i piccoli, perché il rione è violenza, verbale e fisica allo stesso tempo. Edifici fatiscenti, strade come residui di una guerra ancora vicina, eppure c’è chi prova a esorcizzare tutto con una sfida per San Silvestro: la rivincita sociale, dinanzi alla casa della famiglia che si arroga il potere di governare il rione, passa attraverso quanti più spari si fanno la notte del primo dell’anno.
Questo è il quadro. Essenziale per introdurre il discorso perché in questo panorama senza apparente riscatto, emergono figure che con enorme sforzo tagliano trasversalmente i destini di Elena e Lila. Una maestra delle elementari, un bibliotecario, un giovane che odia il padre e che frequenta il liceo con la consapevolezza di un possibile cambiamento.
Elena sente il fascino della sua amica, lo subisce e lo rincorre. Non pare fortunata in questo affannarsi: i brufoli che appaiono, gli occhiali, i seni che stentano, una madre che la intimidisce con l’andatura claudicante e che rappresenta il rione stesso nei suoi peggiori aspetti moraleggianti. Elena è poi terrorizzata dalle sue metamorfosi, fisiche e caratteriali, ed è terrorizzata a guardarle perché di fronte ha sempre Lila che dimostra grinta da vendere e si rende presto accattivante per gli uomini. Lila è necessaria per Elena, è come la mediazione fra la sua interiorità e il mondo esterno. Quando Elena ha sentore di un eventuale affrancamento, perché finirà per frequentare il classico mentre Lila è avviata verso altri percorsi lontani dallo studio, intravede un universo oltre, la cultura che emancipa, il sogno di un primo articolo su un foglio studentesco. Però vacilla. Ha soltanto 16 anni e a quella età si subiscono ancora tanti condizionamenti al limite dell’irreversibile.
Così, a causa di Lila, sempre presente, Elena resta in bilico fra ciò che il destino le ha riservato fin dalla nascita e il distacco dal rione. Lila, come ogni termine di paragone, è potente, ingombrante, eppure ha le sue debolezze, non è “cattiva” o sessualmente affamata come si dice e come si crede. Anche Lila è figlia di un quartiere in cui scorrazzano a malapena le prime auto, proiezioni di un pianeta lontano dove però, sedute comodamente davanti, si può perfino giocare a Jacqueline Kennedy. Ecco lo sforzo di Lila dove è diretto: a una vittoria su se stessa attraverso armi diverse da quelle di Elena. Armi spuntate perché comunque, pure Lila la cattiva, ha un cuore ed è qui che il libro scava: Lila ha un passaggio nella terra di mezzo, scrive un racconto, si infervora per la lettura, studia latino e greco da autodidatta, per un certo periodo è la cocca della maestra delle elementari. Ancora più di Elena. Tuttavia, quando il fiore potrebbe sbocciare, ritornano certe gabbie, scattano processi inversi, è su di lei che il rione prende una rivincita definitiva. Quindi il cuore di Lila non può che frantumarsi dinanzi al rifiuto della vecchia maestra di partecipare al suo matrimonio molto prematuro. Cito solo, rimandando alla lettura, che le pagine sul matrimonio di Lila sono poderose, si va dal “Satyricon” di Petronio a, immancabilmente, Eduardo De Filippo.
“L’amica geniale”, oltre a essere un libro dove ogni personaggio trova un equilibrio esatto nella trama, dove la commedia eduardiana della vita si fa prosa, sublimando il dramma, è un bellissimo romanzo di indugi, di esitazioni, di insicurezze che compongono un modello: la smarginatura. Cosa c’è dietro questa parola chiave? C’è la perdita dei contorni definiti, in una persona, in una situazione, c’è il restare, appunto, senza margini. È quando si profila un cambiamento: più che repentino, direi inatteso. Senza confini, con un’identità sfilacciata, le persone, le situazioni, lasciano trapelare qualcosa di irrimediabile: le smarginature di Lila fanno paura a Elena e viceversa. Ma è così per gli altri, chi le vive, magari, neanche se ne accorge.
Ecco allora che le pagine, agnostiche ai destini, prefigurano questi punti di non ritorno, che restano in potenza, abbozzati magistralmente, forieri di sviluppi, per Elena e Lila che hanno dinanzi, ciascuna per proprio conto, strade divergenti. Come disse un poeta, le strade sono più o meno battute ma a seconda di quale viene scelta, la differenza prima o poi arriverà. Differenza sostanziale visto che è dura percorrere a ritroso ogni cammino. Forse non si sceglie, o si ha difficoltà a scegliere, o peggio ancora si sceglie in modo avventato, perché sappiamo di questa durezza.

Marco Caneschi

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