giovedì 15 gennaio 2015

Isabella Santacroce, "V. M. 18"


V. M. 18 
di Isabella Santacroce,
Fazi 2007

pp. 491
€ 17.50



A fine lettura non si può fare a meno di apprezzare e lodare l’indubbia ricchezza stilistica e immaginativa del romanzo, qualità letterarie che, di solito, nei casi non comuni in cui appaiono con tale dovizia, risolvono di per sé in senso positivo la valutazione del lettore. Insomma, mi verrebbe da dire che V.M. 18 di Isabella Santacroce sarebbe un bel, fors’anche ottimo, romanzo se…Per dare un senso al se è necessario saltare direttamente alle conclusioni, tornado magari poi indietro per soffermarsi sui dettagli e sulle puntuali rilevazioni critiche. La mia conclusione che rimane in ogni caso problematica e che non aspira a mettere il cappello sul lavoro della Santacroce è, al momento, questa: al di là della prolungata prodezza stilistica, non esente da limiti, e della lussureggiante rappresentazione immaginifica, nella quale l’orrido e il grazioso, il grottesco e il sublime si concedono a piene mani, al di là di tutto questo, dicevo, la sensazione finale rimane quella di una delusione, di qualcosa che manca, come se il romanzo non riesca a scavalcare il muro, tanto elaboratamente costruito dall’autrice, posto tra sé e il mondo, come se non riesca a trovar la sua funzione nel mondo del lettore.
La calcolata autoreferenzialità, come detto, è esplicitamente tematizzata: “fuori non v’era nulla, fuori v’era il deserto, lo spazio che mi consentiva d’esistere, e quello spazio che mi consentiva d’esistere poteva essere figurato come una scatola enorme, abitata da creature che divenivano le mie marionette, e che solo per il summenzionato motivo eran degne di vivere” (pag. 489), esplicitazione non casualmente riportata nelle ultimissime pagine del romanzo. È ovvio che non può trattarsi di esclusioni assolute, di assoluta autoreferenzialità, ché altrimenti il romanzo stesso, il “gioco” che esso gioca, ossia la letteratura, non esisterebbe nemmeno, però rimane come l’impressione di un ronzare a vuoto, di una bolla iridescente distante dal mondo, al quale aggiunge (o toglie) molto meno di quanto la valentia stilistica e fantasmagorica potrebbero fare. Come se detta valentia fosse una virtualità cui manca lo scatto di reni, il tuffo nel mondo empirico della scrittrice e dei lettori. È un romanzo che si ostina a parlarci di Desdemona-personaggio, della finzione romanzesca, dell’acribia descrittiva, dell’invenzione stilistico-narrativa, senza però dare indicazioni di nessun tipo sulle loro funzioni nel mondo empirico (o sulla loro assenza di funzione e sull’eventuale rammarico o celebrazione di tale assenza).

Il sadismo della Santacroce che si riallaccia direttamente al suo profeta, De Sade, può approfondire fino al misticismo il suo aspetto fantasmagorico, e può fare a meno della filosofia, che almeno fino alle 120 giornate, prima cioè del trionfo delirante della completa separatezza dal mondo e dal Tempo, ancora sopravviveva nello stesso Sade, proprio perché ha dissolto il Mondo e il Tempo. È, in un certo senso, il percorso che segna il passaggio dalla nevrosi alla psicosi (nella sua rappresentazione letteraria e nel suo sostrato culturale, s’intende, ché di Sade o Santacroce non sto diagnosticando una reale patologia psichica).

Quelli che seguono sono rilievi critici specifici che possono andare tutti nella direzione della conclusione che ho anticipato, che, però, non mancheranno di aspetti contraddittori, irrisolti rispetto a quella conclusione, anzi ne vorrebbero ampliare la problematicità, la possibilità che sia il lettore empirico Paolo Mantioni a non aver colto affondo il senso del romanzo.

