mercoledì 12 marzo 2014

Nulla, solo la notte: lo straordinario esordio dell'autore di Stoner

Nulla, solo la notte
di John Williams
Fazi, 2014

pp. 144
€ 13,50

Se siete aspiranti scrittori, avete ambizioni letterarie, un manoscritto nel cassetto che freme per uscire, fatevi un favore: non leggete John Williams. La sua prosa straordinaria e pulita, la capacità di rendere eterni uomini comuni dalle vite ordinarie per farne esemplari del malessere di una generazione che nell’anonimato dell’esistenza lotta per trovare la propria parte di moderata felicità, sono la cifra stilistica di un autore entrato a pieno titolo tra i giganti della letteratura angloamericana del Novecento, reso immortale dal capolavoro Stoner (qui la recensione), con cui in generale è davvero difficile misurarsi e non rimanere senza fiato di fronte alla potenza di scrittura. Che sia la storia di un anonimo professore universitario di Boston o la disperata caccia al bisonte nel selvaggio West di un giovane affamato di avventura, Williams è un maestro nell’evocare stati d’animo, solitudine, ambizioni e disillusioni di uomini cui il mondo borghese con i suoi rigidi codici sembra andare troppo stretto. 
Se per uno scrittore misurarsi con un talento di tale portata è una probabile sconfitta, per il lettore che scopre Williams il fascino di quelle parole perfette lo incatenerà al punto da rendere misere le letture che seguiranno immediatamente dopo. 

