sabato 25 ottobre 2014

CriticArte: Quattro stanze tutte per Virginia Woolf a Londra

‘I must be private, secret, as anonymous and submerged as possible in order to write’ (‘Devo essere privata, segreta, più anonima e sommersa possibile per poter scrivere’): queste le parole di Virginia Woolf (1882-1941) incise sulla parete di una mostra che si propone l’esatto contrario, cioè esibire la vita privata della scrittrice londinese. Questa la mostra ‘Virginia Woolf. Art, Life and Vision’, visitabile alla National Portrait Gallery di Londra fino a domani. Quattro stanze che formano un quadrato ospitano oltre centoquaranta oggetti: foto, ritratti, materiale archivistico, edizioni stampate e manoscritti che ricompongono i cinquantanove anni di vita di una delle principali figure letterarie del Novecento. Una splendida esposizione, che forse poco aggiunge al visitatore che già sa della vita e delle opere della Woolf ma che ha il grande pregio di sistemare i materiali in modo da accattivarsi la curiosità di chi li osserva. 
Virginia Woolf in una foto di George Charles Beresford
L’esposizione della vita riservata e schiva dalla mondanità della Woolf inizia dalla fine, dal traumatico momento del bombardamento della sua casa londinese di Tavistock Square nel 1940. La Woolf riuscì a recuperare i suoi diari dai resti della sua casa, che la prima foto dell’esposizione restituisce ai visitatori così come l’aveva ritrovata lei, sventrata dalla guerra. Da questa immagine-chiave si accede poi a un percorso cronologico, che inizia con le foto di quando la Woolf era ancora Virginia Stephen. Apparteneva a una famiglia numerosa e varia, imparentata con William Thackeray e con la fotografa Julia Margaret Cameron (che la Woolf rende anche personaggio della sua commedia Freshwater). I suoi genitori – Julia e Leslie Stephen – la fecero crescere nell’ambiente più stimolante e più culturalmente attivo della Londra dell’epoca. Virginia aveva fratelli, sorelle, fratellastri e sorellastre, con cui fin da bambina creò un vivace sodalizio e perfino un giornalino domestico che scrivevano insieme, l’ ‘Hyde Park Gate News’, di cui si possono vedere alcune pagine alla mostra. Seguono poi le foto dell’adolescenza e della giovinezza: quelle celebri di Beresford in cui Virginia mostra il suo delicato profilo, ma anche foto appartenute ad album di famiglia, come quella in cui Virginia e sua sorella Vanessa giocano a cricket. Compare nelle foto il volto di Leonard Woolf, e la sua firma in fondo ad un ironico biglietto in cui lui e Virginia annunciano ad un amico il loro fidanzamento, scrivendo solo ‘Ha ha’. Si forma il Blooomsbury Group, presente alla mostra attraverso le foto che ritraggono insieme i suoi membri, ma anche con i ritratti di Vanessa Bell e di Duncan Grant e Roger Fry.
'Mrs Dalloway', copertina di Vanessa Bell
La Woolf inizia a pubblicare: il suo primo romanzo è The voyage out (La crociera), edito dalla casa editrice del suo fratellastro, Gerald Duckworth. La parte più emozionante della mostra è probabilmente rappresentata dalle opere di Virginia Woolf:  le pagine manoscritte dei diari di Virginia, con la la sua calligrafia ordinata ma talmente inclinata da essere illegibile, e le edizioni dei suoi libri, tutti editi – a parte il suo primo romanzo – dalla Hogarth Press, la casa editrice fondata dai coniugi Woolf nel 1917. Jacob’s room, To the lighthouse, A room of one’s own ed altri titoli sono tutti presenti nelle prime edizioni della casa editrice con le copertine ad opera della sorella. E se l’emozione è già tanta al vedere queste rarità, è ancora più difficile staccare gli occhi dalla teca che ‘contiene’ i capolavori dell’annus mirabilis 1922 – la prima edizione di The Waste Land di Eliot sempre della Hogarth Press e la prima edizione dell’Ulysses di Joyce a cura di Sylvia Beach – che fanno compagnia alla Signora Dalloway e al suo viaggio londinese di un giorno. Non c’è solo Virginia Woolf in queste quattro stanze perché non è possibile non raccontare insieme a lei anche il modernismo, il suo rapporto con i genitori prima e con Leonard, Vanessa e gli altri membri del Bloomsbury Group poi. E, ultima stanza, con Vita Sackville-West, la scrittrice inglese con cui Virginia ebbe una relazione, e con il frutto letterario di quella relazione: Orlando, del 1928.
Virginia Woolf è ormai un personaggio letterario noto, e così i nomi dei fotografi che la immortalano diventano importanti, come Man Ray e Gisèle Freund. L’ultima stanza ha come titolo ‘thinking is my fighting’ (‘pensare è la mia battaglia’), e termina con le due note lasciate da Virginia a Vanessa e a Leonard prima di annegarsi nel fiume Ouse. È qui, incorniciata e appesa, la celebre lettera che comincia con ‘Dearest, I feel certain that I am going mad again’ (‘Carissimo, sono certa che sto impazzendo di nuovo’), quella che contiene la più tenera dichiarazione d’amore dopo una vita trascorsa insieme (‘I don’t think two people could have been happier than we have been’. ‘Non credo che due persone possano essere state felici più di quanto lo siamo stati noi’), ma anche la più tragica sconfitta per un’intellettuale (‘I begin to hear voices, and I can't concentrate’. ‘Inizio a sentire voci e non riesco a concentrarmi’). Virginia Woolf si suicida a causa di una lunga ed estenuante depressione e perché non sopportava più vivere la guerra. Si esce così dalla stessa porta da cui si era intrati: quella con la foto della casa dei Woolf distrutta dai bombardamenti.
Le lettere lasciate da Virginia alla sorella e al marito
Virginia Woolf e i suoi libri di stanze tutte per sé ne meritano ben più di quattro. Probabilmente ne sarà consapevole anche la curatrice dell’elegante mostra, una donna, Frances Spalding. La Woolf iniziò il ciclo di conferenze a Cambridge, che poi sono state raccolte e pubblicate col titolo di A room of one’s own, parlando di donne e romanzi e dicendo: ‘Appena iniziai ad esaminare il soggetto da questo punto di vista, che mi sembrava il più interessante, ben presto vidi che presentava un fatale inconveniente. Non sarei mai riuscita a giungere ad una conclusione’. Il ‘fatale inconveniente’ di cui scriveva la Woolf si è chiaramente rovesciato su di lei e sulla sua opera da almeno mezzo secolo: essere esaustivi con lei, come con chi diventa mito,  è solo un’arrogante pretesa. Lungi dal presentare un percorso concluso su Virginia Woolf, la mostra della National Portrait Gallery ha offerto ai suoi visitatori il senso più prezioso del presentare la vita di una scrittrice: l’invito alla lettura dei suoi testi.


Serena Alessi

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