Lo stile del romanzo è tutto incentrato sulla “leggiadria”, sul Rococò, sul finto settecento, il registro parodico è del tutto evidente, i vari livelli stilistici e lessicali cui attinge (dal triviale al raffinato, dal gergale allo scientifico, ecc.) sono amalgamati in un impasto omogeneo, molto originale e ricercato. L’ostentata raffinatezza retorica (sintassi e lessico) indirizzata alla leggiadria, filtra la grevità e gravità delle situazioni rappresentate (grevità e gravità che va riferita ad un comune senso morale che è, appunto, il bersaglio contro cui si scaglia la furia iconoclasta del personaggio narrante). In realtà, più in generale, tutto il romanzo si regge su una serie di contrasti giustapposti: stile e materia narrativa, mondo del romanzo e mondo esterno, Notte e Giorno, Bene e Male, Dio e Satana. Ciò che manca è lo svolgimento dialettico, la reciproca influenza. Ogni elemento del contrasto è solamente giustapposto al suo contrario, non v’è conciliazione, penetrazione dell’uno nell’altro, il contrasto non cambia, non svolge gli elementi che lo compongono (e va da sé che in questo conteso la mancanza del Tempo – di cui dirò dopo – è particolarmente significativa). Non aggiunge consapevolezza né sugli elementi che sono giustapposti né sul significato stesso del contrasto. Potrebbe però trattarsi di una consapevolezza negativa, ossia l’immobile fissità degli elementi potrebbe indurre a guardarli in modo diverso, da un’altra prospettiva, che, però, il lettore empirico Paolo Mantioni non ha trovato, e che, comunque, non mi pare sia mai esplicitata: manca, o non ho trovato, il punto di fuga, la faglia che apra il romanzo, che faccia uscire dalla pure e semplice giustapposizione.

Come accennato, nel mondo creato e rappresentato dal romanzo non c’è svolgimento temporale, il Tempo non porta nessuna variazione ai personaggi e alle situazioni immaginate. L’indeterminatezza storico-geografica è costantemente rafforzata: sul piano lessicale dalla disinvolta presenza di termini e comportamenti d’altri tempi (viaggi in carrozza, suonare un fortepiano, ecc.) giustapposti a termini e comportamenti contemporanei (dildo, conoscenze scientifiche, ecc.); sul piano strutturale dalla abnorme ripetizione di intere frasi e descrizioni che riguardano personaggi e ambienti tale da creare un effetto incantatorio, come si trattasse di nenie o spergiuri (che, infatti, sono anche espliciti, specie nei momenti di maggior efferatezza delle Spietate Ninfette), che spingono alla fuoriuscita da ogni determinazione storico-geografica contingente (ripetere senza variazioni significa trovarsi sempre nello stesso spazio-tempo). Il mondo creato dal romanzo non è “contaminato” dal Tempo. Ma per tener fede alla struttura giustappositiva dell’intera costruzione, all’interno di esso le rilevazioni cronologiche, relative al “tempo dell’orologio”, il tempo ciclico, quello che indefettibilmente tornerà identico a se stesso, assumono un’evidenza quasi maniacale. Un esempio paradigmatico dell’assoluto rifiuto del Tempo è quello relativo alla gravidanza di una delle educande. Cosa c’è di più temporale di un feto che cresce in un ventre e che porterà variazioni nella persona e nell’ambiente in cui verrà alla luce? Infatti questa gravidanza, per altro non a caso “contratta” fuori dal mondo chiuso del “Collegio delle fanciulle”, è brutalmente interrotta e il feto viene dato in pasto al cane, con relativa nenia e leggenda “fuori dal Tempo”.

L’assoluta preminenza del punto di vista del personaggio narrante è segnata anche dalla totale assenza di dialoghi – le pochissime battute in stile diretto riportate dal romanzo sono della stessa Desdemona, che le pronuncia o immagina di pronunciarle senza il minimo contraddittorio – e anche quelle pochissime occasioni in cui potrebbe affacciarsi un punto di vista diverso – ad esempio le “genitoriali missive” – sono rielaborate e riportate da lei (che, per altro, le definisce pressoché illeggibili, sul piano calligrafico, oltreché sul piano contenutistico).

Il mondo rappresentato nelle “genitoriali missive” riproduce in piccolo la stessa chiusura al mondo esterno rappresentata in grande dal romanzo: come se da una stanza opprimente si cercasse una via d’uscita attraverso un corridoio che si rivelerà cieco. Probabilmente, anzi, il mondo “genitoriale” è ancora più obbrobrioso di quello del “Collegio”, perché non consapevole dei suoi stessi obbrobri e l’anaffettività, la vanità, l’ipocrisia, la superbia, la malvagità vi regnano come fossero araldi del Bene (e quello della consapevolezza critica del Male travestito da Bene potrebbe essere una delle vie di fuga cui accennavo prima, sebbene mi sembri un po’ poco per un romanzo così ricco).

Forse la via di fuga ultima sta nell’assoluta “indialetticità” fra contrari: fra Bene e Male, alla fine. E fors’anche tra letteratura e mondo, ma se si può pensare che la letteratura non incida sul mondo, non si può nemmeno sfuggire ad un’evidenza ineludibile: il mondo incide sulla letteratura. Ed è un limite, letterario e speculativo, non prenderne atto.


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