In questi ultimi anni che è finalmente Stonermania, leggiamo con avidità quel poco che il professore di Denver ci ha lasciato: Stoner ovviamente, poi Butcher’s Crossing, Augustus ed infine Nulla solo la notte il romanzo d’esordio appena pubblicato in Italia da Fazi. Williams scrive poco più che ventenne questo breve romanzo tra il ’42 e il ’45 mentre presta servizio militare in India e Birmania, e che verrà poi pubblicato nel 1948 quando è ancora uno studente universitario; è il primo lavoro di un uomo per cui la scrittura è stata la passione di una vita intera, un amore che traspare in questo testo ovviamente non maturo come i romanzi che seguiranno ma dove già chiari sono i segni di uno stile in costruzione che di lì a poco diventerà sempre più fluido, evocativo, misurato e ricchissimo di sfumature. Solo grazie alla forza delle parole infatti Williams ci porta nei recessi più segreti dell’animo e rende straordinaria la vita di uomini qualunque. Lontano dalla patria, il giovane autore immagina quindi la giornata di un ragazzo disperato e solo, Arthur Maxley, ventiquattrenne accanito bevitore costantemente tormentato dai fantasmi del passato. In una San Francisco popolata di personaggi stravaganti, tra locali fumosi, alcolici, ballerine esotiche, erotismo e incubi ad occhi aperti, il giovane Arthur si trascina giorno dopo giorno in un’esistenza vuota e profondamente solitaria, i rapporti umani ridotti al minimo, solo anche in mezzo ad una folla, incapace perfino di riavvicinarsi al padre -unico legame famigliare rimasto- sul cui rapporto pesa la tragedia che ha sconvolto la famiglia tanti anni prima. Un’esistenza in cui momenti di pace anestetizzata e monotona negli anni dell’università a Boston si alternavano ad attacchi allucinati e sconvolgenti quando il passato tornava più vivo che mai a tormentare Maxley fino a fargli perdere momentaneamente la lucidità, momenti in cui il solo contatto telefonico con il padre (testimone e vittima di quel tragico episodio che solo alla fine verrà svelato) portava il ragazzo sull’orlo del crollo psichico. Il ricordo della madre ancora lo tormenta in questa giornata d’estate di cui siamo spettatori, il pensiero ritorna costantemente a quei giorni felici dell’infanzia prima che ogni spensieratezza fosse spezzata per sempre:
Ecco qual è il momento più bello della vita, il tempo perduto. Il tempo dell’estate, quando le foglie degli alberi si intrecciano nella luce iridescente del sole. Pensava sempre alla sua infanzia come a una lunga estate interrotta, in cui una pigra felicità gli intorpidiva e gli deliziava il cervello e le membra.
Sono pagine strazianti quelle dedicate alla memoria della madre su cui il giovane uomo che non ha saputo superare la perdita indugia, crogiolandosi nelle immagini di quei giorni più felici pieni di lei, dei suoi abbracci, della sua voce, ma già velati di un malessere profondo:
A volte lo stringeva tra le braccia , gli si sdraiava accanto, gli scompigliava i capelli e gli sussurrava nell’orecchio. Altre volte invece sembrava distratta, assente, come se non fosse lì con lui. E parlava poco, con frasi brevi e spezzate. Ma le occasioni più rare – e per lui le più belle, le più stupefacenti- erano quelle in cui fluttuava nella sua stanza come un angelo bianco, gli si sedeva vicino, lo stringeva con delicatezza, gli diceva qualche parola e guardava il suo viso emozionato nel chiaro di luna con gran tenerezza e calma. Quand’era così aveva paura di muoversi, perfino di respirare, perché anche un minimo movimento poteva frantumare il cristallo di quegli istanti preziosi.
Ora, che tutta la felicità è perduta, Arthur rivive nella memoria quella stagione fugace dell’infanzia che assume il significato di momento più bello della vita, «quando sei molto giovane, quando la vita è una semplice, perfetta successione di giorni dorati» mentre tutto ciò che è venuto dopo è stato irrimediabilmente corrotto da quell’atto violento, rendendo impossibile ogni speranza di felicità, affetto, sano rapporto. Il padre, con cui in questa giornata di sole ha deciso dopo molto tempo di incontrarsi, anche nei ricordi resta sempre una figura sullo sfondo, molto spesso del tutto assente dalle memorie del passato eppure come Arthur intrappolato in una sofferenza che cerca di domare colmando i propri giorni di lavoro e donne che non sono altro se non una replica mal riuscita dell’amatissima moglie perduta. Perché quel giorno di tanti anni prima che ha sconvolto le vite della famiglia Maxley è rimasto impresso indelebile anche nella memoria dell’uomo, provoca ancora una profonda sofferenza, ossessiona i suoi giorni e lo condanna ad una solitudine simile a quella del figlio. La “perfetta” famiglia borghese che erano un tempo è stata distrutta, insieme ad ogni speranza di felicità e affetto: è la sconfitta dell’ultimo ideale americano, il matrimonio borghese, che Williams descrive con accorato trasporto mentre cade la maschera di un mondo dorato rivelando le crepe dietro vite apparentemente felici; la perdita violenta dell’innocenza che condanna Arthur alla solitudine, alla ricerca disperata di un contatto umano sia pure casuale e fugace, mentre le giornate scorrono annebbiate dall’alcol. È una solitudine opprimente, che imprigiona, e nella vita alienante della città lo coglie all’improvviso anche in mezzo ad una folla:
[…] mentre camminava lungo la strada traboccante di gente in quella sera d’estate inoltrata, lo colse quella solitudine particolare che si prova solo in mezzo ad una moltitudine mostruosamente anonima, quell’incomparabile sensazione di puro isolamento che non si può avvertire in altre circostanze. Una figura solitaria, nella distesa immutabile del deserto, appare meno isolata di un uomo che si perde nell’infinità di una città affollata.
Ed è nel disperato tentativo di rompere il proprio isolamento che Arthur entra in un locale affollato di uomini e donne che gli appaiono ugualmente disperati nel loro vano cercare un po’ di affetto occasionale, il desiderio di non essere più soli creando un legame seppur effimero con qualcuno capace di rendere più sopportabile la vita. Ma nella disperazione di Arthur non può esserci lieto fine, i fantasmi che lo tormentano hanno irrimediabilmente corrotto la sua anima e le violente emozioni troppo a lungo represse non possono più essere controllate. L’inatteso finale con cui Williams chiude questo breve intenso romanzo sconvolge il lettore, ma non turba il talento di un autore straordinario che anche nella sconfitta dipinge con maestria il ritratto di un uomo e della sua angoscia. Costantemente in bilico tra realtà e delirio, memoria e vita, la storia di Arthur lentamente si delinea al lettore che lo accompagna nel suo solitario vagabondare per le strade della città, mentre i sentimenti troppo a lungo repressi sono sempre più difficili da gestire e gli si rivelano in tutta la loro chiarezza. È un romanzo sulla perdita dell’innocenza, i fantasmi del passato che offuscano il presente, la disperata lotta contro la solitudine. È la vita di un giovane uomo incatenato ai ricordi che condizionano tutta la sua vita presente e i rapporti con le persone che gli passano accanto sfiorandolo appena e con cui è incapace di un legame profondo; è storia di sconfitta e disincanto, che un ventenne esordiente costruisce con lucida precisione nel dare voce al male di vivere di generazioni di giovani tormentati.
Perché è cambiato tutto in questo modo? O è sempre stato così? Mi sembrava di ricordare che un tempo… Ma adesso tutto è orribile, tutto è malvagio. Tu, io, il mondo intero, tutto. Non possiamo tornare indietro? Non possiamo essere come prima? Cos’è che non va?.

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